venerdì 27 agosto 2010

I bambini fanno... boom.

Andando a zonzo in rete, cercando materiale di interesse riguardo le banche armate, o qualsiasi movimento dei capitali italiani in materia di finanziamento all'industria bellica, sono incappato in queste bellissime e semplici righe.



I bambini giocano alla guerra.
E' raro che giochino alla pace

perché gli adulti da sempre fanno la guerra,
tu fai "pum" e ridi;
il soldato spara e un altro uomo non ride più.
E' la guerra.
C'è un altro gioco da inventare:
far sorridere il mondo, non farlo piangere.
Pace vuol dire che non a tutti piace lo stesso gioco,

che i tuoi giocattoli piacciono anche agli altri bimbi
che spesso non ne hanno, perché ne hai troppi tu;
che i disegni degli altri bambini non sono dei pasticci;
che la tua mamma non è solo tutta tua;
che tutti i bambini sono tuoi amici.
E pace è ancora
non avere fame
non avere freddo
non avere paura.

di Bertolt Brecht


E' con questa breve riflessione che vi lascio per una dozzina di giorni di meritato riposo. Se molti di voi stanno tornando al lavoro, bene, sappiate che le mie ferie iniziano oggi.
Per cui, dichiaro ufficilamente questo blog chiuso per ferie.
Ma tornerò presto, e con le stesse malsane idee nella testa, non temete.

Nel frattempo vi chiedo di segnalarmi nuove idee per la terza stagione di Riciard's, e intendo proprio tutto quello che vi bazzica per la testa, alla mia solita mail (riccardotronci@hotmail.it), e per i più volenterosi che si volessero cimentare con questo piccolo agorafobico agorà, scrivete un articolo, seguendo queste poche regole!

A presto, con le solite battaglie, la solita grinta e con rinnovato vigore.




Continua a leggere

venerdì 20 agosto 2010

Riconversione, ricostruzione, rivoluzione



Abbiamo detto che produrre armi è un cattivo investimento, o almeno abbiamo provato a dimostrarlo. Se non ci siamo riusciti ci riproveremo, ma ciò che è evidente è che si può certamente fare di meglio, che produrre mine antiuomo.Questa sopra era, un tempo, la Smi (Società Metallurgica Italiana) di Limestre, una fabbrica che pasando per le due guere mondiali, ha lavorato prodotti in metallo, senza schifarsi davanti a bombe, esplosivi vari o mine antiuomo.
La Smi viene chiusa nel 1984, dopo aver portato lavoro, case a paesi lontani dai primi centri urbani più grandi, per iniziare una nuova avv
entura nel 2003, quando prende campo il progetto Dynamo Camp: un luogo di intenso relax estivo per bambini affetti da patologie gravi e spesso croniche, un luogo dove i bambini possano scordarsi di essere malati, per ritrovare se stessi.
Una fabbrica di produzione di morte, che finisce per essere matrice di vita, propulsione di voglia di vivere.
Una riconversione intelligente, che ha previsto solo all'inizio l'assunzione di ben 300-360 persone, creando quindi nuovo lavoro dove non c'era, e sviluppando un profitto grazie alle ingentissime donazioni che superano di gran lunga i costi.Ma cos'è davvero Dynamo Camp? Lascio risponde
re la presentazione del sito:


Dynamo Camp è un Campo estivo, primo in Italia, appositamente strutturato per bambini affetti da patologie gravi o croniche in terapia e nel periodo di post ospedalizzazione. Il Campo è rivolto gratuitamente a bambini da 7 ai 16 anni.
Dynamo Camp intende offrire a centinaia di bambini l
a possibilità di riappropriarsi della propria infanzia attraverso un programma che in totale sicurezza e allegria li porti a ritrovare e acquisire fiducia in loro stessi e nelle proprie potenzialità. Il Camp prevede anche programmi specifici rivolti ai genitori e ai fratellini sani di questi bambini, coinvolgendo così tutta la famiglia che ha dovuto affrontare la delicata situazione della malattia.


Dynamo Camp fa parte dell'Association of the Hole in The Wall Camps, un'associazione non- profit che in tutto il mondo promuove e gestisce campi estivi appositamente strutturati per bambini e ragazzi affetti da patologie gravi o croniche.
Ogni Camp è una realtà a sé stante che nasce dal sogno dell' attore Paul Newman, fondatore del primo Camp negli Stati Uniti nel 1988 e che è stato da allora la forza promotrice di queste esperienze terapeutiche per bambini e ragazzi malati.

Ho una proposta da farvi. Vi ricordate quel bel trio che andava in giro a cantare roba del tipo "io non le lancio più le vostre sante bombe", definendosi LigaJovaPelù e dicendo che il loro nome era Mai Più?
Domandiamogli tutti insieme perchè non iniziano ogni concerto chiedendo lo smantellamento delle munizione cluster di proprietà del nostro esercito?
E' loro dovere morale informarsi, smettere di lanciare slogan per poi magari (suppongo) investire nei fondi parvest e cominciare a proporre cose serie.
Oppure che cantino pure, ma senza romperci più di tanto le palle con questo facile buonismo.
Diffondete e mangiatene tutti, e se potete, scrivetelo sulla pagina facebook di LigaJovaPelù, magari con un semplice: "Dormite pure voi che avete ancora sonno"




Continua a leggere

lunedì 16 agosto 2010

Cont(r)o corrente



Produrre armi può non essere etico, ma economicamente conviene. E' più o meno quello che pensiamo tutti, una sorta di luogo comune. Francesco Vignarca, a Firenze Fiera 2009 (incontro nazionale di Emergency), controbatte: Bisogna smontare questo pensiero perché è falso: l'investimento nella produzione e nel commercio di armi è economicamente sconveniente.
Lo mostrano i dati di un paio di anni fa della University of Massachusetts negli Stati Uniti: se 1 miliardo di dollari investito nella difesa crea 8.500 posti lavoro, gli stessi soldi investiti in spese mediche genererebbero 12.800 posti lavoro. La stessa somma impiegata, invece, nel settore trasporti creerebbe +19.000 posti lavoro e nell'educazione 17.000 posti lavoro.
Allo stesso modo si crede che investire denaro negli F35 (*) - cacciabombardieri che verranno assemblati in Italia - convenga perché quei soldi rientrano nelle nostre industrie, spingendo l'economia locale, ma questo è falso. E' importante che venga diffusa questa conoscenza e dimostrato, dati alla mano, che l'investimento bellico non solo non è giusto, ma non è nemmeno conveniente.
E non solo, complici i numerosissimi passaggi ed intermediazioni esistenti in una trattativa di acquisto di materiale bellico, stando sempre a Vignarca, Il commercio di armi, che rappresenta tra il 2 e il 2,5 percento del commercio mondiale, è responsabile del 50 percento della corruzione mondiale. Il punto è che quei pochi, da quel poco commercio che si ha, ottengono molto ed in modo diretto.

Vallo a spiegare all'unico partito veramente bypartisan che esiste in parlamento, vallo a spiegare alla lobby delle armi. Vallo a spiegare allo stesso ministero della difesa, che è titolare del 30% delle azioni di Finmeccanica.

Vallo a dire a La Russa, ministro della difesa in pectore, lo stesso che farebbe di tutto pur di non celebrare i partigiani ("I partigiani rossi meritano rispetto, ma non possono essere celebrati come portatori di libertà").
"Il taglio di 25 Eurofighter annunciato dal ministro della Difesa Ignazio La Russa è un 'pannicello caldo': l'Italia, infatti, spenderà nei prossimi anni oltre 40 miliardi di euro per l'acquisto di nuovi armamenti. Con uno solo dei 131 caccia F-35 (costo unitario oltre 124 milioni di euro) che l'Italia sta acquistando si potrebbero costruire 83 asili nido da 60 posti-bimbo ciascuno". Lo dichiara il Presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli che aggiunge: "Mentre l'Europa ha deciso di ridurre la spesa militare - la Merkel ha annunciato un taglio della spesa per gli armamenti di circa 10 miliardi di euro - in Italia il governo Berlusconi ha deciso di scaricare la crisi sui lavoratori e sulle famiglie".

Lo ribadiscono anche i dati raccolti nel libro "Caro Armato": All’ottavo posto al mondo per spese militari, nel 2010 l’Italia spende oltre 23,5 miliardi di euro per la difesa. Sono i costi del nuovo esercito professionale, delle missioni all’estero e dei moderni armamenti come il caccia “stealth” F-35.

Qualcuno, per fortuna, sembra essere estraneo al supermercato delle armi: Augusto Di Stanislao, che il 30 luglio 2010 ha presentato alla camera una interrogazione riguardo le operazioni di intermediazione bancarie, la mancata firma dell'Italia sulla convenzione sul disarmo delle bombe cluster, le indispensabili informazioni dovute agli investitori. In contemporanea anche una proposta di legge, per adesso segnalata con "iter da assegnare", letta una volta in parlamento, che prevederebbe lo smantellamento delle famigerate bombe grappolo.

Continua a leggere

mercoledì 11 agosto 2010

Secondo D'Alema investiamo troppo poco in armi. Come se il papa dicesse di usare anticoncezionali a volontà...


Come avrete capito dalla foto sopra, anche oggi parlo di bombe. Il primo agosto scorso, grazie alla ratifica di oltre 30 nazioni, è entrata in vigore la Convenzione internazionale che mette al bando le 'bombe a grappolo' (Convention on Cluster Munitions - CCM). Gli obblighi della Convenzione, firmata da 107 Paesi e ratificata da 38, sono pertanto diventati vincolanti a tutti gli effetti per gli Stati che vi hanno aderito: ciò significa che, oltre a smettere la produzione e l'impiego, dovranno distruggere gli stock di munizioni cluster entro 8 anni, identificare e bonificare entro 10 anni le zone inquinate da cluster, assistere le comunità affette da cluster bombs e le vittime in modo da realizzarne una piena inclusione nella società nel rispetto dei diritti umani fondamentali.

Non siate speranzosi, l'Italia non ha ratificato questa convenzione, poichè pur approvando il progetto, il ministero della difesa, già nel 2007, ha richiesto, oltre all’esiguo e sopportabile impegno di spesa per la distruzione dello stock stimato in circa 8 milioni di euro da distribuire su un massimo di 8 anni, 160 milioni per «l’acquisto di nuove armi per la realizzazione dei programmi di acquisizione di munizionamento alternativa di nuova generazione e per il mantenimento da parte delle Forze Armate delle capacità operative attualmente garantite dalle sub-munizioni cluster delle munizioni a grappolo»".

Quindi, per quanto l'articolo 11 della costituzione stia lì a dire che l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa etc etc, l'Italia non vuole smantellare il proprio arsenale di bombe a grappolo, nonostante sia improbabile l'uso di una cluster bomb come mezzo di difesa.
Stando ad alcune indagini di unimondo e di rainews24 (quando ancora la Rai si degnava di fare giornalismo) l'Italia rientrerebbe anche nel novero dei paesi produttori di cluster bombs, con due fabbriche, tra loro collegate, la Simmel difesa e la Snia bd. La Simmel, che malgrado le assonanze non produce carne in scatola, cerca di chiarire un presunto equivoco nella home page del suo sito "PUR AVENDO LA CAPACITA’ DI PRODURRE QUESTI COLPI CON CARATTERISTICHE CHE SODDISFANO I PIU’ RECENTI E RESTRITTIVI REQUISITI DI SICUREZZA INTERNAZIONALI, LA SIMMEL DIFESA CON IL NUOVO ASSETTO SOCIETARIO, INIZIATO NELL’ANNO 2000, NON HA MAI PRODOTTO NE’ TANTOMENO ESPORTATO SUDDETTE TIPOLOGIE DI MUNIZIONAMENTO." e tuttavia non permette di consultare il catalogo on line (al contrario di chi non ha niente da nascondere, come Finmeccanica o Oto Melara).




Riassumendo: l'Italia è molto probabilmente produttore e detentore nel proprio arsenale di cluster bombs e non vuole ratificare la convenzione internazionale che mette al bando le stesse.
E su tutto questo possiamo fare ben poco. Anche perchè pur votando un governo di presunta sinistra, ci si ritrova con ministro degli esteri un pazzo che da fondo agli armamenti e alle false missioni di pace e che solo pochi giorni fa se ne è uscito con la frase: "L'Italia spende troppo poco negli armamenti". Il cretino in questione ha un nome e un cognome: Massimo D'Alema. Lo stesso che secondo i polacchi è troppo di sinistra.
Tuttavia esistono strade di dissenso percorribili. Ad esempio, se qualcuno tra di voi che leggete è cliente Bnp Paribas o Bnl, dovrebbe tenere presente che questa banca non solo, come già detto, copre le operazioni di intermediazione nella vendita di armi, ma apre fondi di investimento nelle stesse.



Bnp opera sul mercato delle cluster bombs tramite fondi d'investimento e Società di investimento a capitale variabile (Sicav). Una Sicav è una società per azioni che, vendendo i propri titoli, raccoglie risorse che re-investe nel mercato finanziario: un intermediario tra gli investitori e il mercato. Il suo compito è mettere a segno investimenti fruttuosi per conto dei suoi azionisti, che sono a tutti gli effetti soci dell'azienda. Fondi e Sicav in cui investe Bnp Paribas sono molteplici, tra questi c'è Parvest. Il gruppo bancario propone ai suoi risparmiatori di scegliere questa Sicav anche sul suo sito internet. Ma nel rendiconto annuale di Parvest, che spiega agli azionisti come sono stati impiegati i loro soldi, tra le aziende in cui hanno investito i fondi si incontrano diversi produttori di bombe a grappolo. Sfogliando il rendiconto ci si accorge, per cominciare, che il fondo Parvest Global Equities possiede azioni di compagnie notoriamente produttrici di bombe a grappolo. Aziende nelle quali investono anche Parvest Uk e Parvest Usa. E questi sono solo alcuni esempi: il rapporto supera le 500 pagine e in 34 di queste compare la parola "difesa" a qualificare gli investimenti. Poi, è chiaro, non tutte le aziende che si occupano di difesa producono cluster bombs. Ma nel rendiconto è possibile individuare più volte i nomi di Lockheed Martin e L-3 Communications, due aziende accreditate come produttrici di bombe a grappolo dalle maggiori associazioni umanitarie del mondo. (da peacereporter)


Continua a leggere

venerdì 6 agosto 2010

Che banca!


Le banche, come detto nei post precedenti, fanno da agenti intermediari tra gli stati produttori di armi ed i loro clienti. Generalmente non è possibile in Italia sapere come ed in cosa investa la banca dove si sono depositati i propri risparmi, ma grazie a una legge (n.185 del 90) è stabilito che tali operazioni debbano essere approvate dal Governo, che annualmente ne da conto al Parlamento in una relazione.

Per la prima volta quest'anno la relazione 2010, riguardante l'anno precedente, non presentava la lista delle banche impegnate su questo fronte, senza addure alcun motivo di questa lacuna. Il silenzio totale, chiaramente, era l'obiettivo, visto che il mercato delle esportazioni di armi è l'unico in forte crescita in Italia.
Fortunatamente, al seguito di numerose proteste, che ovviamente Minzolini e Tg1 si sono guardati bene dal riprodurre, la lista è arrivata fino a noi, e grazie a quella possiamo verificare che:


Al vertice degli istituti di credito che forniscono servizi finanziari alle industrie armiere è il gruppo UBI Banca (Unione Banche Italiane), con 1 miliardo e 231 milioni di euro. Nel 2008 l'attività dello stesso istituto risultava inferiore ai 250 milioni
Deutsche Bank Spa (900.491.101 euro) al secondo posto; il gruppo BNP Paribas (804.649.257) insieme alle sue controllate Banca Nazionale del Lavoro (99.384.776) e Fortis Bank (44.336.472); a seguire, al quarto posto, IntesaSanpaolo (186.111.311) e la sua Cassa Risparmio La Spezia (47.251.474); al quinto Unicredit (146.632.910), e poi Commerzbank A.G. (85.446.476), Arab Bank PLC (72.247.305), Société Générale (34.208.845), e Banco Bilbao Vizcaya Argentaria (29.761.039) per concludere con alcune novità assolute, come la presenza di istituti cooperativi come Banca Cooperativa Valsabbina (5.585.447), Credicoop Cernusco sul Naviglio (5.192.149) e Banca di Bientina Credito Cooperativo (17.300)
(fonte vita.it)

E tutto questo, ovviamente, a vostra insaputa: In base ai dati che abbiamo raccolto, una persona che chiede a una banca di comprare quote di un fondo di investimento azionario o misto ha il 70% di probabilità di trovarsi poi a investire anche in società che producono armi, spiega Chiara Bonaiuti di Ires




Possiamo farci qualcosa? Possiamo provarci. Dal 2001 alcune organizzazioni si sono mosse, pianificando la campagna Banche armate, ovvero campagna di pressione nei confronti degli istituti di credito che effettuano operazioni (finanziamenti o intermediazioni) legate alle esportazioni di armi. Semplicemente leggete la lista, e se ne avete davvero voglia guardatevi ogni singola banca, (cliccate qui e poi su di ogni tabella che trovate sulla destra), e controllate se tra gli istituti di credito nominati compare la vostra banca.
Se la risposta è affermativa, scrivetele, per fare presente che come piccolo risparmiatore non approvate quel tipo di movimento. Sembra cosa da nulla, ma in questi nove anni molte banche hanno ridotto la propria azione, mentre altre hanno totalmente annullato la propria presenza nel settore.
Qua sotto trovate un fac-simile di lettera, copiatela e inviatela pure, e se volete, modificatela.

Al direttore della banca ______________________

Nella relazione 2004 che il Governo ha presentato in Parlamento sulle esportazioni di armamenti autorizzate e svolte nel 2003 (vedi allegato), e in particolare nella parte curata dal Ministero del Tesoro, ho trovato il vostro nome come banca coinvolta in operazioni connesse con l’export (legale) di armi.
Ritengo che l’attività economica e finanziaria non possa sottovalutare il suo impatto sui diritti umani.
Banche e imprese dovrebbero considerare le conseguenze sociali ed etiche delle loro azioni economiche.
Da questo punto di vista il commercio delle armi continua ad alimentare guerre e violazioni dei diritti umani in tutto il mondo.
L’Africa in particolare, pur non essendo in assoluto l’area maggiormente destinataria di forniture di armamenti, è la regione dove i traffici hanno l’impatto più grave in termini umani e materiali.
L’Italia continua ad avere un ruolo non marginale in questo mercato: è tra i primi dieci esportatori nelle vendite di armi leggere.
A quanto vedo dai dati, un ruolo cruciale nel mercato delle armi lo svolgono gli intermediari finanziari, cioè le banche.
Poiché ho un deposito presso di voi (________________________), mi trovo nella situazione per cui anche il mio risparmio alimenta indirettamente questi gravi fenomeni.
Sono pertanto a chiedere una Vostra eventuale presa di posizione che dichiarasse l’impegno a uscire da queste attività.
Riterrei opportuno, in questo caso, un’informazione trasparente ai risparmiatori sul percorso per arrivare a questo risultato.
Resto in attesa di un Vostro riscontro e di una Vostra eventuale verifica dei dati qui riportati.

Cordiali saluti.


Continua a leggere

lunedì 2 agosto 2010

La mia banca è differente. O no?



Lo ignoravo fino all'articolo scorso, ero abituato a credere che il resto del mondo ci considerasse un popolo di mangiaspaghetti-pizza e mandolini, ma la realtà effettiva è differente.
L'Italia, a quanto dicono, è riuscita a tenere le spalle alzate durante la crisi, assicurando agli investitori una maggiore stabilità rispetto ad altre nazioni. Questo è un dato di fatto ancora da confutare, poichè sono molte le persone in cassa integrazione che, probabilmente, non riusciranno a ritrovare un impiego alla fine della stessa, causando agitazioni e malcontento in alcuni strati sociali.
Tuttavia una soluzione sembra esserci, e sembra già essere stata adottata; c'è, infatti, un settore che in Italia non ha conosciuto crisi, aumentando la propria capacità di vendita negli ultimi 5 anni del 222%: il settore della armi.
Tra il 2008 e il 2009, quando tutti i settori produttivi, senza eccezioni, ripiegavano su percentuali negative (dalle quali stentano a riprendersi) l'esportazione italiana di armamenti ha raggiunto un picco del +74 per cento.

Nell'ultimo decennio, attesta il rapporto Finanza e armamenti: le connessioni di un mercato globale, elaborato dall'Ires Toscana, sono state autorizzate agli istituti di credito italiani operazioni relative a esportazioni di armamenti italiani per un valore di 15,5 miliardi di euro. Per l'esportazione, le imprese italiane si appoggiano in molti casi alle banche italiane. Nel solo 2009 gli istituti di credito del nostro Paese si sono ripartiti operazioni di incasso da vendite dell'industria italiana di prodotti per la "sicurezza e difesa" pari a 3,79 miliardi di euro, su un totale di commesse autorizzate alle aziende pari a 4,9 miliardi che, con una crescita del 61% rispetto al 2008, rappresentano il record ventennale dell'esportazione del settore.
Potrebbe essere uno dei motivi per cui le nostre banche si sono dimostrate "più solide", o no?

Secondo il Governo italiano, le autorizzazioni per la vendita di armi all'estero rilasciate l'anno scorso sono state 2.181 (trecento in più dell'anno precedente), di cui quasi 1.700 per esportazioni definitive, per un controvalore di 4,914 miliardi di euro, contro i poco più di 3 miliardi del 2008. Numeri che arrivano dalla Relazione governativa che anticipa il Rapporto sul commercio di armi della Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 2010. E Finmeccanica, nei primissimi mesi del 2010 sembrerebbe aver già raccolto ordini per 2,7 miliardi di euro.

Un mercato florido, finchè c'è guerra c'è speranza, insomma.
Basta guardare un altro menù, di una società ad oggi confluita nel gruppo Finmeccanica, la Oto Melara.



La Oto Melara mi ha sorpreso. Ne leggo la storia, e senza annoiarvi vi informo che è nata come fabbrica di armi circa un secolo fa, ed ha già alle spalle ben due conversioni in cui aveva inziato a produrre qualcosa di utile ed innocuo, come i trattori. Ma dal 1975 i coglioni devono aver ripreso a fumare, e si è ripreso a produrre armi, e badate bene, di ogni tipo. Carri armati, navi, strutture logistiche e robot.

Un vero fiore all'occhiello, tanto da meritarsi un documentario di discovery Science.
Abbiamo in Italia una pista di collaudo carri armati, già.
Che facciamo, continuiamo a chiederci perchè l'Italia è invischiata in tutte queste "missioni di pace"?




Continua a leggere