giovedì 29 dicembre 2011

Il socialismo può viaggiare solo in bicicletta

Nel 1902 Lenin si chiedeva in una sua celebre opera "Che fare?". Ce lo chiediamo anche noi oggi con il nostro "gioco dei se e dei ma". Oggi ci risponde... oggi rispondo io. Già, oggi risponde Riciard.



Credo che un buon punto di partenza per dare una svolta alla nostra società sarebbe andare in bicicletta. Già, proprio così. Il socialismo può viaggiare solo in bicicletta, diceva il sottosegretario alla giustizia nel governo Allende, e figurarsi che io non voglio nemmeno fare la rivoluzione. E' una questione di ottica, di guardare la vita in maniera differente.

E' giunto il momento di scegliere non solo le energie rinnovabili, ma di puntare con forza su di un'economia a contenuto minimo di energia: nei paesi industrializzati la crisi energetica serve da pretesto per aumentare il prelievo fiscale per raggiungere nuovi processi industriali(Ivan Illich). E se siamo convinti che una crisi energetica esista, è ovvio che non la potremo risolvere aumentando la produzione. Aumentare la produzione è l'imperativo di questa economia, che a mio parere, come dimostrato dai fatti odierni, ha fallito sotto molti punti di vista. Sarebbe più idoneo pensare a ridurre il proprio consumo di energia, e ad investire in maniera proficua il "quanta" di energia pro capite.
Cosa c'entra con la bicicletta? Pensate un po': gli stati uniti secondo dati del 2006, investono nei veicoli tra il 25% e il 45% di tutta l'energia di cui dispongono, per farli muovere, per assicurare loro un diritto di passo, per spostare persone immobilizzate con cinghie. Pensate a tutto lo sforzo energetico che richiede un'automobile, dalla sua nascita alla sua quotidiana corsa in strada.
Ma non solo. L'automobile aumenta inevitabilmente le disuguaglianze sociali, fa abdicare l'uomo alla sua libertà di movimento e lo assoggetta a nuove categorie di tempo e velocità. L'uomo oggi spostandosi in auto evita tutte le situazioni che si potrebbero creare muovendosi a piedi o in bicicletta: incontrare un amico mentre si va al lavoro, passare dal parco e godersi un po' di verde, fermarsi ad osservare la propria città scorrere sotto i propri occhi. L'uomo si sposta in itinerari pre-diseganti, predeterminati, in cui non c'è spazio all'immaginazione o all'improvvisazione, itinerari peraltro sempre più lunghi (più è capace l'auto di spostarti e più ti sposti) e più onerosi in termini di tempo e di denaro, nonché di stress. E l'auto costringe lo stesso pedone ad itinerari disegnati, a camminare su piccoli marciapiedi o a nuotare tra isole in mezzo al traffico stando attento a non essere investito. Le zone sociali delle città sono diventate "isole".

Parliamo del tempo. E' calcolato che un uomo in media dedica 1600 ore all'anno alla propria automobile. Ci sta seduto, fa benzina, la porta a revisionare, la parcheggia, la va a prendere, guadagna i soldi per comprarla, lavora per pagare l'autostrada, la manutenzione e via dicendo. Ogni giorno quattro ore delle sedici di veglia sono passate a mettere insieme tutto ciò che l'auto richiede.

La velocità. Ogni giorno una moltitudine di persone deve fare presto, anzi, prima. E tra queste alcuni hanno i mezzi per fare prima degli altri, il che pone già una questione sociale: nessuno può risparmiare tempo senza costringere gli altri a perderlo.Colui che pretende un posto su di un veicolo più rapido sta di fatto sostenendo che il suo tempo è più prezioso di quello degli altri. (Ivan Illich)
La bicicletta, invece, è democratica perchè si basa sulla forza del corpo umano stesso, ma non solo, è anche mezzo di soddisfazione. L'auto sposta le persone senza la minima fatica: manca al viaggio la soddisfazione di averlo compiuto, l'idea di "avercela fatta", la fatica per raggiungere la meta. La bicicletta impone uno sforzo e l'idea di dover raggiungere un obiettivo con i propri muscoli.

In ultima la macchina inquina, la bicicletta no. E il fatto che sembri ormai esistere una sorta di diritto ad inquinare per ogni cittadino non giustifica un bel niente: chi usa la macchina emette gas di scarico nello stesso mondo abitato da chi va solo a piedi o in bici. La bicicletta è silenziosa, la macchina inquina anche acusticamente.

Ritornare alla bicicletta vorrebbe dire fare un po' di moto, rispolverare con gli occhi e non dietro a un finestrino la nostra città, non inquinare, prenderci un po' di tempo per noi, non stressarsi, usare sempre di più le nostre biciclette vorrebbe dire liberarci, tornare liberi.
E credo sia un buon punto di partenza.

Voi che ne pensate?
Dite la vostra, come al solito, tra i commenti, oppure scrivete alla mia mail (riccardotronci@hotmail.it), partecipate a questo piccolo barcamp del gioco dei se e dei ma, e dite cosa fareste. Cosa manca all'Italia, qual è il trampolino di lancio per la primavera? Dite tutto ciò che volete, un punto su cui, secondo voi, sarebbe necessario insistere per un'Italia differente.

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lunedì 12 dicembre 2011

Solo un mondo a misura di bambino è anche un mondo a misura di adulto

Nel 1902 Lenin si chiedeva in una sua celebre opera "Che fare?". Ce lo chiediamo anche noi oggi con il nostro "gioco dei se e dei ma". Oggi ci risponde Lucio Piermarini, pediatra, tra i redattori più prolifici della rivista Uppa (Un pediatra per amico), ed autore del libro-rivoluzione sullo svezzamento "Io mi svezzo da solo!".
Qui trovate i suoi articoli on line su Uppa, e di seguito la sua risposta:




Un mondo a misura di bambino è un mondo che va bene per tutti

Lucio Piermarini



Ricevuta questa risposta mi sono detto: è vero, tutto è già incluso in queste poche parole. Dai nostri cuccioli possiamo apprendere nuovamente la lentezza del tempo, la necessità delle reti sociali, la gioia di vivere e di farlo assieme, e tutto ciò che ne consegue, che, non vogliatemene, è tutto.
Tuttavia per rivoluzionare così tanto la nostra vita serve un inizio, un calcio in culo, per cui ho chiesto a Piermarini da dove cominciare.

Intanto quello di cui ci stiamo occupando in questi giorni come associazione (ACP), e cioè che i livelli massimi tollerabili di residui di pesticidi, metalli, micotossine negli alimenti siano uguali per tutti e non più alti per gli adulti. Questo oggi avviene solo per i pesticidi.

Sarebbe un buon inizio, e l'intervento cade a puntino, vista la campagna pubblicitaria che Plasmon sta facendo per esaltare il proprio brand e mettere in cattiva luce gli altri (a ragione o torto che sia). Se è vero che siamo ciò che mangiamo, sappiamo davvero cosa mangiamo?
Voi che ne pensate?
Dite la vostra, come al solito, tra i commenti, oppure scrivete alla mia mail (riccardotronci@hotmail.it), partecipate a questo piccolo barcamp del gioco dei se e dei ma, e dite cosa fareste. Cosa manca all'Italia, qual è il trampolino di lancio per la primavera? Dite tutto ciò che volete, un punto su cui, secondo voi, sarebbe necessario insistere per un'Italia differente.

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