lunedì 30 novembre 2009

Il Palmiro della sera # 1








Palmiro ci terrà compagnia saltuariamente con qualche striscia, in occasione dell'uscita del suo nuovo libro, e vi posso assicurare che è compagnia
molto gradita ;)
Sauro Ciantini sarà con noi a breve per una intervista al camino, ovvero una intervista in diretta mezzo chat, in cui potrete intervenire tutti, ma dico proprio tutti ;)













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Una buona occasione per una stella...(Mariastella)



A forza di riforme del c@@@o la Gelmini è rimasta incinta...

Continuerà a lavorare, a fare le riforme, continuerà a mettere le mani (di forbice) ovunque, ha detto, non è un problema, già molte mamme in Italia si sdoppiano, ha detto.
Ebbene, io caro ministro, credo nelle buone occasioni, e credo che siano da sfruttare appieno.
E questa, caro ministro è molto di più che una buona occasione.

E' l'occasione per imparare cosa significhi fare la madre e lavorare, appunto.
Per poi magari pensarci anche un attimino di più nei palazzi, anzichè lasciare gli incartamenti sulle pari opportunità a una gnocca da calendario.

E' l'occasione per valutare appieno la sua riforma della scuola.
Inserendo il suo futuro figlio tra i banchi delle scuole pubbliche, dove le cartine geografiche segnano ancora la Jugoslavia e i laboratori di biologia sono stanze prive di una qualsiasi attrezzatura.
E' l'occasione buona per dimostrare a noi tutti che lei crede davvero in ciò che ha fatto, a scapito addirittura del suo unico figlio.

La attendiamo tra sei anni, ministro.
Vediamo dove studierà suo figlio.
Sarebbe curioso se si ritrovasse dall'altra parte della barricata.
Quella dove il suo palazzo si fa sentire con la pesantezza dei manganelli, e non con quella della cultura.



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domenica 29 novembre 2009

Via di uscita, Corrida #54

L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.


.54

Il Big Boss dormiva a circa due isolati dal nostro alloggio, abbastanza lontano da non potersi rendere conto in tempo della nostra fuga. Viveva in una villetta stile coloniale, di quelle tipiche del nord america, di quelle che contestualizzano la totale mancanza di meriti storici e culturali alle spalle di questa popolazione.
Le guardie di McCowan, invece, avevano una sorta di ufficio e dormitorio proprio vicino alla nostra stamberga. Giocavano a carte fino a tardi, bevevano ed urlavano, alle volte arrivando alle mani. Talvolta,a ripensarci oggi, sembrava di essere i protagonisti sfigati dell'ultimo film di Sergio Leone. Solo che non c'erano sigari, e nemmeno un Clint Eastwood pronto ad aiutarti per buon animo.

Eravamo svegli entrambi, io e Felipe. Ci guardavamo negli occhi a vicenda, l'uno ad aspettare un cenno dell'altro, entrambi consapevoli che ci saremmo alzati solo con il silenzio ed il sonno delle guardie.
Fu questione di attimi, o di ore.
La notte sprofondò nel silenzio, e lo fece in maniera talmente improvvisa che non me ne accorsi, seguitando a svolgere il filo dei miei pensieri per qualche minuto.
Felipe mi guardò, facendomi un cenno con la testa.
Di tutta risposta mi alzai, molto lentamente, attento a non svegliare nessuno, lo tirai su con tutta la mia forza per le braccia, e solo allora, misurando il mio sforzo esagerato, capii quanto fosse diventato esile.
Lo abbracciai, gli sussurrai due parole all'orecchio, e ci incamminammo verso la notte.
Avevo ricavato un bastone dal manico di un piccone che era poggiato in angolo nel nostro dormitorio, e lo tenevo come una mazza da baseball, pronto ad ogni angolo a sferzare un colpo.
Felipe mi seguiva, esitante, con il respiro gonfio in gola, tenendo una mano sulla mia spalla, per non perdermi.

Il buio era molto fitto, e successe che nei pochi metri che ci separavano dall'uscita, inciampai in un qualcosa di latta. Un cane vicino si mise ad abbaiare, svegliandone un altro e un altro ancora. Nel giro di qualche istante l'intero isolato era percorso dai latrati, e finì che una guardia si svegliò, con tutta l'intenzione di farla pagare cara a chi aveva interrotto il suo sonno.
Furono brevissimi istanti, vidi gli occhi impauriti di Felipe farsi simili a quelli dei gatti chiusi in un vicolo cieco, sentii le tempie iniziare a pulsare, e scorsi un piccolo fiotto di luce aumentare di secondo in secondo col bruciare dello stoppino.
Feci appena in tempo a chiedere a felipe se si sentiva in gradi di correre, che una voce rauca e gonfia sorprese il sonno del dormitorio Chi cazzo è stato. Se lo becco giuro che lo ammazzo, giuro che lo ammazzo.
Le guardie di Big Boss erano più che mai decise a fare festa.

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sabato 28 novembre 2009

Erano altri tempi. Una ragazza quando era lontana, era lontana...




Forse erano tempi differenti.
Internet era un insieme caotico di pochi e quasi inutili siti costruiti con una grafica agghiacciante.
Le distanze erano quelle reali, e non virtuali.
Se penso ai miei anni di liceo, erano anche tempi di innamoramenti fugaci al mare o sulla neve, ed in entrambi i casi, di ragazze lontane.
Ragazze che non potevi sentire con skype, che non trovavi su msn, e che non avevano il cellulare.
Una ragazza, quando era lontana, era lontana.



Erano i tempi in cui lo zaino poteva essere vuoto, ma il diario era sempre presente, pronto per essere prestato nelle mani di compagni e compagne, ansiosi, magari, di leggere le dediche che avrebbero lasciato. Specie le compagne.
E scorrendo quelle pagine, una costante illuminava lo sguardo e lo spirito adolescente di due compagni di banco: Palmiro.
Palmiro, l'anatroccolo brutto e nero, divenne il nostro pre
ferito anti eroe: noi studentelli sbarbatelli che amavamo il Brizzi di Bastogne e i Ramones, che non perdevamo di vista il romanticismo sfrenato, ritagliavamo le frasi, ridisegnavamo l'anatroccolo ovunque, lo sentivamo alleato nelle nostre scorribande.
Palmiro nelle sue storie di lettere aspettate con gioia e timore da ragazze lontane, e sempre con il solito finale disperatamente negativo e romantico, parlava un po' di noi.
Palmiro ha segnato più di un banco del nostro liceo, e ben più che un diario e una lettera.

Oggi.
I tempi cambiano, adesso c'è internet ed invece che scrivere sui diari degli altri mi ritrovo a scrivere su di un blog.
C'è skype, c'è msn, ci sono una infinità di modi virtuali di raggiungere qualsiasi posto e persona si voglia.
Tuttavia per i romantici come me, quando una ragazza è lontana, rimane lontana.
E Palmiro rimane Palmiro.


Per cui non importa che tempo sia, quanti anni abbiate, a quale tipo di generazione o inseminazione culturale apparteniate, sono certo che si nasconde un piccolo Palmiro in ognuno di voi. Ed è un buon motivo per non rinunciarne ad adottarne uno.
Uno?
Due. Dieci. Cento.
Voglio dire, regalatevi e regalate un Palmiro per Natale.
Adottate un Palmiro per Natale...
L'hanno già comprato in tanti e tutti hanno riso ininterrottamente per 5 minuti esatti. Uno per 5 minuti e 32 secondi. Uno, invece, non ha riso. Ma ha detto che sarebbe andato a comprarlo appena possibile.

Il nuovo libro di Sauro Ciantini, "My name is Palmiro", lo trovate qui, potete comprarlo comodamente da casa, ed il bello è che non pagherete spese di spedizione...
Ancora qui?
Che aspettate?

Beh se non siete convinti potete sempre rimanere qui nei dintorni. E vedere se Sauro Ciantini stesso riesce a Palmirizzarvi...







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venerdì 27 novembre 2009

Scacco Matto in tre mosse



Il primo passo è far capire chi comanda.

La gente marcia per le strade.
La gente marcia per le strade compatta e unita da gridi e tamburellare di caschi sull'asfalto.
La gente marcia, compatta, e il Re si permette di non ricevere, di non ascoltare.
La gente marcia compatta, ognuno accanto alla sua vita fatta di problemi quotidiani, chiede di essere ascoltata, e il Re manda la polizia a reprimere.



Il secondo passo è demolire i poteri contrastanti

«Con questi magistrati non si può andare avanti, ora occorre cambiare passo». Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non recede dai suoi propositi di riforma del sistema giudiziario italiano e nella riunione dell'ufficio di presidenza del Popolo delle Libertà illustra ai massimi dirigenti del partito le sue intenzioni riguardo al rapporto tra politica e giustizia e ai cambiamenti che il governo vuole apportare nella celebrazione dei processi in Italia. Berlusconi, secondo fonti di stampa, avrebbe parlato anche di «una vera e propria persecuzione giudiziaria» nei suoi confronti, «che porta il paese sull'orlo della guerra civile». Il premier avrebbe menzionato espliciti tentativi di far cadere il governo da parte di componenti della magistratura, nell'ambito di una «deriva eversiva» di una parte delle toghe e ha puntato il dito anche contro alcuni programmi Rai, accusati di imbastire sempre «processi al governo». (da il Sole 24 ore)

e se non fosse ancora chiaro, rileggetevi quello che scrivevo pochi giorni fa cliccando qui.

il terzo passo è demolire le correnti all'interno del movimento, creando un solo, unico pensiero, il proprio:

Sulle riforme, la giustizia, l'immigrazione e tutti i temi caldi oggetto di dibattito politico interno al partito, precisa Berlusconi, le decisioni si prendono a maggioranza «e chi non le rispetta si pone al di fuori». (da il Sole 24 ore)

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giovedì 26 novembre 2009

La lettera che invierò a Bersani


Quella che viene sotto è la lettera che invierò a Pierluigi Bersani.
Vi chiedo di correggerla, di aggiungere parti secondo voi mancanti, e soprattutto di segnalare la vostra presenza, la vostra firma.
Basta che la lasciate tra i commenti, ma scrivetelo, non considererò un commento come adesione, voglio nettamente scritto tra i commenti o per mail che desiderate firmare questa lettera, voglio il vostro nome e cognome, e altri dati (cap ad esempio) se li riterrete opportuni.

Vi chiedo di fare girare questa lettera, tra tutte le mani e penne possibili.
Buona lettura, e correzione ;)


Gentilissimo Pierluigi Bersani,
gentilissimi presso la direzione centrale Pd,

siamo un gruppo di cittadini e cittadine, di blogger e frequentatori della rete, che vorrebbe da lei e dal suo indirizzo politico un movimento differente, una azione e una lettura discontinue rispetto al passato.

Cogliamo l'occasione della sua elezione a segretario del Pd, e quindi futuro candidato premier, per avanzarle alcune proposte, scaturite da un ampio dibattito e confronto che è stato portato avanti all'interno della rete per un anno.
Ci siamo confrontati tra cittadini, di qualsiasi sesso ed estrazione, sulla questione delle pari opportunità, ognuno con il desiderio di vedere qualcosa di finalmente tangibile in tale direzione.

Tale desiderio scaturisce dalla semplice e banale considerazione che conosciamo bene un mondo governato dal maschilismo, o comunque "a sesso unico", un mondo dove la povertà è un difetto, dove la ricchezza è un pregio, dove non è possibile pensare con quiete al futuro dei figli, dove non esistono strutture, sogni, meritocrazia. Dove il più debole perde sempre, dove la donna prende forma nell'immaginario maschile come velina, come presenza conturbante e non come essere pensante.

Lei saprà che le donne rappresentano solamente il 27% dei quadri dirigenziali di questo paese.
Il dato scende se si considerano solo le amministrazioni pubbliche di due punti: 25%. E questo nonostante le donne rappresentino il 52,7% dei dipendenti pubblici (dati Eurispes)

Ci siamo chiesti se una maggiore attenzione alla questione delle pari opportunità, se il semplice cercare di combinare due pensieri differenti in una differente idea di nazione e governo potesse essere la soluzione. Ovvio che non abbiamo risposte alla domanda appena rivolta, ma solamente il desiderio di vederla affrontata in maniera tangibile.
Vogliamo maggiore presenza femminile nelle file della direzione politica e governativa, vogliamo che anche il pensiero femminile possa essere esposto ai piani alti di questa democrazia.

Crediamo che questa presa di posizione sia indispensabile, crediamo che la forza che si definisce progressista in questo paese debba farsi carico di questa battaglia.

Per questo le chiediamo:

. di inserire all'interno del regolamento del PD quote rosa ed azzurre per i quadri dirigenziali, espresse entrambe nella percentuale del 50%. La parità assoluta equivale alla mancanza di percentuali, ed è l'unica reale democrazia. Inoltre, ammettendo la partecipazione femminile in eguale misura a quella maschile nei ruoli decisionali, si ammette l'inadeguatezza delle quote rosa parlamentari, decretando di fatto un salto in avanti visibile e reale nei confronti delle forze conservatrici.

. nel caso di vittoria delle prossime elezioni da parte del Pd, una equa distribuzione dei ministeri, attribuendone rispettivamente il 50% a politici di sesso maschile ed il 50% a politici di sesso femminile.

Certi della sua lettura, speranzosi in una sua risposta, la salutiamo calorosamente,
lasciandola alle illuminanti parole di Giorgio Gaber:

"Secondo me la donna e l'uomo sono destinati a rimanere assolutamente differenti. E contrariamente a molti io credo che sia necessario mantenerle se non addirittura esaltarle queste differenze. Perché è proprio da questo scontro-incontro tra un uomo e una donna che si muove l'universo intero. All'universo non gliene importa niente dei popoli, delle nazioni. L'universo sa soltanto che senza due corpi differenti e due pensieri differenti non c'è futuro".

Riccardo Tronci, autore di Riciard's

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mercoledì 25 novembre 2009

Mo' son cazzi


Chi rompe paga, e si siede al governo
(Leo Longanesi)


Continuo a parlare arabo, nel silenzio dei social network e di molti siti.
Stranamente ne parla anche l'Ansa, oggi, come scossa da un tremito di libertà di stampa.
Deve essersi ammalata di febbre suina, non trovo altre spiegazioni.

Riprendendo da dove avevamo lasciato, è aperta guerra di numeri tra Anm (associazione nazionale magistrati) e Angelino Alfano, senza esclusione di colpi: grazie alla norma sul processo breve, secondo i primi, andrebbero a veline tra il 10 e il 40% circa dei processi penali pendenti, mentre secondo il ministro l'1%.
Se non ci credete leggetelo coi vostri occhi, c'è questa disparità di cifre.

Il Csm, ovvero il Consiglio Superiore della Magistratura, sottolinea il dato fornito da Anm: verranno prescritti il 40% dei reati pendenti.

Gianfranco Fini prende posizione, o meglio dice un qualcosa di interpretabile come critica stridente, ma non va nello specifico: "Credo si possa discutere sul fatto che i processi devono essere definiti in tempi ragionevoli, ma deve essere chiaro che questa non è la riforma della giustizia".

Tuttavia, ad essere sinceri, non c'è da preoccuparsi se il 40% dei processi penali in corso va a escort. C'è di peggio.
Il problema del futuro sta nel fatto che (come comunica l'Anm):

"E' ormai evidente il rischio, anzi, la certezza, di una vera e propria paralisi della giurisdizione, che si traduce nella abdicazione dello Stato al controllo del territorio, e alla tutela della sicurezza dei cittadini, in zone segnate dalla pesante presenza della criminalità organizzata e mafiosa, e della delinquenza diffusa.
A fronte della situazione creatasi negli uffici giudiziari più esposti, le proclamazioni di intento di abbreviare i tempi del processo e di rafforzare la lotta al crimine appaiono prive di ogni credibilità.
Alcuni uffici giudiziari del Sud sono ormai completamente carenti di magistrati. In altri uffici, sia al Sud che al Nord, le scoperture di organico sono superiori al 60%.
In un avamposto della lotta alla mafia come Palermo mancano ben 16 pubblici ministeri.
A fare le spese di questa situazione saranno, come sempre, i cittadini onesti."

Non c'è molto da commentare.
Posso, però, chiudere con le lacrime agli occhi ripensando ad un grande uomo, che ha lasciato le sue impronte di gigante su questa terra, che mai gli ha portato troppo rispetto.

"Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d'accordo."
Paolo Borsellino

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martedì 24 novembre 2009

Strano. Non ne parla nessuno.



ROMA (Reuters) - Dal 10 al 40% dei processi penali rischiano di chiudersi prima della sentenza se entrerà in vigore il ddl sui processi brevi. (...) Per quanto riguarda i processi civili, l'effetto della legge rischia di essere "devastante" con una percentuale di prescrizioni di processi che raggiungerebbe il 46%.
(...) A Milano terminerebbero i processi Telecom, Santa Rita, Mills, Mediaset, Parmalat 2 (già prescritto), Bnl-Antonveneta"...
A dire il vero non volevo parlarne.
Pensavo, chissà in quanti ne hanno già parlato, chissà quanti hanno già espresso la mia opinione, o una comunque molto simile alla mia. E invece.

Non ne parla nessuno, oggi.
Non ne parla Gilioli di piovono rane.
Non ne parla la home di ok notizie.
Non ne parla Gad Lerner sul suo blog.
Non ne parla Travaglio su voglioscendere, anche se scrive ugualmente di berlusconi.
Se fossi in un paese reputato normale uscirei di casa a urlare, indignato.

E invece, eccomi qui, in compagnia del foglio bianco del blog.


Per cui mi trovo nel difficile compito di illustrare la questione.
Difficile e ingrato.

Facciamola molto breve, come lo saranno i processi, che tanto la sapete tutti, e chi non la conosce è solo perchè non ha voluto proprio mai informarsi: il Lodo Alfano è stato giudicato incostituzionale e il nostro super eroe Silvio sta cercando il modo di farla franca, prima che il processo Mills lo chiami ai doveri di cittadino obbligato a sottostare alle leggi.

Comportamento che non gli si confà.
Infatti ordina ad Angelino Alfano un altro tipo di Lodo, della serie:
"Aho, me mettono dentro, fai qualcosa!"
"Che devo fa'?"
"Nun lo so, fai qualcosa, depenalizza i reati, penalizza i reattori, attizza la pena, fai quaRcosa!"
"Ah no, Silvio, io nun me espongo più"

Detto questo e presosi un vaffantasca viene invitato Ghedini, che l'impegno ce lo mette, ma proprio non ci arriva. Anni e anni a difendere un uomo dato colpevole 1:1 dai bookmakers londinesi non facilitano il compito di inventare una tattica che non si sia già usata in uno dei 1987 processi vissuti alle spalle dello stesso cliente.
Per cui anche Ghedini si piglia un vaffanculo, e Silvio ritorna da Alfano chiedendogli di fare qualcosa altrimenti mette tutta la sua famiglia nei blocchi di cemento che servono per fare il ponte sullo stretto.

Ecco, domani presenteranno al senato la norma sul processo breve, che come avete letto in cima salverebbe il culo a un bel po' di gente, tra cui Silvio.

Intendiamoci, NON è una norma salvapremier, ci mancherebbe.



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lunedì 23 novembre 2009

Mi consenta, Io rock


"Il direttore di Rolling Stone, Carlo Antonelli, ha così motivato la scelta nel suo editoriale: "Ciò che conta, per noi, dovendo ogni dicembre eleggere una rockstar dell'anno, è che quest'anno la votazione sia avvenuta all'unanimità, per evidenti meriti dovuti a uno stile di vita per il quale la definizione di rock&roll va persino stretta. I Rod Stewart, i Brian Jones, i Keith Richards dei tempi d'oro sono pivellini in confronto. La 'Neverland' di Michael Jackson è una mansardina in confronto a Villa Certosa, e via così. Siamo ben fuori dal dispensare giudizi da destra o da sinistra. Siamo solo osservatori che constatano ciò che è avvenuto e avviene ogni giorno. I comportamenti quotidiani di Silvio - prosegue Antonelli - la sua furia vitale, il suo stile di vita inimitabile, gli hanno regalato, specie quest'anno, un'incredibile popolarità internazionale". (da Il sole 24 ore)

Berlusconi rocks.
Everyone else sucks.

Non ne ero al corrente, ma a quanto pare Berlusconi era già da tempo sotto le luci del palcoscenico, anche grazie agli Ska-P.
Ero, invece, al corrente del suo primissimo contributo alla musica contemporanea, il famosissimo Silvio is Burning.

Tempo fa si è scomodato per parlare del nostro caro presidente anche il Dr Eco freako, ma la cosa che più aiuta il paragone tra Silvio e una rockstar è l'affetto che la gente gli dimostra quando va in tournè per il paese.





Questa sequela di "stronzo, stronzo" è degna in effetti del miglior concerto rock.
Ma come non parlare delle sue molestie alla legge, degne della celeberrima canzone "I fought the law". Solo che il ritornello continuerebbe in maniera differente...
Guardatelo prendersi beffe del potere e delle divise:




Il momento più indimenticabile è il battesimo di Silvio a star del punk rock internazionale, quando non si è limitato a un "God Save the Queen", ma ha addirittura stimolato e sostenuto le infamie della corona nei suoi confronti. Jhonny Rotten era un bambino al confronto.



Niente da dire.
Se non "Berlusconi Rocks".

Eppure Celentano aveva detto che la droga e la pornografia erano "lente".
vero che aveva anche detto che il papa era hard rock.
Cosa che farebbe di berlusconi il più devoto del metal satanico.
Del resto Celentano sosteneva anche che Zapatero "è lentissimo".

Non c'è niente da dire, anche solo per confronto dei contrari:
Berlusconi rocks.

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domenica 22 novembre 2009

Il sonno delle istituzioni genera mostri, Corrida # 53


L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.


. 53


Il gruppetto di italiani e spagnoli che vivevano sotto lo stesso tetto, ci presentarono al "Big Boss", così si faceva chiamare. Il suo reale nome era McCowan, ma ci teneva ad essere chiamato con tutte le onoreficenze.
Big Boss era alto e grasso, un fantoccio pelato con i baffi rossi e lunghi peli nelle braccia. D'estate era sempre preceduto da un alone di marciume, ed i suoi indumenti apparivano sempre bagnati di sudore.
Big Boss aveva una fabbrica di medie dimensioni in cui si producevano svariati pezzi di ferraglia, per i più molteplici utilizzi, di ogni dimensione, a seconda delle richieste dei committenti.

Lavoravamo tutti nello stesso edificio, nella stessa catena, e tutti percepivamo lo stesso misero stipendio per le dodici ore lavorate di fila.

Non potevamo parlare.
Non potevamo muoverci.
Le pause per andare in bagno erano spesso cronometrate e monitorate da alcune persone armate e pagate per controllarci.
L'odore di ferro tagliato si imparentava col palato e la notte faceva espodere tutti in gonfi colpi di tosse.
Eppure nessuno fuggiva: le guardie avrebbero inseguito i fuggitivi, erano "roba" che apparteneva a Big Boss, capi di bestiame che non dovevano scappare dal recinto.

La sera i miei compagni di sfortuna e fatica mi raccontavano voci che arrivavano da un neonato movimento sindacale sotterraneo, o talvolta da scampoli di giornale presi e strappati di soppiatto.
A Boxley un operaio era stato ucciso a colpi di bastone dal suo "boss". Nel mentre che questo lo picchiava, il poveraccio aveva invocato l'aiuto dei presenti; due uomini, due operai anche loro, fecero per intervenire, sollevando in aria i picconi. Ma si acquietarono subito non appena udirono alle loro spalle la pistola del loro boss tuonare per aria come primo, gentile, avvertimento.

A Beckley, invece, sei italiani che avevano provato a fuggire vennero legati per i piedi ad una fune e trascinati per la strada polverosa e piena di sassi del paese. Nessuno intervenne.
Li vedo nella mia testa, come se a scorrermi davanti agli occhi fosse un combat film, senza suoni, con la pellicola che ogni tanto presenta bruciature o segni del tempo.
Vedo i sei italiani contorcersi, sbavare per terra dal dolore della schiena spellata, vedo la polvere penetrare le loro ferite, sento i loro urli. Ma vedo la loro dignità, vedo volti di persone, volti umani.


Domandavo a chi mi raccontava questi aneddoti, sgranavo gli occhi, chiedevo dove fosse la polizia. Risero, immancabilmente, senza rispondermi.

Il sonno delle istituzioni genera mostri, se me la passate.

Non accettavo quella situazione, non accettavo di vivere in una topaia galleggiando nel sudore dei miei stessi abiti, respirando in continuazione l'odore ferreo che si era attanagliato alle mie narici.
Felipe aveva preso a tossire anche di giorno.
Io lo guardavo preoccupato, e lui mi rincuorava con lo sguardo, diceva: "Fa niente, fa niente".

Una volta un colpo di tosse lo costrinse ad allontanarsi per qualche decina di secondi dalla catena di montaggio. Il rullo continuò a muoversi, ma mancando la sua opera, si immobilizzò tutta la catena.
Un operaio fermò la produzione abbassando la leva che dava corrente al rullo, per recuperare i pezzi lasciati indietro, e una guardia gli chiese cosa stesse facendo. Lui spiegò, e allora questi andò da Felipe, lo scaraventò a terra e gli puntò la pistola addosso, ordinandogli di non battere più la fiacca, altrimenti sarebbe morto, che di un coglione come lui non si sarebbe sentita la mancanza, diceva.
Felipe supplicava ed annuiva, in una maniera che non gli apparteneva, le sue risposte ferree, il carattere coriaceo avevano lasciato posto alla voglia di sopravvivere, di lavorare, e soprattutto, di non abbandonarmi.
Feci per reagire, ma il mio vicino di fila mi tirò prontamente un pugno alla bocca dello stomaco, non violento, ma abbastanza deciso da farmi rimanere fermo.

Felipe si rialzò.
Domani fuggiamo gli dissi all'orecchio, domani fuggiamo.



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giovedì 19 novembre 2009

Pole la donna permettisi di pareggiare con l'omo? No.






Come già detto e anticipato, tra dieci giorni scriverò a Bersani la mia lettera sulle pari opportunità. Vuole essere una richiesta di azioni mirate e non più, non solo parole mirate a diffondere la partecipazione femminile alla politica (e non solo) sia per qualità che quantità.

La richiesta che avanzerò è la seguente: in caso di elezioni anticipate e di possibile governo, chiederò la presenza di uomini e donne in eguale percentuale incaricati del mandato di ministro della repubblica.
Altra richiesta sarebbe quella di adottare quote rosa interne allo steso Pd, principio già vigente in molti paesi nord europei, cosa che renderebbe più larga la partecipazione femminile ed interesse dello stesso partito il presentare persone valide e di fiducia (non veline come accade talvolta, per intenderci).


Vi ho fin dall'inizio chiesto consigli, ed è venuto fuori che è necessaria una maggiore riflessione e una diversa legge riguardo alla maternità, e al pensiero della donna come madre. Necessario maggiore tempo a casa, più strutture come asili nido e via dicendo.
Rimango a disposizione, per una decina di giorni: cosa volete scrivere a Pierluigi Bersani?
Scrivetelo prima qui o alla mia mail (riccardotronci@hotmail.it).



Vi lascio con una ricerca fresca fresca marchiata Bocconi: la maternità non è un vero costo, incide sui costi del personale per una cifra esprimibile nell 0,23%

«La maternità non è un costo, è un’opportunità», aggiunge Alessandra Casarico, professore di Scienza delle Finanze. «La maternità incide solo per lo 0,23 per cento sui costi del personale», conclude Chiara Paolino che insegna Gestione delle risorse. È una ricerca con un prestigioso marchio di fabbrica, la Bocconi, che si incarica di demolire quelli che definisce luoghi comuni e di rispondere in modo inaspettato alla domanda su quanto costi alle imprese la maternità: poco più di niente. Anzi, arriva ad aggiungere: la maternità per le aziende può essere un beneficio più ancora che un costo. La ricerca ha interrogato responsabili delle risorse umane, capi e madri lavoratrici ed ha concluso che bisogna fare i conti con tre inossidabili stereotipi, smentiti però dalla realtà. Il primo è che non è vero che in Italia la legislazione sulla maternità sia tra le più protettive e generose. La seconda è che non è vero che più le donne lavorano meno fanno figli: anzi, sono i Paesi con la maggior partecipazione al mercato del lavoro a essere i più fecondi. Il terzo è che il costo "vivo" della maternità è indiretto e molto contenuto. La conclusione, quindi, è che non bisogna aver paura delle donne: e che pratiche come la flessibilità, il part time, l’uso del pc da casa, il telelavoro, consentono di trarre solo i benefici dalla presenza di personale femminile e di sfruttare appieno le loro competenze. (da Arcidonna)

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mercoledì 18 novembre 2009

Ex Eutelia, Ex Agile, Ex Phonemedia. Ex Lavoratori.





In quasi diecimila, e quindi quasi la totalità dei lavoratori dipendenti del gruppo Omega, hanno scioperato a Roma, arrivando a presidiare con un sit in la presidenza del consiglio fino ad ottenere da Gianni Letta un incontro.
La notizia dell'incontro la comunica il leader della Fiom-Cgil Rinaldini:

«L'incontro è stato fissato per il 27 alle ore 18.00. Sono state convocate tutte le parti sociali, e noi quel giorno dobbiamo essere qui a farci sentire. Nel frattempo proseguono le assemblee e da domani inizieremo le procedure per l'amministrazione controllata. Dal governo ci aspettiamo una pronta risoluzione che faccia piazza pulita della vecchia proprietà».

Erano presenti tra le file dei manifestanti: Di Pietro, che già aveva relazionato in parlamento della vicenda, Bersani e Ferrero, uniti nel chiedere il fallimento e la conseguente gestione controllata.
In realtà i lavoratori, come hanno spiegato a Vannino Chiti, preferirebbero un passaggio di proprietà, come si è delineato negli ultimi giorni a Pistoia per la società Answers, in cui i dipendenti non ricevono lo stipendio da circa tre mesi.



Come mai non venite pagati, chiede la giornalista nel video.
Non lo sappiamo, risponde la lavoratrice.

In questo brevissimo scambio di battute il nocciolo della questione: non è tollerabile la presenza di imprenditori che giochino con le proprietà come se fossero scatole cinesi, mettendo a rischio lo stipendio e il futuro dei dipendenti, che siano uno o diecimila.

Non so cosa ne pensiate dell'Iri, c'è chi ne dice tutto il bene e chi tutto il male. Tuttavia l'idea che lo stato possa avere in dotazione un organo che rileva anche solo temporaneamente le aziende in crisi, salvando per un dato periodo il destino dei lavoratori, non mi sembra così scorretta.

Sì, vero, era un'idea fascista, l'Iri.
Vero ancora, l'ha smontata Romano Prodi.
E con ciò? Risponderò alle vostre probabili domande con una citazione:
Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze. (Bobbio)

Tuttavia, Bobbio non me ne voglia, la certezza del lavoro sembrerebbe quasi indispensabile.





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martedì 17 novembre 2009

Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole l'albero, per fare l'albero ci vuole il seme e via dicendo...



Che questa sopra sia nel suo essere kitch bellissima o meno, che stiate continuando a cantare o meno, che il vicino di casa abbia chiamato la neuro quando sulla frase "ci vuole tutto per fare un fioreeeeeeeeeeeeee" vi siete lanciati con un acuto da Freddy Mercury, possiamo cominciare con l'analisi.
La mia, non la vostra.

Si dice che per fare l'albero ci vuole un seme. Ed è vero. Lo sanno bene i miei piccolissimi ciliegi di qualche centimetro, il limone di poco più alto e l'avocado che al confronto giganteggia.
Solo che a forza di provare a fare alberi da qualsiasi cosa si veda in giro, vengono anche le domande.

Pausa di riflessione per far aumentare la suspence.

Dov'è il seme della banana?
Voglio dire, non è che puoi prendere una banana e metterla in un vaso aspettando che cresca. L'unica cosa che si otterrebbe a quel modo è un vaso dal contenuto di colore incerto e dall'odore incontestabilmente agli antipodi rispetto all'arbre magic. O forse identico e allo stesso modo ributtante.


La banana, il frutto più erotico del mondo, un simbolo fallico per definizione, è in realtà un mutante privo di semi, sterile. Un po' come parte degli uomini oggi giorno.
"Il banano selvatico è una pianta erbacea gigante che cresce nella giungla, con un frutto che normalmente contiene una massa di semi duri che lo rendono immangiabile. Tuttavia i cacciatori-raccoglitori scoprirono alcune piante (si parla di circa 10.000 anni fa) che producevano un frutto, molto gustoso, morbido e senza semi.
Ora gli scienziati sanno che queste mutazioni derivarono da una variazione genetica casuale, che impedì che nel frutto si sviluppassero normalmente semi e polline. Le linee scure nella polpa della banana costituiscono ciò che rimane degli antichi semi. (...) I primi contadini coltivarono le varianti sterili ripiantando le talee, e così ebbe inizio la storia d'amore tra il genere umano e la banana.

(...) Durante questo lungo viaggio, lo sterile banano, costantemente clonato, ha subito ben poche modifiche. Ancora oggi mangiamo i discendenti della talea originaria (...) Solitamente le piante coltivate sviluppano una varietà genetica tramite mutazioni casuali che avvengono nel corso della riproduzione sessuale, esattamente come negli esseri umani. Questo processo fa sì che le differenti varietà sviluppino una resistenza a vari insetti e malattie e un'adattabilità a diverse sollecitazioni, come la siccità."

E visto che ogni pianta di banana proviene da una talea, da un clone di un precedente, escludendo quindi qualsiasi riproduzione sessuale, ed ogni qualsivoglia diversità genetica, si ottiene una uniformità che "rende la banana perfetta per le malattie, più di goni altra coltivazione al mondo.

Fino agli anni cinquanta, una varietà, la Gros Michel, dominò il commercio mondiale. Scoperta da botanici francesi in Asia negli anni intorno al 1820, era, a detta di tutti, una banana ottima, più ricca e più dolce dell'odierna Cavendish e priva del retrogusto amaro caratterizza la seconda quando è acerba. Tuttavia la Gros Michel risultò vulnerabile a un fungo del terreno che dà luogo ad un avvizzimento improvviso noto come "malattia di Panama". (...)
La sua erede, l'attuale regina commerciale, è la Cavendish." Proveniente dalla Cina meridionale, si dimostrò resistente al fungo e "sostituì la Gros Michel nelle piantagioni e sugli scaffali dei supermercati. Oggi quando si acquista una banana si tratta quasi sicuramente di una Cavendish.

Tuttavia, tra meno di cinquanta anni, anche per questa varietà potrebbe arrivare il giorno del giudizio. La banana oggi in commercio sta già subendo gli attacchi di un altro fungo, il Black Sigatoka, che è già diventato un'epidemia mondiale, che i coltivatori bloccano con costanti e massicce irrorazioni di sostanze chimiche.

(...) La storia della banane si ripete per altri frutti e noci. I coltivatori si sono concentrati solo su una manciata di varietà, tralasciando le altre. Hanno coltivato quelle scelte per massimizzare i raccolti o per alcuni tratti specifici che, ai loro occhi, possedevano un valore maggiore. In questo processo, l'abilità naturale della pianta di fare fronte a parassiti e malattie è stata intaccata. Contemporaneamente i patrimoni genetici delle vecchie varietà e dei parenti selvatici spesso sono andati persi..."

(da Fred Pearce, Confessioni di un Eco-peccatore, Edizioni Ambiente)

In pratica: meno le specie si mescolano tra loro originando nuove varianti genetiche, e maggiore è il rischio di malattie, di epidemie.
Pensateci su.
E poi chiedetevi se sia davvero il caso di votare Bossi e respingere tutte le navi.


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lunedì 16 novembre 2009

Barbruen, babruen

Ba ba ba ba barbruen
Abababa ba ba barbrueeeen

e via dicendo.
Ripetendo la stessa parola una miriade di volte, questa perde di senso e di significato.
Diventa un suono onomatopeico senza significante.




Le parole sono importanti.
Così importanti che andrebbero meditate, centellinate.
Così che ognuno di noi aprirebbe la bocca solo per dare vita a concetti compiuti, a immagine e somiglianza di un io vivo e vegeto.

Doveva essere un articolo, il mio manifesto di odio nei confronti di Nanni Moretti, presentandone gli unici episodi che per assurdo stimo e conservo gelosamente nella mia testa.
Quello sopra è uno dei due.

Doveva essere un articolo contro Nanni Moretti, e invece è un articolo contro l'Onu, il Papa, i così detti grandi del mondo e chi più ne ha più ne metta.

Il Papa oggi ha sentenziato: "Basta sprechi. c'è cibo per tutti".
Fa un certo effetto, detto da una persona che è a capo di non si sa quante ricchezze, che "possiede" una banca, un buon numero di riviste e case editrici, che ha un patrimonio artistico ed economico inestimabile. Un suo gesto di misericordia potrebbe mettere fine per un bel pezzo alla fame.
Che in Vaticano c'è oro per tutti.

"Da parte sua il premier Silvio Berlusconi ha sottolineato invece come sia arrivato il momento di "decidere le date e le modalità" di versamento dei 20 miliardi di dollari contro la povertà promessi al G8 dell'Aquila per i prossimi tre anni. Individuando nella lotta alla speculazione una delle strade da percorrere per sradicare la fame e la povertà." (fonte Ansa)
Al di là del semplice fatto che finchè non vedo non credo, e che non ci sarà un'altra volta Bob Geldof a sbugiardare Berlusconi o chi per lui, dico: bene, vogliamo prenderci un impegno con i paesi in via di sviluppo? Prendiamocelo. Studiamo la situazione, donare soldi è la cosa forse che ha meno senso. Doniamo risorse, volontari, persone di esperienza che possano studiare le migliori soluzioni cooperando con gli indigeni.

E via dicendo, passando per Ban Ki Moon, Gheddafi... le parole sono importanti, non andrebbero svuotate così di significato.




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domenica 15 novembre 2009

Non amano l’'acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. Corrida # 52


L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.


.52

Non era passato un anno. O forse sì. Forse anche due. Ad ogni modo sembrava un secolo, e senza capire il perchè della voluttà del destino, mi ritrovavo incredulo faccia a faccia con Mauro Candillas detto El Cabesa.
Nemmeno lui era troppo felice di vedermi.
Mi strattonò, e mi cacciò indietro verso la topaia in cui presumibilmente viveva, era incerto, e l'espressione tesa del viso comunicava il suo camminare di pensieri, tra l'istintivo spirito di gruppo e coesione tra migranti e e la permanenza latente di rabbia nei miei confronti.
Io non lo biasimavo, per colpa mia zoppicava ancora, e ,forse, avrebbe zoppicato per sempre.
Rimasi in silenzio, con la testa bassa, come ad aspettare una sua decisione, come a dimostrare debolezza, rammarico.

El Cabesa fece forza con la mano sul mio mento e mi costrinse a guardarlo.

Lo sai chi sono, vero?
feci cenno di sì reggendo il suo sguardo pieno, dalle pupille profonde
Mauro Cardillas, detto El cabesa, il migliore torero che mai abbia varcato la soglia di una arena. Ho ricevuto più rose io sulla sabbia dell'arena che una qualsiasi regina di Spagna. E tu sai anche perchè mi trovo qui.
feci nuovamente cenno di sì, intenerendo gli occhi, come a dire mi dispiace
Rimase in silenzio, quasi sprezzante, sapeva che ero statunitense di origine e non capiva il perchè della mia messinscena.
Si alzò e fece cenno ad altri di darci da bere e da mangiare.
Se ne andò zoppicando verso la strada.

Nel freddo della polverosa topaia, ci sedemmo su di una branda, accanto come a guardarci reciprocamente le spalle, io e Felipe, e masticammo un tozzo di pane duro a testa, sciogliendolo in bocca come ambrosia. A tutt'oggi ricordo quel tozzo di pane come una delle cose più buone mai mangiate, e pur non volendo, mi viene l'acquolina in bocca.

guardavo fuori mentre alternavo morsi a sorsate d'acqua, guardavo dalla finestra, sentendo la mia faccia ricoperta di spifferi. La gente passava, lavorava, in preda ad un'isteria produttiva; la calma spagnola mi aveva lasciato nel sangue una idea diversa della vita, aveva affondato nelle mie budella radici differenti, che faticavo a cercare sul mio stesso suolo di origine.

Incrociai lo sguardo con una signora elegante che aspettava al bordo della strada. Si scompose, mi guardò indispettita, quasi digrignando i denti, mise a posto il suo scialle e protesse con entrambe le mani la borsetta. Come un gesto istintivo, di chi ha davanti ciò di cui ha più paura.
Ero feccia. Non c'è un termine migliore, feccia.

Uno dei miei ospiti si accorse della mia perplessità, si presentò, era italiano. Nonostante un po' di ruggine riuscii a capire perfettamente ogni sua singola parola. Si esprimeva in una lingua tutta sua, mezza inglese, con un accento molto particolare e marcato, e italiano.
Felipe lo guardava corrugando la fronte, senza capire, ma sforzandosi di leggere sulle labbra una parola conosciuta, e inventarci, magari, una frase.

L'italiano mi porse un foglio, a maggiore spiegazione, era un ritaglio di giornale, e parlava di cronaca interna, di immigrazione. Sono andato a ripescare questo foglio, che ho tenuto con me per tutta la vita; era di là, in un vecchio cassone in cui tengo le più disparate memorie di viaggio. Lo ricordo parola per parola, da quante volte l'ho letto, ma per non sbagliare, l'ho tradotto e riscritto parola per parola.
Eccovelo:

"Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Non amano l’'acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina.
Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’'elemosina ma sovente
davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvaticimaperchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali"

(Nota: il testo sopra tra virgolette è una relazione dell'ispettorato sull'immigrazione degli italiani negli stati uniti)

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