lunedì 31 maggio 2010

I furby in questo paese vincono sempre


"Non ci dobbiamo concentrare tanto sulla necessità dei sacrifici, ma rendere questi sacrifici minimi per le persone per le quali possono creare una vera differenza. (...) Bisogna cercare di equilibrare.(...) La giustizia fiscale è reale quando coloro che hanno reddito alto pagano tasse elevate, ma questo è un procedimento che deve essere accompaganto alla lotta all'evasione fiscale. Si deve guaradre alla progressione delle tasse sul reddito, anche se molti credono che questo non faccia differenza, è così che si agisce per minimizzare i sacrifici di chi ha più problemi"
(Amartya Sen a Ballarò)

Innalzamento età pensionabile delle donne a 65 anni dal 2016 (con gioia delle donne tutte),
blocco del turn over nel settore pubblico (tanto chi ci sperava in un lavoro stabile?),
pedaggi più cari sulle autostrade (con gioia di tutti coloro che lavorano fuori dalla propria città)
stipendi pubblici congelati (tanto il costo della vita in Italia è basso, no?)

Sarà un'altra manovra che verrà pagata esclusivamente dalle nostre tasche.
Loro faranno la loro parte nella recita, e ci guadagneranno un bel condono edilizio.

Sanatoria immobili - Entro il 31 dicembre 2010 i titolari di fabbricati non censiti, individuati attraverso la mappatura fotografica del territorio, hanno l’obbligo di denunciare l’immobile e farlo accatastare, così da generare un gettito fiscale. In mancanza l’Agenzia del territorio procede d’ufficio ad attribuire una rendita presunta all’immobile contestandone il valore anche in maniera retroattiva. L’accatastamento non comporta alcuna moratoria né a fini penali né a fini edilizio-urbanistici. Restano i poteri degli enti locali per la repressione degli abusi.
(da Vip.it)

I furby in questo paese vincono sempre.
Gli altri si beccano un pacchetto lacrime e sangue.





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venerdì 28 maggio 2010

Ci penso io

Marcegaglia: crescita emergenza nazionale
28 maggio, 09:34
ROMA - "La lenta crescita è per noi la vera emergenza nazionale".
(da Ansa)

Benissimo, sono pronto. Mi metto indosso il giubbotto anticazzate e mi preparo a tutto ciò che i marcegagliani industrialotti potranno riversarmi addosso una volta letto ciò che segue.



Che c'entra Marge? Quasi niente, vedremo dopo.
La crescita è un'emergenza. Chiaro, ovvio, era scritto nelle premesse.
Abbiamo impostato il sistema economico investendo solo sulla crescita, sperando che la crescita potesse essere infinita, riuscendo piano piano a rendere i ricchi più ricchi ed i poveri meno poveri.
Mi chiedo perchè non abbiamo chiesto al sistema economico di resuscitare i morti.

Il concetto di crescita trae le sue origini dalla teoria che il mondo economico sia come un organismo; un organismo si trasforma, si modifica (dal seme nascerà un albero) attraversando una fase di sviluppo; un organismo cresce.
La realtà dei fatti è che un organismo in natura nasce, cresce, si riproduce e muore, mentre "l'organismo economico" vorrebbe crescere all'infinito, cosa che porta inevitabilmente alla catastrofe.
L'economia non si sviluppa in un mondo geometrico, ma reale, motivo per cui è impossibile credere a una crescita infinita se il mondo ha risorse finite.
(Serge Latouche)

Questa crisi è stata causata da speculazioni che irrazionalmente hanno fatto crescere colossi industriali e bancari oltre le loro reali dimensioni, e vedete con i vostri occhi il risultato.
Dobbiamo correre ai ripari.
Ma quale stupido allenatore, dopo aver perso per una intera stagione, pur avendo il culo di essere riconfermato dal presidente, non modificherebbe una virgola nella tattica?

Eppure il nostro allenatore è così incapace da intravedere in frasi vecchie di quasi un secolo, rapite al diario di un dittatore, la soluzione delle soluzioni.



E' il ghe pensi mi, il lasciate fare a me che ha sempre sbandierato. E ben poca cosa sono le frasi del presidente della camera "non c'è una dittatura che ci minaccia, ma altre insidie", quali, mi chiedo? Marge Simpson ubriaca, il Trio medusa e l'orchestra napoletana di Renzo Arbore, forse.

Non ci saranno supereroi. Buona parte dei pochi che ancora credevano nella libertà di informazione se ne stanno andando, ad uno ad uno, alcuni di loro senza nemmeno aver alzato la voce finchè potevano, altri con una lettera dimissionaria. Poca roba, e facilmente contestabile da chi ha più voce, più microfoni, più attori al suo fianco.
Per cui saremo soli, noi e loro, al fischio d'inizio.
Testa o croce?


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mercoledì 26 maggio 2010

Il parlamentare che si lamentava del suo stipendio basso

"Ieri sera mia moglie, che sa che vita meno, mi ha chiesto: perché non lasci perdere? Credo si vergogni. Del resto, ieri una collega mi raccontava che in uno dei nostri circoli non c’è stato verso di convincere i presenti che i parlamentari non prendono 24mila euro al mese e 15mila euro di pensione. Lo scorso anno (redditi 2008) ho dichiarato 122.715 euro e ne ho versati al partito 55.150 mila. Il direttore della Camera di commercio del mio paesello (non di Shanghai) guadagna di più."

Se vuoi sapere chi è il piccolo povero trovatello, a quale gruppo politico appartenga...

Il povero piccolo fiammiferaio che scrive qui sopra del suo dramma esistenziale non è delle file del Pdl, nemmeno della lega. Udite udite, rullo di tamburi, a fare scempio della popolazione italiana che in parte non arriva a fine mese è Alessandro Maran, vicecapogruppo del Pd alla camera.



Il succo del suo post, che trovate qui, è: ma davvero è una cosa buona, giusta e sacrosanta infamare i parlamentari? Non si rischia di creare un totale disamoramento al suolo istituzionale del parlamento, producendo derive personalistiche? Tanto più che, per quanto sia abitudine sparare sulla "casta", "un parlamentare economicamente autosufficiente è sicuramente più libero ed indipendente nello svolgere il proprio mandato di quanto non potrebbe esserlo se avesse spesso necessità di far quadrare i propri bilanci, personali o politici" (cita lui stesso da una non ben definita legge del 1965).

Per quanto riguarda lo screditare i parlamentari, le possibili derive personalistiche e via dicendo, ok, sono d'accordo.
Ma poi, caro lei, le nostre strade si dividono, e credo sia per il semplice fatto che io, a differenza sua, vivo nel paese reale.
O forse anche perchè l'ho sentita lamentarsi per radio (a radio 24, Programma di Cruciani, "La zanzara") del fatto che lei a fine mese riesce a mettere da parte solo 5000 euro.

Solo 5000 euro. In un anno sono 60.000 euro. Bastano dieci anni e con l'aiutino di Scaiola ci si compra una casa vista colosseo niente male.

Voglio rispondere, però, anche a un'altra cosa. Nessuna legge, mi corregga se sbaglio, impone ai parlamentari di donare una qualsiasi somma ai partiti di provenienza, tanto più che gli stessi sono organizzazioni private e non pubbliche.
Quindi mi lasci dire con molta calma: non me ne frega davvero un benemerito se lei dona al partito 50.000 euro. E' un problema suo, per me se li può mangiare tutti all'osteria dietro casa, donarli al mendicante del metrò o buttarli tutti alla snai scommettendo sulla vittoria alle prossime elezioni del Pd.
Non me ne frega niente.
Quelli, per legge, sono soldi suoi, non può lamentarsi di averli donati.

donàre [do'nare]
v.tr. e intr.

vtr
dare qualcosa spontaneamente e senza ricompensa

E voglio andare avanti.
Gli italiani sono, a mio avviso, un popolo abbastanza "generoso". Generoso con un occhio puntato alla ricompensa che potrebbero trarre da un gesto, sanno, mettiamola così, investire, calcolare.
Un italiano è disposto a svenarsi per la propria salute, pagando un megaspecialista, se capisce che quella è la strategia per tirarne fuori le gambe.
Gli italiani sono disposti a pagare il miglior commercialista, meccanico, elettricista, veterinario, ciò che vuole, se sanno che il lavoro verrà fatto nel migliore dei modi.
Si guardi attorno, in parlamento. Davvero possiamo dire di stare pagando, e molto profumatamente, la crema della popolazione italiana?
Pensi un po' all'ipotesi di Renzo Bossi ministro. O alla Carfagna, già ministro.
Un italiano qualsiasi, se dovesse davvero pagare esclusivamente di tasca propria, non darebbe nemmeno uno spicciolo alla maggioranza dei suoi colleghi, preferirebbe pagare di più altre persone.
Eccezione fatta per la Carfagna, ma certo non per vederla dietro a una scrivania ministeriale.

Il problema è che da quando sono nato sento solo parlare di crisi e manovre correttive, buco dello stato e via dicendo, e questo mi fa chiedere: davvero voi siete i giusti professionisti che noi dovremmo pagare per risolvere i problemi dello stato?

Riprendo un invito vecchio un anno e chiedo a chiunque di voi legga di firmare una vecchia ma ancora valida petizione per abbassare notevolmente lo stipendio parlamentare. La petizione la trovate qui: http://firmiamo.it/riduzionestipendioparlamentare
E perchè no, diffondetela.


E lei, caro Maran, mi dia retta, non si lamenti. Che lei in tre mesi mette da parte ciò che io guadagno in un anno lavorando tutti i giorni. E non sono quello messo peggio.

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domenica 23 maggio 2010

Capaci. di ricordare.

Mi ricordo.

Mi ricordo il silenzio, incomprensibile, teso, degli occhi appiccicati al finestrino di una macchina in vacanza in Sicilia, ad osservare un cratere.
Mi ricordo l'odore di terra, di quella che mio zio chiamava "la terra che non ha mai visto il sole", tanto dal profondo era stata rivoltata fino al cospetto del cielo.
Mi ricordo l'esercito, in Sicilia, e la gente ai baracchini dei suovenir che si scusava, abbassando la testa garantendo "Non siamo tutti così, non giudicateci".








Mi ricordo il silenzio del campeggio, come se fosse una giornata qualunque, una domenica senza campionato, senza niente cui valga la pena dedicarsi.
Mi ricordo poi la televisione e i funerali di stato, mi ricordo la gente che non riusciva a sostenere la presenza dei politici davanti a quella bara, la bara di Falcone. Quello era il loro funerale, dicevano, Falcone "lo avete ammazzato voi".
sappiate che anche per voi c'è possibilità di perdono. Io vi perdono, se avete il coraggio di cambiare

Mi ricordo.
Mi ricorderò tutto.

Anche di Dell'Utri, di Cuffaro e di Mangano.



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venerdì 21 maggio 2010

Chiaro che non mettete le mani nelle nostre tasche, sono vuote.

Gentilissimo ministro Giulio Tremonti,

le scrivo per informarla che i conti non tornano.
Lo stipendio medio di un cittadino italiano (che lavori, e con un contratto stabile), viene stimato da Eurispes in 14.700 euro netti all'anno, cifra inferiore del 44% alla corrispondente inglese, e del 28% alla corrispondente tedesca.




A questa cifra vanno sottratti:
. 12 mesi di affitto, che calcolandone uno medio di 600 euro, equivalgono alla cifra di 7200 euro.
. i costi delle varie utenze, che spalmati in anno corrispondono a una cifra forfettaria di almeno 1900 euro (mantendo bassi i consumi)
. l'assicurazione di una autovettura, 700 euro (se non si sono fatti incidenti e non si chiede di essere assicurati contro furto e incendio)
. il bollo di una autovettura, 110 euro
. la benzina di una autovettura, 720 euro (limitando molto gli spostamenti)

Sottraendo i costi allo stipendio netto annuale otteniamo la cifra di 4070 euro, diviso per dodici, 339 euro.
339 euro al mese, 85 euro a settimana, per provvedere a comprarsi da mangiare, i vestiti, e non venga in testa la malsana idea di andare a cena fuori.
E che non si guasti un elettrodomestico che son dolori...

Detto questo è superfluo considerare i vostri tagli agli stipendi dei parlamentari una stronzata bestiale, che dovrebbe far arrossire di vergogna qualsiasi deputato.
Privare il proprio stipendio, equivalente a circa 16000 euro netti al mese e non all'anno (al netto dei bonus), di 1600 euro (il 10%) è una pagliacciata che fa solo incazzare.
E non solo perchè rimane un dislivello allucinante, non solo perchè facendo così vi garantite il podio dei campioni di umanità (soffriamo insieme, che c'è la crisi), ma perchè, per quanto stiate sostenendo il contrario, questa manovra la pagheremo noi.



Non ci saranno tasse. Almeno a quanto dite.
Ma ci saranno tagli alla sanità, pensionamenti bloccati e blocco del turn over.
Ovvero: se ad oggi per avere un appuntamento devo aspettare un mese, due o tre nella florida Toscana, dove il pubblico è un fiore all'occhiello che chiude i bilanci in positivo, riducendo il personale aspetterò almeno il doppio.

E non solo.
Un dipendente pubblico sanitario che ad oggi lavora un tempo normale, un turno, sarà costretto ad aumentare il proprio orario di lavoro facendo straordinari forzati (molto tassati, tra l'altro), non potendo così garantire al proprio fisico il riposo necessario a lavorare in corsia. Già ad oggi numerosi sono gli ospedali che chiedono al personale infermieristico di fare turni su turni, magari fare alcune notti di fila o di rientrare da una notte il pomeriggio seguente, senza riposo.
Le aziende sanitarie, che certo non possono pensare di lasciare un reparto senza personale, dovranno trovare i fondi da altre parti, così che è molto probabile che il materiale con cui lavoreranno i nostri medici ed infermieri sia di pessima qualità.
Che poi nessuno venga a parlare di malasanità.

E', credo, il primo vero passo per privatizzare la sanità (o è già stato fatto?) senza che i cittadini se ne accorgano. Al momento in cui gli ospedali non saranno in grado di curare e ricoverare in tempi brevi per mancanza di materiale e personale, i cittadini sceglieranno il privato, incentiveranno quel tipo di assistenza, a scapito di ciò che dovrebbe essere il nostro fiore all'occhiello, il pubblico.

Il problema è anche un altro. C'è bisogno di un po' di soldi per pagare le strutture private. E se i pensionamenti saranno bloccati, se il turn over sarà bloccato, ci saranno sempre meno persone in età lavorativa impiegate stabilmente.
Questo significa che molte meno persone riusciranno a percepire quel misero stipendio medio sopra citato, magari andando a ingrossare le fila dei cassaintegrati o dei disoccupati.

Adesso sembrerà una banalità anche a lei dire: "non toccheremo le vostre tasche", perchè vede bene, le trovereste vuote.

Se volete scrivere questa lettera, o integrarla in qualche modo, andate qui: http://www.giuliotremonti.it/email/ e speditela. Io l'ho fatto e sono ancora vivo.

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martedì 18 maggio 2010

Attenzione, premier in caduta libera

Secondo il sondaggio mensile di Repubblica, il cavaliere perde consensi, lo stesso fa il governo ed il partito di maggioranza.
Silvio Berlusconi ha raggiunto il suo apice di consenso nel 2008, quando gli italiani che si dichiaravano impressionati positivamente dal premier rappresentavano ben il 62%;

da allora è stata caduta continua, tralasciando la parentesi dopo l'aggressione in piazza del duomo a Milano, che lo ha visto risalire di 3 punti percentuali.
Ad oggi la fiducia nel presidente equivale, sostiene repubblica, al 41%.

Anche l'esecutivo perde 3 punti percentuali di fiducia. Coloro che esprimono "molta" o "abbastanza" fiducia sono ormai ridotti al 35% con un 62% di "poco" o "per nulla" fiduciosi e un 3 per cento di indecisi.

Nessuna tra le forze politiche, ormai, raggiunge il 40% di fiduciosi (non era mai successo) e tutte sono racchiuse, con scarti minimi, tra il 38 e il 32 per cento di fiduciosi. Tutte, tranne l'Idv, perdono 2 punti percentuali. Al comando, col 38% Pdl e Idv. Il Pd è al 36%, l'Udc al 35% e la Lega al 32%.

Quest'ultimo, di per sè, sarebbe un dato drammatico, la lampante dimostrazione della mancanza di alternativa. Non c'è un continuo traballare tra due forze, caratteristico di una moderna repubblica democratica maggioritaria, ma solo i "berlusconi sì" e i "berlusconi no".

Necessario si dimostra il ritorno al proporzionale, perchè il maggioritario è inadeguato quando non ci sono schieramenti degni della convinzione popolare.
Il ritorno al proporzionale, con tanto di voto di preferenza, è necessario perchè il maggioritario attuale garantisce a questi uomini deludenti la propria poltrona, rendendo quasi impossibile ad ogni forza innovatrice, come potrebbe essere Sinistra Ecologia e Libertà di Vendola, la forza di arrivare ai microfoni, alla ribalta.

C'è bisogno di un ceto politico capace di ascoltare.
Per cui noi, in attesa di vedere chi sarà tra le file del pubblico, in attesa di vedere quali orecchie prenderanno la nostra voce per farla loro, iniziamo a raccontarci.

Riciard's raccoglie l'invito di Saviano a "raccontare" e lo interpreta a modo suo, invitandovi a parlare di voi stessi, a raccontare con la vostra voce questo paese, questa vita.
Com'è vivere la vostra vita?
Descrivere ciò che siamo, confrontare il nostro quotidiano vicendevolmente è un passo veloce per non perdere di vista lo spirito di gruppo.
Scrivetelo. Com'è vivere la vostra vita? Com'è vivere una vita da professore, operaio, meccanico, ingegnere, operatore di call center, imbianchino e quant'altro?...
Se vi va di raccontare, fatelo a riccardotronci@hotmail.it (tutte le lettere saranno pubblicate)




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lunedì 17 maggio 2010

Saviano al salone del libro: Raccontare significa amare il proprio paese

-

"Raccontare in questo momento, nei momenti più difficili di un paese significa resistere, e raccontare le contraddizioni del proprio paese non significa diffamare il proprio paese, ma amare il proprio paese"








Leggiamo, ascoltiamo, informiamoci. E poi raccontiamo.
Raccontiamoci.
Com'è vivere la vostra vita?
Descrivere ciò che siamo, confrontare il nostro quotidiano vicendevolmente è un passo veloce per non perdere di vista lo spirito di gruppo.
Scrivetelo. Com'è vivere la vostra vita? Com'è vivere una vita da professore, operaio, meccanico, ingegnere, operatore di call center, imbianchino e quant'altro?...
Se vi va di raccontare, fatelo a riccardotronci@hotmail.it (tutte le lettere saranno pubblicate)

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mercoledì 12 maggio 2010

Edizione straordinaria! Un politico mantiene le promesse!

Non c'è stato bisogno di Bruno Vespa.
Non c'è stato bisogno di una scrivania.
Non c'è una cartina, e tantomeno un pennarello per scarabocchiare progetti degni dell'immaginazione di un bambino di 3 anni.


Bastano il senso delle istituzioni (non quello di Scajola), il rispetto del programma e dei cittadini, un blog, e poche parole.



Nichi Vendola ha ingranato ieri la marcia del programma con cui è stato eletto per la seconda volta a governatore della Puglia:

Ieri sono accaduti due eventi significativi per il Governo della nostra Regione e per la vita dei pugliesi. Abbiamo compiuto un passo importante per affermare il principio dell’acqua come bene essenziale e come bene comune dell’umanità: la giunta regionale pugliese ha approvato un disegno di legge per regolare il governo e la gestione del servizio idrico integrato e per costituire l’azienda pubblica regionale ‘Acquedotto pugliese - Aqp’.
La tendenza alla privatizzazione della gestione ha reso l’acqua uno degli affari più appetibili di questo inizio di secolo.
Considerare l’acqua non come una risorsa ma come una merce, è estremamente rischioso: occorre che il pubblico, inteso sia come politica-amministrazione, sia come utenza, fissi delle regole per garantire che il diritto a una risorsa così essenziale, e il suo prezzo, non sia subordinato al gioco della domanda e dell’offerta. E noi siamo andati in questa direzione.




Il secondo evento è ugualmente emblematico del modello di sviluppo a cui ambiamo e che ostinatamente stiamo costruendo. Continua la nostra battaglia contro il nucleare che reputiamo pericoloso, anti storico e anti economico: abbiamo deciso di proporre un secondo ricorso alla Corte costituzionale con cui impugniamo il decreto legislativo 31/2010, ovvero il provvedimento che disciplina la localizzazione, realizzazione ed esercizio di impianti per la produzione di energia nucleare sul territorio nazionale.


E noi? Possiamo forse rimanere con le mani in mano?
Aiutatemi a scrivere nuove pagine del Vademecum dell'antiberlusconiano!


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venerdì 7 maggio 2010

Il giardiniere dell'economia, Serge Latouche, parte 2

(...continua dalla prima parte)


Tra le due strade grandi che l'uomo può percorrere c'è un piccolo sentiero, una strada di speranza, quella della DECRESCITA.
"Decrescita" è di per sè uno slogan provocatorio, per fare pubblicità a un movimento di idee nel periodo più intriso di studio della comunicazione che l'uomo abbia affrontato. Con il termine decrescita non si parla di far decrescere, ma di mostrare l'amoralità della crescita.



Allo stesso tempo sono molte le cose che devono crescere: la gioia di vivere, la qualità dell'acqua, la qualità dell'aria...
Se si volesse essere esatti dovremmo forse parlare di a-crescita, ovvero di ateismo della crescita, di totale mancanza di fede nell'economia come religione.
La decrescita è un progetto politico, radicale e rivoluzionario: si tratta di rompere con l'unidimensionalità dell'economia, al fine di ritrovare la pluralità, la politica.
Ai famosi circoli virtuosi degli economisti, che si erano ricordati di tutto tranne che di due variabili, la natura ed il sud del mondo, opponiamo un programma politico, un circolo di 8 erre.

Rivalutare il nostro modo di vivere, elaborando un differente atteggiamento nei confronti della natura e del contesto in cui ci inseriamo. Da predatori a giardinieri.
Riconcettualizzare la visione attuale del mondo e di conseguenza tutto il vocabolario che ci è stato sottratto, ricominciare a dare alle parole i propri significanti e concetti, poichè una posizione "rivalutata" impone una riconcettualizzazione.
Ristrutturare l'apparato produttivo e i rapporti sociali al cambiamento dei nuovi valori.
Ridistribuzione delle ricchezze. Non allarmatevi, nessuno vi chiede donazioni, vi si chiede solo di "prelevare meno" dall'insieme delle risorse: cominciamo capendo cosa acquistiamo, se ha a che vedere con il continuo depredamento del sud del mondo. Mettere fine a questo continuo saccheggio sarebbe, oltre che norma, già una redistribuzione. Basti pensare che le tre persone più ricche al mondo detengono ricchezze come le 700 milioni di persone di tutta l'Africa Subsahariana messe insieme, oppure anche semplicemente che le popolazioni occidentali, da sole, spendono l'80% delle risorse globali. Se tutti consumassero come un italiano, che non è nemmeno in cima alla lista dei predatori, ci vorrebbero più di tre pianeti.
Rilocalizzare cioè produrre in massima parte a livello locale, e acquistare in massima parte ciò che è locale, per evitarne l'impatto ecologico e sociale e per avere il controllo visivo su ciò che si acquista.
Ridurre il nostro impatto sulla biosfera, rivedere i nostri modi di produrre e consumare.
Riutilizzare/Riciclare due parole che parlano da sole.

Per essere più concreti, come spesso si chiede ai teorici, Latouche aveva delineato un breve programma per le elezioni presidenziali francesi del 2007, come se si dovesse candidare, articolato in dieci punti.



1 ritrovare una impronta ecologica sostenibile, che non significa ritornare all'età della pietra, ma di limare gli sprechi interni al sistema. Basta pensare che lo yogurt, da essere fatto col latte preso dalla fattoria sotto casa, oggi per arrivare sulla nostra tavola attraversa in media 9000 chilometri.
La globalizzazione ci ha portati a creare un mondo di trasporto globale, dove ogni giorno tra Francia e Italia si incontrano 8000 camion per portare oltre confine l'acqua san pellegrino da una parte, e quella evian dall'altra.
E' necessario consumare e produrre meglio, anzichè meno.
2 ridurre i trasporti, che sono responsabili al 30% dell'effetto serra.
3 rilocalizzare
4 restaurare l'agricoltura contadina, abbandonando ad esempio i pesticidi chimici, favorendo chi lavora la terra, che ad oggi è una percentuale bassissima, attorno al 3%
5 trasformare i guadagni di produzione in riduzione di orario di lavoro. E' dai tempi di Marx che si sostiene che, grazie all'intervento delle macchine si potrebbe lavorare 60 volte meno, ed invece si lavora troppo, e quando non si è nell'orario lavorativo, si vive in quello che è chiamato il lavoro fantasma (trasporti, burocrazia...)
6 favorire la produzione di beni relazionali come il sapere, l'amicizia, l'amore.
7 ridurre lo spreco di energia, è possibile farlo di almeno 4 volte tanto.
8 restringere lo spazio pubblicitario
9 riorientare la ricerca scientifica
10 riappropiarsi del denaro che è un bene comune, non appartenente ai banchieri. Se contrastassimo il loro potere potremmo affrontare anche esperienze differenti, di moneta locale, ad esempio.
Ho pensato a come sarebbe andata se mi fossi candidato e avessi vinto. Sarei stato assassinato nel giro di un anno, dice ridendo.

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giovedì 6 maggio 2010

Serge Latouche il giardiniere dell'economia, parte 1

Il piccolo teatro è gremito, anche se non sono molti i volti giovani. Nella luce teatrale del palco Serge Latouche inizia a parlare un italiano musicale, pregno di francesismi, e conduce con la sua voce tutti i passeggeri attraverso un viaggio all'interno del mondo economico, del nostro mondo, usando parole semplici, conviviali.
Come se fossimo tutti attorno allo stesso tavolo, dopocena, a parlare.


Porto sempre con me questo piccolo libretto rosso, che è del più grande teorico di tutti i tempi: Woody Allen. Woody Allen in un suo aforisma dice:

"L'umanità si trova oggi ad un bivio. Una via conduce alla disperazione, l'altra all'estinzione totale. Speriamo di avere la saggezza di scegliere bene."


Le due strade che abbiamo oggi sono: crescita con crescita e crescita senza crescita.
Il concetto di crescita trae le sue origini dalla teoria che il mondo economico sia come un organismo; un organismo si trasforma, si modifica (dal seme nascerà un albero) attraversando una fase di sviluppo; un organismo cresce.
La realtà dei fatti è che un organismo in natura nasce, cresce, si riproduce e muore, mentre "l'organismo economico" vorrebbe crescere all'infinito, cosa che porta inevitabilmente alla catastrofe.
L'economia non si sviluppa in un mondo geometrico, ma reale, motivo per cui è impossibile credere a una crescita infinita se il mondo ha risorse finite.


Dal 1700 in poi, passando per Adam Smith ed il suo sogno utopistico si è creduto a quello che viene chiamato "effetto di diffusione" secondo il quale grazie alla crescita continua, i ricchi sarebbero diventati più ricchi ed i poveri meno poveri.
Grazie all'invenzione delle macchine e alla sovrapproduzione si sosteneva che anche i poveri (occidentali) avrebbero potuto comprare di più, teoria che a lungo andare causa il sottoconsumo, che è a sua volta fondamento delle crisi decennali ripetute.

E' nel secondo dopoguerra che si crede di aver trovato la soluzione nella società dei consumi: si creano le condizioni di una società infelice ed insoddisfatta in modo da poter creare il desiderio di ciò che si vuole pubblicizzare. E' una società killer, in cui anche i disoccupati, grazie all'infernale macchina del credito, si trovano a spendere soldi che non hanno.
E' la società attuale, in cui tutto si compra e si butta, senza avere il minimo pensiero del "riparare". Si buttano di materiali che contengono metalli preziosi, come i cellulari, gli stessi metalli preziosi per cui vengono fatte guerre, come in Congo, ad esempio.
Ogni mese 800 camion partono dagli Usa stipati di computer buttati via, per scaricarli in Nigeria, dove inquinano le falde acquifere o, al minimo, occupano lo spazio dove i bambini giocano.
Grazie a questo tipo di impostazione di società ogni giorno scompaiono dalle 50 alle 200 specie viventi: alcune scompaiono ancora prima di essere scoperte. Si tratta, di solito, di batteri, ma alle volte si parla anche di specie più conosciute come le api. L'uomo può essere una di queste specie.




Dal 2007 abbiamo imboccato la via della crescita senza crescita, una sorta di società lavorativa senza lavoro, piena di disoccupazione e priva di risorse. Una situazione che può essere gestita per lungo termine solo da un potere dittatoriale molto forte, che non debba giustificare il perchè i ricchi vanno a giro con il Suv mentre molte persone vivono in povertà.
Esistono piani che parlano di cancellare nove decimi della popolazione mondiale, al fine di asservire i nove decimi del rimanente, in una parola: ecofascismo.
E non sono teorie così lontane, basti pensare alla continua e sempre più imponente militarizzazione delle nostre civiltà.

Tra le due strade grandi che l'uomo può percorrere c'è un piccolo sentiero, una strada di speranza, quella della DECRESCITA.
"Decrescita" è di per sè uno slogan provocatorio, per fare pubblicità a un movimento di idee nel periodo più intriso di studio della comunicazione che l'uomo abbia affrontato. Con il termine decrescita non si parla di far decrescere, ma di mostrare l'amoralità della crescita.
Allo stesso tempo sono molte le cose che devono crescere: la gioia di vivere, la qualità dell'acqua, la qualità dell'aria...
Se si volesse essere esatti dovremmo forse parlare di a-crescita, ovvero di ateismo della crescita, di totale mancanza di fede nell'economia come religione.

(continua...)

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martedì 4 maggio 2010

Ogni tanto qualcuno si dimette senza tirare dentro l'amore che trionfa

"(...) Io mi devo difendere. Per difendermi non posso continuare a fare il ministro come ho fatto in questi due anni, credo che su questo anche voi siate buoni testimoni. (...) Un ministro non può sospettare di abitare in una casa pagata in parte da altri"

Nell'indecenza che sembra inghiottirlo, Scajola prova ad avere un'uscita da persona con un minimo di razionalità ancora intatta. Fa il finto tonto e si leva di torno.

Al suo posto Berlusconi avrebbe dichiarato guerra ai soliti giudici comunisti, ai giornali della sinistra e probabilmente avrebbe cominciato una nuova campagna contro le agenzie immobiliari, simbolo da sempre dell'avanguardia stalinista in Italia, ultimo avamposto delle forze del male contro le sue angeliche schiere.




Scajola, almeno, non ci ha messo davanti alla dicotomia male-bene.
Non ne ha il coraggio, la faccia tosta, non saprei.

Ma la notizia è un'altra.

Roma, 4 mag. (Adnkronos) - ''Il ministro Scajola ha assunto una decisione sofferta e dolorosa, che conferma la sua sensibilita' istituzionale e il suo alto senso dello Stato, per poter dimostrare la sua totale estraneita' ai fatti e fare chiarezza su quanto gli viene attribuito. Al ministro Scajola va l'apprezzamento mio e di tutto il governo per come ha interpretato il ruolo di ministro dello Sviluppo economico in una fase difficile e delicata che, anche grazie al suo contributo, l'Italia sta superando meglio di altri Paesi''

A quanto pare il capo ha dimostrato gratitudine per la decisione presa dal suo ministro. E allo stesso tempo dimostra di non averne la stessa "sensibilità istituzionale" ed "alto senso dello stato".


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domenica 2 maggio 2010

Ovvio che Ansa non ne parli

Leonardo divorzia ufficialmente dal milan e dal suo patron Berlusconi.
Bersani gli propone un patto repubblicano per le riforme.




Anche quest'anno Freedom House ha pubblicato il suo rapporto circa il grado di libertà dei cittadini delle nazioni del mondo. L'Italia nella classifica è nominata al 72esimo posto, dopo Suriname, Trinidad de Tobago ma anche Israele, Grecia e Cile.
Scrive Freedom House: heavy media concentration and official interference in state-owned outlets continues to hold Italy at Partly Free.
In italiano, su Reuters, dichiarano: "Il ritorno al potere di Berlusconi nell'aprile 2008 gli ha permesso nuovamente di poter controllare fino al 90% delle emittenti televisive nazionali, mediante gli sbocchi alle (televisioni) pubbliche e le sue partecipazioni ai media privati", dice l'edizione del 2009 commentando la realtà italiana e ricordando come "il primo ministro sia il principale azionista di Mediaset, del principale editore nazionale Mondadori e della più grande concessionaria di pubblicità Publitalia."

Ovvio che su Ansa non se ne parli, ci sono cose ben più importanti, oggi, come "a rischio gli spaghetti con le telline".
Volete una stampa più libera?!





Sembra ancora molto lontano il momento in cui il Pd chiederà a gran voce una riforma sul conflitto di interessi, è paradossalmente Bocchino, ieri, a sollevare il problema: «Se vogliamo fare un codice etico per cui con la Rai non possono avere nulla a che fare i parenti fino al sesto grado di chi siede in Parlamento, io - dice Bocchino sarei d'accordissimo: però il maggior colpito sarebbe Berlusconi, che è il maggior beneficiario insieme ai sui figli».
E continua: «È vero che mia moglie ha contratti con la Rai per diversi milioni, in quanto titolare di una società che produce fiction, vendendole anche alla Tv pubblica. Fanno altrettanto le società della famiglia Berlusconi, che sono infatti i primi fornitori della Rai» dice Bocchino. «Mia moglie - spiega l'esponente del Pdl - fa quello di mestiere, e i prezzi indicati dall'articolo sono quelli di mercato. Ricordo che l'ho conosciuta nel '93, e che lei già nel '90 aveva prodotto due documentari firmati da registi importanti per la Rai, in occasione dei Mondiali di calcio».
( da il Messaggero)

E dire che alcuni giornalisti dissanguano insensatamente le proprie penne e tastiere per difendere l'ordine, a fronte di quel guazzabuglio in rete, oscuro e vulnerabilissimo che noi ci sforziamo di interpretare.
Internet è un vuoto, la carta stampata un pieno. Ricordate?


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