domenica 31 maggio 2009

Continuo a parlare, alla nostra tavola. Ma non da solo, per fortuna...


Carissimi amici,

continuando a pensarmi seduto a tavola insieme a voi, a tutti quelli che hanno deciso di fermarsi giusto per assaggiare un bicchiere di grappa e far volare in aria le proprie idee, aspettando che altri arrivino, senza furia, continuo a pensare ad alta voce, a mio agio, a questa tavola.

Vicino a me ha iniziato a parlare Betto, e la sua voce risuona limpida e chiara:

"Ciao Riccardo,
quello che ti scriverò lo scriverò di getto, come se stessimo parlando, sarò un po' rude, ma proprio perché parliamo di una cosa che mi sta molto a cuore: la famiglia. La famiglia si costruisce giorno per giorno, non viene su da sola per magia, ha bisogno di piccoli, insignificanti, minuscoli sacrifici quotidiani, che sia l'uomo che la donna debbono essere pronto a fare. E lo Stato, da questo punto di vista, fa soltanto una cosa: abbandona. La società è spietata e non perdona nulla, la donna in cinta che lavora è, prima di tutto, un problema. Un problema per il datore di lavoro, per i colleghi, per le colleghe. E' una situazione allucinante. E' fuori dal mondo. Ma esiste. La vivo spesso nel mio ambiente, con metà dei colleghi che sono donne, in un ambiente fortemente maschilista. Entra nella pelle, nella testa, nelle abitudini, nelle parole, una sorta di disprezzo per chi aspetta un figlio. "si è fatta mettere in cinta per stare a casa, il lavoro suo lo farò io, ma perché non se ne sta a casa"...problemi di organizzazione del lavoro che non dovrebbero esistere perché basta "inserire" le future mamme o le neo-mamme, con i loro orari e le loro necessità, come normalissimi lavoratori. Ma sottosotto c'è un po' di razzismo, di invidia, di fastidio. E noi saremmo quelli civili. Quelli che, nella realtà, impediscono alle madri di stare a casa con i loro bambini fino ai 3 anni, ma che, al contrario, obblighiamo a tornare a lavorare dopo 6 mesi, altrimenti non si mangia, poi si viene demansionate, e poi non riesce a mandare i bambini al nido perché costa una follia, dai 400 euro in su al mese. E allora avere dei bambini diventa un lusso, e non è possibile in una società che voglia definirsi civile."

Credo, quindi, per una volta, di non aver sbagliato piede con cui iniziare a muovermi, il problema della maternità, di come viene vista, sia dalla gente che legalmente, è serio.
E' centrale per ciò che riguarda la crescita degli individui che saranno futuro, è tutto ciò che abbiamo per sperare in un domani differente, la nostra speranza, sì.



Mamo scivola sull'onda degli stessi pensieri, e getta il suo sassolino nella discussione, quasi liberandosi da un peso:

"allungando la mano verso un bicchiere di grappa, pensando ad alta voce, ma con tono sommesso, penso a come azzerare tutto per ricominciare da capo, senza trumi. L'amico seduto al mio fianco, con un sorriso e con una grossa pacca sulla spalla, mi ricorda che una grande occasione l'abbiamo avuta. La "crisi economico-sociale" che pare ci abbia solo sfiorato, non è bastata per farci capire:
  • l'importanza di lavorare meno e dedicare più tempo ai nostri cari
  • la solidarietà, verso chi non arriva a fine mese, magari invitandolo a mangiare una pizza in compagnia offrendogli la serata
  • usare la bicicletta e capire che i SUV non servono a nulla, sono solo dei camion inutili per complessati dal pisello piccolo
  • parlare, discutere, partecipare con politici che fanno politica solo per passione senza percepire reddito da parlamentare.
Già, penso sorseggiando la mia grappa ...."

Sono quattro punti importanti, importantissimi.
Io continuo, dal canto mio, a cercare di non correre, di fare piccoli passi, ogni sassolino è importante, ogni traettoria è importante, pur senza perdere di vista la direzione. Il primo punto di Mamo è importantissimo: lavorare meno per dedicare più tempo ai propri cari. E a se stessi, aggiungo io.

Non è futuribile, purtroppo, proporre noi dal basso una riforma del lavoro, così dal nulla, però possiamo iniziare ad elaborare un testo che preveda una maternità differente, un modo più "umano" per la madre di stare vicino al figlio. E anche per il padre, se possibile.

Betto lancia un altro sassolino:

"E per quanto riguarda i padri, oltre a darsi una svegliata e una calmata, debbono capire che nei primi anni con i bambini bisogna rinunciare a tante uscite con gli amici (solidificando così anche il rapporto con la moglie, che altrimenti si sente l'unica che lavora in casa) e costruire delle solide fondamenta per la loro famiglia. E dovrebbero avere non più tempo, ma "miglior" tempo per starsene con i pargoletti. E dopo 8 ore di lavoro non si ha sempre voglia di giocare, vero? Ecco allora sarebbe interessante la possibilità di permessi retribuiti per intero, senza dover rinunciare a nulla per stare in famiglia, ecco, questa si chiama società civile, secondo me."

Molti altri, per mail o sui social network sono intervenuti, e non trascrivo il tutto semplicemente per ragioni di spazio; diciamo che vi ho riportato i due pareri che più si avvicinavano a una politica dei "piccoli passi" senza voler guadagnare all'istante un utopistico orizzonte.

La cosa decisamente bella da notare è che tutti voi avete davvero voglia di cambiare, e questo regala un sorriso, una spinta non indifferente.
Non tutti, quindi, sono depressi da una società disumana.
Dimostriamolo.
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Le navi di una dittatura, Corrida #36 (lo sapete, il racconto domenicale ;)

L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.

per chi si fosse perso qualcosa, eccovi la puntata precedente

.36

Strano come le dittature si coprano da sole di manifesti e slogan imponenti, come ai propri sudditi si presentino come organizzazioni precise e strutturate, apparati maniacali studiati in ogni particolare, per poi risultare inevitabilmente negligenti nei mezzi che offrono alla propria tutela e sussistenza.
L'esercito spagnolo decisamente non era ben rifornito, tanto che la guardia costiera fu costretta a fare retromarcia, pur non smettendo di far sibilare proiettili in aria, per una piccola avaria che faceva tossire il motore.

Tra di noi non ci fu alcun sussulto di gioia, o esclamazioni, la tensione era troppo forte, e il ritmo delle remate continuava imperterrito a sovrastare qualsiasi pensiero o comunicazione.
Il cielo si squarciava di tenui bagliori e qualche goccia di pioggia iniziò a colpirea adagio el nostre teste, imperlandoci la fronte.

Furono ore silenziose, impossibili da contare, che scivolavano con lentezza dalle mani, affaticate di galle provocate dal legno grezzo dei remi. In due non remavano, dovevano essere gli organizzatori della spedizione; capii che la loro paura era di trovare una calda accoglienza a Lagos. La guardia costiera non sa dove stavamo andando, ma ha intuito la direzione, per cui è facile che tutti i porti siano stati mobilitati. Felipe era vicino a me e mi guardava, per capire se ero al corrente di ciò che stava succendendo, e comprese dal mio sguardo la preoccupazione, la sincera fatica e la piccola folla di dubbi che assillava la mia mente. Cercò di consolarmi con lo sguardo, senza buttare inutilmente fiato e fatica nelle parole, concedendo tutta l'attività muscolare ai remi.

Improvvisamente i due in cima alla canoa ci dissero di fermarsi, cessando il rumore e lasciando che la canoa scivolasse lentamente sullo specchio d'acqua. La visibilità non era buona, e questo, visto il probabile stato d'allerta della guardia costiera, poteva essere una carta a nostro favore. Tuttavia, nonostante un binocolo e tutta la volontà di arrivare oltre l'orizzonte nebuloso, i due non riuscivano a intravedere nient'altro che un folto e denso grigio.

Mi spiegò incespicando nel respiro Felipe, che stavano cercando di capire se i compagni della resistenza con i quali ci dovevamo ritrovare erano al luogo fissato, se erano fuggiti o se erano stati presi prigionieri della guardia costiera. Poi i due intravidero una nuova canoa, spostarsi dolcemente verso di loro e capirono che erano riusciti a salpare prima che il messaggio militare riuscisse a conquistare tutto il territorio costiero.
Si avvicinarono e in quattro, da canoa a canoa, parlarono brevemente, lasciando sempre seguire cenni di assenso alle parole degli altri. Non si riusciva bene a capire cosa si dicessero, ma si vedeva che la fretta determinava le frasi, brevi e assediate da gesti di speificazione.
Poi ci diedero ordine di riprendere a remare, e cominciammo ad avvicinarsi alla costa.
Tutto tranquillo, sembrava.

Si trattava, capii dopo, di un diversivo per andare ad incontrare anche altre canoe che si sarebbero aggiunte a noi per proseguire verso Lagos, ovvero distrarre la guardia costiera facendosi credere in mare aperto, per attraversare la terra, canoe in spalla, passando per la macchia di vegetazione che cresceva tutta intorno al porto di Quarteira, dove certamente le truppe erano pronte ad intervenire all'arrivo del messaggio.

Con il primo sole del mattino, annebbiato da un velo di ovatta e mitigato da un venticello fresco, arrivammo alla spiaggia, nascondemmo le canoe e studiammo attentamente la situazione. Era necessario capire chi potesse averci visto, e dove fosse la torretta di guardia più vicina.

"Sono tutti importanti partigiani, appena evasi. Salperanno appena possibile da Lagos, in direzione Stati Uniti. Ci servono vivi, con la pelle sana, e non al fresco o pronti alla fucilazione. E se ti chiedi cosa ci faccio io, sono evaso insieme a loro, e mi sono offerto di aiutarli. Pare che abbiamo molto in comune."
"E tu, vuoi andare negli Stati Uniti?"
"Non so ancora. Lo deciderò guardando la nave, sarà lei a dirmi cosa fare. Per adesso remo"

Non disse altro, sembrava rompere un silenzio carico di giuramenti e lutto. Io mi limitai a poggiare la mia mano sulla sua spalla, ed intravidi una lacrima scendere sulle sue guance.


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giovedì 28 maggio 2009

Come se fossimo tutti insieme, seduti a tavola.


Cara Rossaura, carissimi amici tutti,

riprendo da dove avevamo lasciato con i vecchi scambi epistolari, con le vecchie discussioni; si parlava di sinistra, di quote rosa, di cambiare qualcosa.

Sono passati alcuni mesi, e per quanto non sia passata moltissima acqua sotto i ponti, le riflessioni e le vite personali vanno avanti, assieme agli stessi progetti anche del passato.


Per cui facciamo finta di ritrovarci a tavola, un posto per ognuno di noi, come se avessimo finito di mangiare, fossero finiti i convenevoli e con l'aiuto di un buon caffè e di una grappa iniziassimo le nostre riflessioni.


Riprendo da dove avevo lasciato io, ovvero dal pensiero che si possa cambiare la cultura, si possa cambiare la politica, il modo di farla, magari partendo dal basso, dalle nostre piccole realtà, ma prima ancora da noi stessi.


Mi guardo intorno, e capisco che le persone sono avvilite, frustrate, private della propria vita in nome di un denominatore comune: lavorare, andare avanti, spendere il tempo in cose che fondamentalmente non interessano. La povertà d'animo, in questi tempi sempre più accompagnata a quella economica, stanno creando una società allucinata, impaurita da se stessa; terreno fertile, humus impareggiabile per seminare paura e discordia, ed instaurare un dominio di classe o di casta se preferite.


Non è da poco che credo che i governanti esprimano la gente, il popolo, i meccanismi di associazione dello stesso, le abitudini. I vari Berlusconi, i vari Prodi, i vari D'Alema, Veltroni e Casini, sono la nostra stessa proiezione, del nostro agire quotidiano. Spiegare il perchè questo sia vero è molto semplice, basta ribaltare l'assunto: un popolo maturo non li eleggerebbe.


Abbiamo sviscerato numerose volte assieme, a questa tavola, i fastidiosi e dolorosi perchè e come siamo arrivati fino qui, siamo stati girati abbastanza tempo indietro, a guardare la strada fatta.
E' arrivato un altro tempo, quello di riprendere a camminare.

Decidere la direzione, il passo, e riprendere a camminare.

Non ci vuole molto a dare uno sguardo alla storia, alla filosofia, alla storiografia, e capire che nei secoli passati grandi ideali hanno fomentato le masse, hanno difeso diritti, conquistato parlamenti, assemblee, lavato nel sangue l'onta della classe dominante.
Caduti tutti quegli ideali non c'è stato un sognatore capace di inventarne altri. Quella, credo, sia la nostra strada.

Ripartendo dall'uomo, da noi, cercando di mettere l'uomo al centro della vita, o per dirla giocando con le parole, mettendo la vita al centro dell'uomo (non adoro le visioni antropocentriche). Per cui facciamo finta di essere a cena, e parliamo, sogniamo ad occhi aperti, che solo dal confronto, dalla volontà di sognare qualcosa di diverso, potrà scaturire qualcosa di nuovo, di migliore.

Non si può, però, col primo passo creare una utopia, sognare un'isola inesistente, è necessario andare piano, restare con i piedi per terra.
E allora vi chiedo perchè non partire dalle donne. Ma non solo da loro, da quello che è il primo anello della catena dello sviluppo, dell'educazione, del futuro: il bambino. Mi piacerebbe che le donne affrontassero il tema maternità, in termini legislativi e lavorativi, chiarendo di cosa possa avere bisogno una madre, di quanto tempo, in cosa si possa intervenire.

Mettiamoci dentro anche i padri, poichè nessun essere vivente da solo è una famiglia, e poichè credo che la società dovrebbe dare maggior tempo ai genitori, affinchè giochino con i propri figli senza stanchezza da lavoro, nobilitando il mestiere più difficile che esista.
Partirei davvero da qui, cari amici, dal bambino, dal futuro.

Aspetto le vostre idee, le vostre opinioni, e se decidete di scrivere su di un blog una risposta, un richiamo, vi chiedo solo di segnalarmelo alla mia mail.
Un po' come se vi chiedessi di passarmi il sale.
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mercoledì 27 maggio 2009

In verità, in verità vi dico...

E' qualche giorno che ci penso e rimpallo l'idea in testa.
Come se fosse una cosa davvero meritevole di occupare spazio e tempo, e forse lo è.



C'è un punto nel mondo dove nasce un bambino, avvolto dalla profezia, dal misticismo, in una capanna, al freddo e al gelo, scaldato dall'alito di un bue, etcetera etcetera.
La sua nascita viene segnalata a tre personaggi non bene identificati da una stella cometa.
E' chiaro che i tre sono extracomunitari, perchè hanno nomi strani (Melchiorre, Baldassarre e Gasparre), e come dono portano roba da terzo mondo (incenso? mirra?).
Vengono attraversando la terra su tre cammelli (cioè, nemmeno sui barconi).
Arrivano di notte, senza problemi, nessuno prova a respingerli, e tantomeno qualcuno li visita per la prima accoglienza.

Quello che mi chiedo è: ma se ci fosse stato Maroni a Betlemme, cosa sarebbe successo?

Ma ancora, chi tra i cristiani sostiene giusto fare il pugno di ferro contro gente che vive nel terzo mondo, che crepa di fame grazie al nostro metodo di sfruttamento intensivo, chi ha ancora il coraggio di fare il presepe?

Stay tuned, quello che sta accadendo all'Africa è ai limiti dell'umana spiegazione. Dovremo invitarli a venire qua, non rimandarli all'inferno da cui provengono, e che noi stessi abbiamo creato.
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martedì 26 maggio 2009

Vento di Fascismo




La politica di Maroni fino ad oggi sembrava pericolosa, oltre che senza la minima scheggia di eticità, ed inizia a palesarsi per ciò che è: pericolosa oltre ogni aspettativa.
Il DDL sicurezza che il governo ha reso immune alle polemiche diffuse a livello mondiale, rende di fatto possibile la materializzazione di fenomeni di sapore fascista, come, ad esempio, la Guardia Nazionale, che del resto stando al "La Padania", era il sogno di un po' noi tutti italiani.
La Guardia Nazionale sarebbe un "Ente non governativo di volontariato (...) che si adopera al fine della salvaguardia dell'integrità Nazionale e per la Sicurezza dello Stato, della Costituzione e del Popolo Italiano", a differenza dei padani, come si sottolinea, che non hanno a cuore tutta la penisola.

Curioso, pensavo che queste cose fossero compito della polizia, dei carabinieri.
Ma per carità, i tempi cambiano, ci si adegua!
Inoltre, dopotutto, loro stessi mi rispondono sul sito:
"La Guardia Nazionale Italiana nasce anche in risposta ad un preciso disegno di legge, voluto dall'attuale Governo, per potenziare la sicurezza dei centri urbani viste le sostanziali carenze di organico e di mezzi da parte delle Forze di Polizia."
Quell' "anche" l'ho ingigantito io, perchè mi preoccupa un po'.

Ma a dirla tutta la preoccupazione svanisce dopo aver dato un'occhiata alle loro strabilianti divise:
















Adesso sì che potremo girare per le strade con questa bella gente che vedo sopra non ho proprio nulla da temere. Con quella fascettina al braccio poi, ecco, mi dà proprio un'idea rassicurante.

Ma ritorniamo ai loro principi etici, senza ridere o rabbrividire, leggiamo con calma fino a che punto possa arrivare l'idiozia.

"Gli appartenenti alla G.N.I. prima dell'immissione in servizio dovranno prestare giuramento alla Costituzione Italiana con la seguente formula rituale: "Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell'interesse esclusivo della nazione"
Voglio dire, vestiti in quel modo, chi dubita che possiate essere fedeli alla costituzione?

"La G.N.I. cerca veri Italiani Nazionalisti e Patrioti, gente che sappia portare degnamente e con orgoglio l'uniforme, e per tutto ciò che essa rappresenta servire la nostra terra ed il popolo Italiano, con regolare mandato e in piena legalità. "
Ecco, magari occorre capire cosa significhi portare con orgoglio l'uniforme e servire il popolo...

Scorrendo tra le righe troviamo che Maroni ha detto che è giusto reponsabilizzare i cittadini e farli organizzare in questi semi-eserciti, ma che in realtà la Guardia Nazionale non vuole solo questo:

"La G.N.I. ha inoltre lo scopo di formare veri Patrioti Nazionalisti, che si prestino al servizio dello Stato Italiano, della sua unità, della sua Costituzione e della sua sicurezza. Per la G.N.I. il cittadino è il primo e più importante pezzo dello Stato. "

Una cosa non risulta chiara. Da una parte dicono che sono volontari disarmati, da un'altra dicono che i servizi di vigilanza venatoria ed altri prevedono il porto d'armi, ma l'utilizzo delle stesse solo secondo le regole statali (c'era bisogno di specificarlo?).

Il continuo richiamo che si fa all'Impero Romano come gloria del popolo italiano mi ricordano qualcosa. Forse i giudici comunisti, non saprei, ci devo pensare un attimo, poi rispondo.

Vi lascio la loro mail, se qualcuno di voi volesse scrivere qualcosa, o magari volesse arruolarsi in questa brillante avventura:

E non lasciate infamate, poverini, che se ne lamentano. Ne va dell'onore del popolo italico, eh.

Ah una cosa, per chi non lo avesse capito, al di là delle battute, questo non è uno scherzo.

Potete trovare anche un articolo de "La Stampa" di Torino dove i neo militanti della Guardia Nazionale si difendono dicendo di non essere nostalgici (dopotutto l'aquila non rappresenta nulla, nella storia), e di non voler fare concorrenza alle forze dell'ordine. Vogliono agire nel pieno delle regole, dicono.
Io dico, dalla mia, miopissima parte, bisogna vedere quali sono le regole, e chi le detta.

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lunedì 25 maggio 2009

Per una volta non riesco a fare sarcasmo, scusatemi.



Un giorno di festa, per gli abitanti delle Isole Faroe.
Un giorno di tradizione da vivere l'uno accanto all'altro, spalla stretta a spalla.
E' raccapricciante come tante persone legate l'una all'altra possano gioire del sangue versato, aiutarsi l'un l'altro nel massacro, sorridere alla vita incespicando nella morte.

Ogni anno nelle Far Oer, i grossi mammiferi vengono attirati nelle baie, disorientando un intero gruppo con la cattura della balena pilota, vengono guidati e disorientati dai motoscafi (condotti solitamente da islandesi), costretti ad arenarsi sulla riva. Qui ha inizio il bagno di sangue. Martelli del peso di 2,2 chilogrammi percuotono ripetutamente gli animali ancora vivi, per far penetrare nella carne fresca uncini perforanti. Successivamente coltelli di 15 centimetri vengono impiegati per trapassare le carni e spaccare letteralmente la spina dorsale.

L'acqua diventa rossa.

Guardate con i vostri occhi. Ancora una volta rimango senza parole.



Non è racconto biblico, l'acqua del mare si tinge di rosso, di sangue.

La tradizione deriva indubbiamente da un istinto di sopravvivenza, da quello che era certamente un giorno lieto per un popolo che non aveva sostentamento se non quella carne, che non aveva pelli da poter usare se non quelle di queste balene.
Credo che oggi le cose stiano un po' differentemente, credo che al tempo non usassero i motoscafi, credo che le cifre di omicidi fossero più basse.


Si parla di 1500 balene uccise in un giorno.

Il particolare più raccapricciante è che a quanto sembra l'esercito degli arpioni è composto in gran parte da adolescenti: si tratta anche di una sorta di rito di ingresso nell'età matura.



Per una volta non riesco a fare sarcasmo, scusatemi.
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domenica 24 maggio 2009

Voi che leggete siete privilegiati, Corrida # 35

L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.

per chi si fosse perso qualcosa, eccovi la puntata precedente

.35

Ci sono frazioni di secondo in cui, talvolta non sai davvero come comportarti, e passi i secondi vagliando le ipotesi, facendo finta di avere tempo, ma risultando ebete algi occhi degli altri.

"Chi cazzo sei tu?"
Si rifece avanti la domanda, e dopo aver scartato alcune ipotesi, tra cui quella di gettarmi da solo in mare e fuggire, provai a rispondere, ma prima ancora che la mia voce riuscisse nella mia presentazione, tutti si misero a guardarmi, ed un coro condanno la mia innocenza ingenua con una sola parola:

"Infiltrato!"
"E' un infiltrato, una spia!"
"Uccidiamolo!"

Il mio viso doveva somigliare molto a quello di un bambino sorpreso a rubare in un supermercato, un misto di ingenuità, ebetismo, silenzio e passione, in cui i muscoli si bloccano per una sorta di ansia e paura, causando un completo abbandono al circolo degli eventi.
Il fatto che mi credessero un franchista era quantomeno paradossale, ma non avevo niente per dimostrare il contrario.

Con difficoltà mi alzai in piedi sulla canoa ed iniziai a parlare, per cercare di levarmi di dosso l'onta della colpa.

"Sono uno di voi, i franchisti mi hanno incarcerato già una volta. Hanno ucciso la donna che amavo, hanno macchiato di sangue la nostra terra. Lasciate che parli, che remi con voi."

Più o meno avrei voluto dire queste parole. Magari sarei riuscito giusto a brocciolarle, magari non le avrei dette con grande convinzione, forse sarebbero suonate come note stonate di un carillon arrugginito e basta. Fatto sta che non riuscii a parlare.
Nel momento in cui mi alzai in piedi qualcuno dei loro fece un movimento improvviso, come di bacino, e senza sapere come, mi ritrovai immerso nell'acqua, con le parole ancora sulla lingua.
Con grande sforzo le bevvi insieme a un po' di acqua salata e le sentii scendere nei bassifondi del mio corpo, salate e ruvide.

Riemerso trovai con stupore la canoa ancora vicina, e una serrata di visi chinati a guardarmi. Qualcuno mi afferrò sotto le ascelle e mi riportò a bordo, con rapida fatica e sgocciolii di acqua annessi.
Riaprii gli occhi, li stropicciai per far passare il bruciore ed osservai da quella coltre appannata.

"Come stai?"

Non lo vedevo, ma riconoscevo la voce.
Ero morto, probabilmente, ero morto.
Distesi i pensieri a chiedere scusa a chiunque avessi fatto del male in vita e mi lasciai cadere al'indietro. Trovai il legno della barca, ed il suo saluto a ritmo di tonfi sordi e bernoccoli sulla testa.

Riaprii gli occhi, meno appannati stavolta. Lo vedevo, adesso, lo percepivo, la sua ligia coperta di silenzio ed attesa. Felipe.

Di scatto, facendo paura un po' a tutti, mi buttai su di lui, lo abbracciai piangendo, e lui fece uguale, dandomi qualche colpetto sulla spalla. Ci fu solamente un piccolo problema: il mio impeto fece traballare la canoa, che ci riversò entrambi in acqua, con grande tonfo e risa sommesse di tutti.
Qualcuno si arrabbiò e ci promise che ci avrebbe fatto pagare quel casino: era questione di secondi e pochi decibel l'essere scoperti, e l'essere scoperti conduceva a fucilazione sicura.

Quando vidi per la prima volta il quadro di Goya che rappresenta la fucilazione, rimasi allibito. Quelli erano gli occhi, il volto, l'espressione, della gente che avevo realmente visto, la gente accanto alla quale avevo vissuto per anni. Ma questo era solo per dire che quel volto assomigliava terribilmente a quello di Felipe quando capì che la guardia costiera aveva scorto qualcosa in mare, ed iniziava a prendere le misure con i propri fucili e strilli.

Vedevamo l'acqua schizzare e nel volgere di pochi, snocciolati secondi una barca a motore staccò gli ormeggi. I proiettili fendevano l'aria e l'acqua: altro non c'era da fare che risalire in canoa e riprendere a remare, con tutta la forza possibile.

Nessuno alzava la testa, le braccia erano ferme intente nei soliti movimenti, di uomo in uomo, come macchine sincronizzate, i respiri parlavano all'unisono, i muscoli tesi nell'idea di non farsi raggiungere dal fascio di luce della navetta a motore.
Quella era la sola ed unica fortuna: l'esercito franchista, nonostante gli antichi appoggi italiani e tedeschi, non possedeva un grande apparato militare. Forse per la guerra civile, forse per l'economia autarchica, la Spagna somigliava a un pezzo di Africa che galleggiando si fosse incastrato per sbaglio nell'Europa.

Continuammo a remare, il capo chino sotto la luna che presto avrebbe lasciato posto al sole, non sapendo come sarebbe andata a finire. Voi che leggete siete chiaramente privilegiati: se è vero che sto scrivendo, è ancora vero che sono vivo e vegeto. Anche se per quanto ancora non si sa, ma temo non troppo.
Noi, su quella canoa a remare a pelo d'acqua, avevamo in dono un'alba dal futuro molto più che incerto.





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sabato 23 maggio 2009

Chi di shampoo ferisce di spray perisce

E' lungo in media 15 cm, ed ha un diametro, in media, di 2 - 3 cm; è incurvato.


Vi prensento il peperoncino Cayenna Turco, componente base del celeberrimo spray al peperoncino: Lo spray in questione, composto fondamentalmente da peperoncino (principio attivo CAPSICUM, che è una sostanza derivata dal peperoncino di Cayenna), rende inoffensivo l'eventuale aggressore provocandogli l'immediata chiusura involontaria degli occhi, a causa di un forte e acuto bruciore c
on effetto lacrimante, infiammazione delle mucose del naso, occhi e gola, causando di conseguenza in lui un forte disorientamento ma nessun danno permanente. La durata di questi effetti è di circa 20-25 minuti. ( da il Blog del salmo 69 )

Pensate di avere a disposizione una persona, sceglietela con cura, mi raccomando. Pensate a tutte quelle a cui regalereste una bella spruzzatina rinfrescante in viso. Concentratevi sul volto e concedetevi 20-25 minuti mentali di gloria.

Io, al contrario di quanto alcuni penseranno, non ho scelto il noto cavaliere, bensì Lisbeth Koelster.
E chi caspita è Lisbeth Koelster, direte voi?


E' questa donna sopra.
Ancora niente, non la conoscete?
Bene, altro aiuto: è una idiota.

Trattasi di giornalista danese che per dimostrare la tossicità di uno shampoo antiforfora, in diretta televisiva ne ha versato il contenuto di un acquario con dodici pesciolini. Risultato: sono tutti morti nel giro di poche ore.

No, dico io, Brava!

Perchè mai questo dimostrerebbe che quello shampoo è tossico per l'uomo? Dimostra, semmai, che i pesci non gradiscono il sapone.

Come apprendo dal fidato Ecodiario, a questa luminare della scienza che è la carissima Lisbeth, non è stata applicata alcuna sanzione, solo un richiamo.
Per cui, è tempo di spray, cara mia...
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venerdì 22 maggio 2009

Radici Fil Pistoia: La legge del più forte trionfa ancora

"L’azienda non si muove di un passo. La direzione della Radici è ferma sulla decisione di chiudere lo stabilimento di via Fiorentina." (Il Tirreno 21 Maggio)

I vertici dell'azienda non si sono presentati nemmeno a questo incontro, seppur convocati per l'ennesima volta dal presidente della Regione Martini, dai sindacati e dai rappresentanti dei lavoratori: hanno preferito far parlare alcuni delegati.
E a vedere ciò che hanno da dire è ben comprensibile la vergogna.

"Anche per quanto riguarda la riconversione della produzione l’azienda non ha chiuso definitivamente le trattative, ma rimane fondamentalmente intenzionata a proseguire nella direzione della chiusura dello stabilimento di Pistoia, salvo che non si presentino offerte più vantaggiose." (Il Tirreno 21 Maggio)

E' un giochetto già visto.
Si prende una parte centrale di una filiera, si crea un buco per dimostrare la crisi, magari semplicemente aumentando i costi delle materie prime, si dichiara una situazione di difficoltà, e si chiude.
A meno che non ci siano offerte vantaggiose.
In questo caso si sfrutta il pacchetto crisi del governo, si prendono gli incentivi e se ne approfitta per licenziare un po' di personale, che non guasta mai.

Tutto sulla pelle dei lavoratori.



Qualcuno, però, prima o poi dovrà spiegarmi come fa una nazione avvolta dalla crisi a salvarsi calpestando i diritti, massacrando le famiglie, licenziando le persone, facendo indebitare promettendo finanziamenti a costo zero o altri orizzonti di mistico consumo.
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giovedì 21 maggio 2009

Io sono esacerbato e voglio dichiarare pubblicamente la mia indignazione

"Io sono esacerbato e voglio dichiarare pubblicamente la mia indignazione"
(S. Berlusconi 21/5/ 2009)

"Idem"
(Riciard 21/5/ 2009)


Silvio Berlusconi rivendica il diritto di ciascuno di criticare i giudici anche perché, aggiunge: "E' come se Mourinho fosse l'arbitro di una partita Milan-Inter". Il presidente del Consiglio lo afferma parlando nel corso dell'assemblea annuale di Confindustria.
(Ansa 21/5/2009)

Il che equivale a dire che i giudici, o Mourinho che dir si voglia, sono contemporaneamente arbitri e allenatori della squadra vincente.
Il che farebbe pensare, quindi, che i così detti comunisti, o Mourinhisti, siano il partito di maggioranza, governino il paese.
E invece no.

Ma presto spiegato anche il perchè, è tutta una costituzione subdola, che deve essere cambiata:
"Il presidente del Consiglio - aggiunge Berlusconi - non ha nessun potere perché la Costituzione è stata scritta dopo il ventennio fascista e quindi tutti i poteri sono stati dati al Parlamento e non al premier".
(Ansa 21/5/2009)

Capito? In pratica la costituzione è stata scritta in un momento di tale paura delle dittature che si è dato tutto in mano ai Mourinhisti. Essi governano dalle file dell'opposizione, subdolamente.
In pratica chi vince le elezioni in Italia, in realtà le perde.


(Nella foto il leadere dell'Opposizione, Mourinho)

Resta da capire il perchè, allora, si voglia cambiare l'attuale legge elettorale in modo che il Pdl possa vincere le prossime elezioni da solo, senza la Lega e prendersi il 55% dei seggi.
Anche così il controllo resterebbe saldo nelle mani dei Mourinhisti.

Maledetti Mourinhisti, cancro della democrazia!

Magra consolazione mettermi a cantare sottovoce questa canzone...


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mercoledì 20 maggio 2009

Vignettocrazia

Era il 18 aprile 2002.
Non sapendo come fare per eliminare quel piccolo dissenso che cresceva, e che minacciava di arrivare persino alla popolazione, il cavaliere da Sofia promise severe punizioni, andando a colpire un comico e due giornalisti.
In seguito altri comici verrano colpiti da editti simili o messi alla pubblica gogna.

Pochi giorni fa, nel 2009, l'anno in corso.

Il dissenso, stando ai suoi dati, alle sue televisioni, non esiste.
E' proprio per questo che è necessario colpire all'istante il minimo segnale di disappunto o di ironia contro la persona del cavaliere.
Con un provvedimento blando il cavaliere colpisce e si vendica, ammonendo Vauro, il vignettista. Prima ancora si era cercato di fare una legge ad hoc per ammettere che cacciare le taglie non è illegale se la testa è quella di Mauro Biani.

Nel 2002 si bloccavano i giornalisti, si bloccava la parola, temendo che potesse arrivare alla gente.
Nel 2009 si bloccano i vignettisti.

Sembra che l'Italia riesca ormai ad opporsi solamente ironizzando, facendo caricature, dicendo qualcosa di vero e qualcosa di falso, ingigantendo un orrore e scempio che è già mostruosamente grande di per sè.

Se quella del governo, quella del cavaliere è l'era dei media e dei mediocri, una mediocrazia, quella dei tanti scoraggiati che si trovano all'opposizione è l'era della vignetta, la vignettocrazia.

Non esiste periodo in cui le vignette e il diritto di satira siano stati difesi come questo.


E giustamente, non sono qui ad obiettare.

Sare d'accordo, se non fosse che nello stesso periodo le parole vengono lacerate, ridotte a singoli comuni denominatori, salendo dalla trachea, scivolando verso la mano perdono purezza ed intenzione, dal cervello fino al trotterellare dei tasti perdono obiettivi e precisione.

E' come se non riuscissimo più ad esprimerci se non mostrando, disegnando, come se la capacità di astrazione fosse stata per sempre risolta in una bolla mediatica che tutto mostra senza dire niente.

Io continuo a scrivere, su questo marciapiede consunto che chiamiamo blog.
Continuo a scrivere, cerco parole appropriate, e talvolta lascio che scivolino di rabbia come gocce di sudore in un giorno di agosto.

Non me ne vogliano alcuni carissimi amici che hanno fatto delle vignette un'arte, non è loro il demerito della vignetocrazia, loro sono un valore aggiunto alla società e alle giornate.
La capacità di sorridere e di far sorridere è un dono prezioso, per cui li ringrazio di condividerla con me.
Non è proprio colpa loro, la Vignettocrazia.


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martedì 19 maggio 2009

La vita è fuori.




Internet, la rete. Se volete, una moltitudine di persone che si fanno compagnia, che scambiano opinioni, sensazioni di qualsiasi tipo, nemmeno sfiorandosi, con la sola immaginazione dello schermo.

Fuori, il venticello fresco della fine serata di un inizio di estate. o fine primavera, se preferite.

La vita, dicono, è fuori.

E' fuori, certamente, nella terra, nel suo splendido e rigoglioso germinare di questi giorni.
E' fuori, la vita. certamente, nei boccioli di rosa che si schiudono al sole per ascoltare la voce d'invidia degli altri fiori.

La vita è fuori nei pensionati che giocano a carte al circolo, in camicette a mezze maniche del mercato, senza togliersi gli occhiali da sole, con un cappello in testa e un gotto di vino davanti.

La vita è fuori nella gente che passeggia per la strada, si incontra casualmente, scambia sorrisi, lacrime a volte, baci o carezze.


La vita è fuori, nei bambini che corrono in mezzo a questo stradello di periferia, fortunati di poter ancora giocare a pallone in strada.

La vita è fuori nel volo delle rondini, così veloce, delicato e deciso, come nei loro nidi, o in un piccolo passerotto che prova a nascondersi sotto la carrozzeria di una macchina, ancora incerto sulle proprie ali.



La vita è fuori.

Tuttavia la vita è anche la precarietà, l'incertezza del lavoro, la fatica quotidiana.

Fuori è anche il sudore rappreso sulla fronte, la paura dell'indomani e la notte passata senza sonno, senza sogni.

La vita è certamente anche la pigrizia, la mancanza di obiettivi, la sola inerzia del lasciarsi percorrere un tratto di strada, da soli o male accompagnati che si sia.


Fuori c'è certamente anche un barcone, che dopo un lungo e nausenate viaggio ti riporta indietro, o da tutt'altra parte, dove proprio non volevi andare.

Fuori è anche una casa di riposo, dove nessuno ti conosce e tutti fanno finta di saperti a memoria, dove aspetti guardando la porta che qualcuno varchi la soglia.

Fuori è anche il leggero e lento aspettare che finisca, prima o poi, l'attesa del morire, la solitudine.

Fuori di qui è anche quel vapore bianco che esce dalle cartiere, è l'inquinamento, il lamento deriso di un pianeta ormai abbandonato a se stesso.



Fuori sono tutti i piccoli ricci schiacciati come zerbini in autostrada. Fuori sono le rane, costrette a traversare fiumi di asfalto per riprodursi, e spesso sconfitte dall'avanzare delle lamiere su quattro ruote.

Fuori è la fame, di un bambino che non conosco, che vive la guerra e la carestia. fuori è anche il giornalista che lo interroga, e ne sfrutta il volto per proprio sadico cinismo.

Fuori è la paura del diverso, di uscire di casa, che chissà cosa mi potrebbero fare queste persone venute da lontano. Fuori è la paura di se stessi proiettata sugli altri.

Fuori è la perversione di un uomo che adesca un bambino, che sia regalando caramelle o promettendo regali.

Fuori è la perplessità che mi suscitano persone imbellettate di verde che credono di poter gestire la società.

Mia nonna diceva sempre: chi di verde si veste troppo di sua beltà si fida. Ed io mi cambiavo la maglietta.

Fuori è la vita.
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lunedì 18 maggio 2009

Il lato sinistro di Fini

In Italia siamo malati, gravemente malati, e in molti ala ricerca di antidoti improbabili.
Siamo talmente malati nell'emisfero a sinitra della politica, da consegnare nelle mani di Di Pietro (che stimo, per carità), uomo di destra sociale, tutta l'opposizione ad un governo che è di destra.
Situazione che definire paradossale è un eufemismo.



Siamo talmente malati nell'emisfero a sinistra del planisfero politico, che oltre a credere che Di Pietro sia di sinistra solamente perchè porta avanti la bandiera della legalità, c'è addirittura chi è arrivato a credere che la fusione a freddo di un ex partito comunista con un residuo bellico, ma non belligerante, della democrazia cristiana potesse impersonificare la sinistra in Italia.



C'è chi è andato oltre, e vedendo che questo strano golem di vangelo e falce senza martello e senza perchè vacillava sotto le critiche interne ed esterne, ha cercato di riprendersi quel poco di sinistra che cascava a grappoli sotto i colpi del martello. Ed ha ben pensato che la sinistra potesse essere rappresentata da un solo simbolo, falce e martello, come se fosse una preghiera, come una poesia, a cui rispondere Amen.
Costui, di nome Dilibero, pensava davvero che il gioco democratico potesse essere impersonificato da una mummia russa.
A raccontarle sembrano cazzate, e invece è pura verità.



Ma siamo ancora più malati.
C'è chi va oltre il golem, chi va oltre la legalità, chi si spinge più in là dei passi incerti mossi verso una Russia che non esiste nemmeno più, c'è chi si è spinto verso lande sconosciute alla sinistra, salutando in Fini un nuovo eroe e campione democratico.
Da destra e da sinistra, da entrambe le parti con lacrime di opposto sapore e non senza ironia, in molti hanno salutato il "compagno" Fini.

Gianfranco Fini era un ragazzo che ha deciso il proprio impegno politico solo perchè non riusciva ad entrare dentro a un cinema ("Non avevo precise opinioni politiche. Mi piaceva John Wayne, tutto qui. Arrivato al cinema, beccai spintoni, sputi, calci, strilli perché gli estremisti rossi non volevano farci entrare. E così per reagire a tanta arroganza andai a curiosare nella sede cittadina della Giovane Italia."). Se quel giorno il cinema fosse stato bloccato da militanti della Lav sarebbe diventato probabilmente cacciatore. Se a urlare davanti alla sala fossero stati i milanisti, Fini probabilmente sarebbe andato a "curiosare" all'interno della curva neroazzurra.

Comunque sia il giovane Gianfranco, entra nel fronte della gioventù e ne diventa leader in men che non si dica, e per volontà dello stesso Almirante. A quanto sembra, Giorgio Almirante cercava un uomo giovane, capace di disancorarsi dal fascismo, che credesse e alimentassi i valori costituzionali per dare un futuro democratico alla destra.

Fu così che la destra sociale, poi democratica e non più storica, non più fascista, stando almeno alla volontà di fondazione, confluisce in quella giovane e già defunta alleanza che con un po' di presuntuosità chiamarono "nazionale".

Non si sa come, con grande abilità politica Fini ci riesce. Riesce a farsi "tollerare" per non dire apprezzare da Israele stessa, riesce a riabilitare il ruolo della destra in Italia, c'è da dirlo, non senza merito del partito "pigliatutto" berlusconiano, che lo culla come alleato.

Da lì, dopo alcune legislature, l'idea, forse presa in prestito da Fausto Bertinotti: il massimo della credibilità un politico la raggiunge quando riesce a rappresentare in una carica statale, lo Stato, la nazione, i cittadini. Bertinotti lo capisce forse poco prima di lui, è tempo di svecchiare la sinistra, di presentarla europea, di rileggersi e magari preparare al strada ad un nuovo delfino (Vendola), e litiga a piene mani per arrivare al ruolo di Presidente della Camera.
Ci sta poco, il Fausto, un annetto o poco più, e non piace a nessuno, né a sinistra ("ma non dice nulla?!"), né a destra ("è un comunista").



Gli italiani proprio non volevano capire che lui, faustino, aveva le mani legate, dovendo rappresentare lo stato, non poteva sbraitare, non poteva urlare, non poteva boicottare il governo, doveva stare nel mezzo. Questo a sinistra non è piaciuto per nulla, forse in Toscana ed in Emilia sognavano un presidente della camera pazzoide che andasse a sventolare la campana in faccia ai fascisti, non saprei. fatto sta che anche a una mia stessa mail rispose confuso ed un po' arrabbiato che io gli stavo parlando "come a uomo di cui si conosce la fede politica, non come a un presidente della camera".

Faustino non piacque a nessuno, lui ci provò, molto intelligentemente, ma nessuno lo capì. Forse pe merito stesso suo, ai posteri la sentenza.

Gianfranco Fini non piace come ministro degli interni, piace poco come ministro degli esteri, ma come presidente della camera se lo contendono tutti.
Non c'è persona in Italia che ad oggi non parli di Fini come "uomo politico nato", o che oppure dica "sa parlare, è un grande oratore". Alcuni si sbilanciano in "E' lo stesso che sedeva accanto a Le Pen, lo stesso che faceva il saluto fascista, ma meglio lui di Berlusconi".
Diciamo che almeno fino a poco tempo fa non è che piacesse, sembrava il male minore per chi guardava a sinistra.


Oggi.
Oggi siamo talmente malati che ci sforziamo, a sinistra, di trovare un antidoto anche sotto il ciarpame. Chiamiamo "compagno" Fini. Io non ho nulla contro Fini, sono contento che l'Italia possa avere a destra un rappresentante democratico, che non pensa al fascismo, che è contro la dittatura (o si dimostra, per me è uguale). Anzi, se riuscisse finalmente a scalzare l'omuncolo che impropriamente ne impedisce l'emergere, sarebbe anche meglio.

E' solo che Fini non è di sinistra. Come Di Pietro.

Siamo così abituati a pensare che la politica sia un gioco sporco che appena uno dice una cosa non "bella", semplicemente "legale", tutti ridiamo contenti.

Siamo malati, lasciate che lo dica.
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domenica 17 maggio 2009

Liberdad, Corrida #34

L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.

per chi si fosse perso qualcosa, eccovi la puntata precedente

.34


Lenta andatura dei passi di Pepito, nonostante tutto il mio impeto e la mia foga sembrava affaticato dai giorni precedenti, e infastidito dal venticello che gli soffiava cointro gli occhi granelli di polvere. Abbassava la testa e sbuffava quasi per starnutire, smorzando il passo e procendendo con un ritmo scattoso, che finiva per innervosirmi ulteriormente, avvinghiato com'ero alla sua criniera e allo snocciolarsi dei secondi.

Con passo indolente di molla scarica ci avvicinammo a Faro, porto di medie dimensioni con grande attività, si sentivano vicini i richiami dei cugini portoghesi, e l'aria mediterranea si faceva a tratti oceanica, portando voci più forti, narrazioni più distanti.
Trotterellando, seguendo i passi di danza di Pepito, che sembrava voler evitare ogni singolo granello di polvere, giungemmo all'ingresso della città, e tagliai il traguardo del cartello segnaletico con una mano sulla fronte, per pararmi dal sole accecante, e cercare di orientare i prossimi passi.
Legai Pepito ad un albero e lasciai che riposasse all'ombra, mentre da solo mi incamminai per le piccole viuzze, senza intravedere anima viva. Doveva essere troppo caldo per lavorare, pensai, o perfino per starsene in piedi sull'uscio di casa ad osservare la vita scorrere.

Sentii uno strano rumore, come di brusio, come di soffio tra fili d'erba, e inizialmente non ci feci caso.
Lo sentii ancora e mi girari per vedere cosa fosse, da dove provenisse.
Un bambino acquattato tra l'erba mi stava chiamando cercando di non farsi notare.
Mi avvicinai.

"Cosa fa, senor, è forse impazzito?"
Lo guardai senza saper rispondere, accennando a una parola, che lui stesso fermò con la mano, facendomi cenno di non far rumore e seguirlo.

Si intrufolò dentro ad una piccola e strana macchia di vegetazione mediterranea, che guardava mal disposta il resto del selciato arido e deserto, e, seguendone con precisione l'estensione, passo dopo passo, arrivammo al mare. Era una insenatura riparata, nascosta al faro ed ai posti di guardia, non grande per la verità, così che quella manciata di persone lì raccolte sembravano un giorno di mercato.
Una imbarcazione a passo felpato e leggero si stava accostando alla spiaggia provenendo da est, tentando una difficile via di invisibilità alle autorità. Era una imbarcazione fine, a remi, tanto lunga quanto stretta, e dall'aspetto precario.

"Questo è il tuo posto senor"
"Ma che posto è questo?" gli chiesi in tutta risposta
"Non è anche lei un fuggitivo, un migrante? Non è un evaso o qualcosa del genere?"
"Sto cercando un amico, non sono un evaso. Forse mi puoi aiutare ugualmente"

Non riuscii a finire di parlare che tutti iniziarono a spingere per salire, in un concitato clamore di sussurri e brusii che finivano per fare più confusione delle urla, e mi ritrovai compresso tra braccia e corpi, mentre da sopra, dalla vicina torretta del molo, pur non vedendo chiaramente, i militari iniziavano a sparare.
Senza intravedere alcuna via d'uscita mi lasciai trasportare da quella decisa manciata d'uomini e mi trovai in men che non si dica a remare su quella lunga canoa dal nome enfatico ed anacronistico: Liberdad.

Dopo le prime remate, pregne di una foga idealistica, gli spari si diradarono, ed il ritmo si allentò, prendendo il passo del solcare la corrente. Era necessario, sentivo dire, raggiungere Lagos prima di cedere, a costo delle vite stesse, oppure tanto valeva andare a consegnarsi direttamente a Franco in persona. Mi limitai a non fare domande, continuai a remare cercando di non pensare, una volta arrivato a Lagos mi sarei dato da fare per rintracciare Felipe, o qualcuno che potesse indicarmene le sorti. Sarei tornato indietro, casomai.

Un uomo in cima alla canoa, con un cappello a larghe tese, si mise a fare una specie di appello, che più che formalità sembrava essere una familiarizzazione. Chiamava i nomi, ed ognuno rispondeva urlando, in sincrono con la remata.
Finito il foglio, finite le persone, chiedendosi dove mai fosse finito un certo Miguel che non risultava presente, le persone che mi erano vicine iniziarono a chiedersi chi io fossi.
Iniziarono a scrutarmi, probabilmente pensando che potessi essere un infiltrato franchista, una minaccia. Feci finta di niente, fino a che non sentii bussare alle spalle:

"E tu, amico, chi cazzo sei?"



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venerdì 15 maggio 2009

Facciamo er cucchiaio a Berlusconi


"Nel 1992, scoppia il caso giudiziario di Tangentopoli ed un’intera classe politica viene azzerata. Poichè il Paese rischiava di finire nelle mani delle Sinistre, che prospettavano un futuro illiberale e di povertà, il 26 gennaio 1994, Silvio Berlusconi annuncia la sua decisione di voler abbandonare la sua attività imprenditoriale, per dedicarsi interamente alla politica e per contrastare la possibile dittatura silenziosa della gioiosa macchina da guerra, messa in campo da Achille Occhetto, segretario del Partito Democratico Comunista Italiano."

e già questo basterebbe, sarebbe allucinante, ma continuiamo:

"
Silvio Berlusconi ha rinsaldato il legame con gli Stati Uniti, ha mediato nella crisi in Georgia dell’agosto 2008, e tra USA e Libia, ha svolto, inoltre, un ruolo riconosciuto e autorevole per giungere a una pace duratura tra Israele e Palestinesi, ha ricreato tra Stati Uniti e Federazione Russa lo stesso clima di dialogo e di amicizia che era sfociato nel vertice di Pratica di Mare del 2003, e che pose definitivamente fine alla Guerra Fredda. "

Con queste motivazioni e premesse si vorrebbe candidare Silvio Berlusconi al premio Nobel per la Pace.
In realtà ho un po' di perplessità: riportare il Nobel in Italia sarebbe un fatto di grande peso ed importanza nella storia, specialmente dopo alcune candidature eccellenti passate in sordina.

Come quella di Pacciani a Nobel per la Medicina.
Oppure quella di Totti a Nobel per la Letteratura.

Sappiamo tutti benissimo di come Pacciani meritasse quel riconoscimento, che gli è stato negato anche postumo, nonostante l'impegno per la ricerca.
Sappiamo benissimo che un errore del genere, che sminuisce noi italiani, non deve ripetersi, ed è per questo che vogliamo affiancare alla giustissima candidatura di Silvio, quella altrettanto motivata di Francesco Totti a Nobel per la Letteratura.

A chi, malignamente, se ne chiedesse il perchè,
a chi ignorantemente volesse sminuire il peso culturale di questa nomina,
vogliamo mostrare il firmamento dei capolavori stesi dal nostro beniamino:

1.Tutte le barzellette su TTutte le barzellette su Totti (raccolte...
(Biblioteca umoristica Mondadori)
Mondadori
€ 9,00
2.Le  nuove barzellette su Le nuove barzellette su Totti (raccolte...
(Biblioteca umoristica Mondadori)
Mondadori
€ 10,00
3.La  mia vita, i miei gol.La mia vita, i miei gol. Con DVD
(Ingrandimenti)
Mondadori
€ 18,00
4.«Mo je faccio er cu«Mo je faccio er cucchiaio».
Mondadori
€ 10,00
5.Tutto Totti: «Mo jeTutto Totti: «Mo je faccio er cucchiaio».
Mondadori
€ 18,00


Famo il cucchiaio a Berlusconi, leggete la petizione e firmate:







Sign for Totti Nobel per la Letteratura 2009



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giovedì 14 maggio 2009

Disobbedisco, e disobbedirò.



"DISOBBEDISCO"
Appello alla disobbedienza civile


di Carlo Olivieri - umanista

La Camera dei Deputati ha approvato il primo dei tre maxiemendamenti
al disegno di legge in materia di sicurezza, quello che riguarda
l'immigrazione. La maggioranza dei Deputati ha approvato norme che
introducono il reato di clandestinità per chi entra o soggiorna
illegalmente in Italia, che rendono legali le ronde, che vietano alle
straniere irregolari senza passaporto di riconoscere i propri figli,
che aumentano a sei i mesi di permanenza nei centri d'identificazione
ed espulsione. Con l'introduzione del reato di clandestinità, in
particolare, tutti gli stranieri senza permesso di soggiorno rischiano
di perdere i più semplici diritti fondamentali, come l'iscrizione
all'anagrafe dei figli, mandarli a scuola, farsi curare da un medico e
la possibilità di sposarsi.


Nella speranza che il popolo italiano insorga contro misure
definibili, senza alcun dubbio, discriminatorie e xenofobe, io,
cittadino della Repubblica Italiana, dichiaro, a chiare lettere e sin
da ora, di non riconoscere questi provvedimenti approvati dal
Parlamento italiano e la mia intenzione di disobbedire a tali norme
ogni qualvolta si presenterà l'occasione.

Disobbedisco e disobbedirò perché credo nella Costituzione italiana,
la quale, nell'articolo 2, "riconosce e garantisce i diritti
inviolabili dell'uomo" - e quindi non solo dei cittadini di
nazionalità italiana - e dichiara, nell'articolo 3, che "tutti i
cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge,
senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di
opinione politica, di condizioni personali e sociali".

Disobbedisco e disobbedirò perché il governo italiano e la maggioranza
parlamentare che lo sostiene, proponendo e approvando tali norme,
hanno compiuto un atto di barbarie che, disprezzando i diritti
dell'essere umano, offendono la coscienza dell'umanità.


Disobbedisco e disobbedirò perché ripudio la violenza. Perché ritengo
che ogni qualvolta si neghi l'umanità dell'altro, come inevitabilmente
succederà con l'applicazione di questo disegno di legge, si sta
compiendo un atto di violenza.

Disobbedisco e disobbedirò perché voglio vivere e voglio scegliere in
che condizioni vivere. Perché non è possibile non scegliere: nessuno
può evitare di scegliere e la non scelta tra condizioni è comunque una
scelta.

Disobbedisco e disobbedirò perché tutti devono avere il diritto di
affermare la propria intenzionalità. Intenzionalità negata, ora, anche
per legge da chi, semplicemente perché nato e cresciuto nel benessere,
si costituisce a pieno titolo oppressore e discriminatore.

Disobbedisco e disobbedirò, infine, perché la lotta per
l'umanizzazione di questo paese e del mondo e per la liberazione
dell'essere umano continuerà, da ora in poi, con più forza. Perché non
c'è nulla che obblighi un essere umano ad accettare un altro essere
umano al di sopra di sé.

Roma, 13 maggio 2009

per aderire a questa dichiarazione clicca QUI

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mercoledì 13 maggio 2009

La crisi si risolve dando lavoro, non negandolo

Per arrivare alla Radici Fil Pistoia si attraversano campi seminati a striscioni. Fermiamo la macchina e continuiamo a piedi per quella che è una strada privata, la stessa che porta allo stabilimento. Una delle scritte che ci accolgono davanti allo stabile recita "E pensare che per uscire dalla crisi c'è chi dice che si deve lavorare di più!".

Siamo davanti allo stabile, ci presentiamo, e veniamo accolti calorosamente, da vera voglia di condividere e parlare. Capire e far capire. Davanti ai nostri occhi alcune delle 137 persone che hanno appena perso il lavoro, in virtù di una cassa integrazione prevista, e di una chiusura dell'azienda nemmeno sospettata.



"Il 27 di aprile ci hanno fatto vedere uno studio di settore, alcuni dati allarmanti sul bilancio dell'azienda in generale e sulle prospettive della produzione di questo tipo di filo. Sostengono che la produzione pistoiese è superiore alla domanda, al consumo, per cui risultava necessario chiudere il sito di Pistoia"

La Radici Fil Pistoia, che produce filo poliammide 66, aveva già preso accordi con i sindacati e con alcuni rappresentanti dei dipendenti, presso il Ministero del Lavoro, richiedendo una Cassa Integrazione Straordinaria per "crisi aziendale per evento improvviso ed imprevisto, a partire dal 1 marzo 2009 per 12 mesi" procedendo "alla collocazione dei lavoratori in CIGS secondo una rotazione programmata che riguarda tutto l'organico in forza". Le linee di intervento previste in tale accordo delineavano futuri interventi in ricerca e sviluppo, nuovi investimenti, diversificazione del personale tramite nuova formazione, riorganizzazione dell'area commerciale.
Ciò che è accaduto è ben differente.

"E' stata confermata la Cassa Integrazione per crisi il gennaio scorso, tuttavia hanno rinnovato i contratti in scadenza a febbraio e ad aprile. Inoltre negli ultimi due anni sono stati acquistati materiali ed attrezzature per 4 milioni di euro."


Con tali presupposti difficile presagire una chiusura, anche perchè i dipendenti ci raccontano come fino a pochissimi giorni prima dell'annuncio il lavoro procedesse serrato, su quasi tutte le linee disponibili.

A marzo, dicono, è stato prodotto 1 milione di Kg di filo, ed è stato tutto venduto.
La produzione di Aprile giace in magazzino (si parla di circa 4 milioni di euro di materiale già ordinato e 350mila euro di materiale da imballare), ed alimenta forti dubbi.
Se la produzione è andata avanti, ci sarà stata una domanda, per cui risulta quantomeno difficile capire dove sia il plausibile motivo di una chiusura.


I dubbi aumentano quando osservando una comunicazione del 20 marzo 2009 apparsa sul sito della Radici Fil stessa, si parla di un notevole giro di affari (950 milioni di euro nel solo 2008), si elogia la produzione e l'importanza a livello nazionale ed internazionale del gruppo, presentando tutti gli stabilimenti ed omettendo il sito di Pistoia. Chiamare in causa il caso sarebbe offensivo.
Come se non bastasse i dati parlano chiaro, e nonostante la crisi, nonostante il gruppo Radici abbia data per scontata la morte economica del filo 66 (quello prodotto a Pistoia), la concorrenza investe milioni di euro sullo stesso tipo di produzione.

In molti si stanno interessando alla vicenda dei 137 lavoratori Radici Fil, tra di loro sono sfilati molti politici, Vannino Chiti e Dario Franceschini, ad esempio, si sono attivati per mettere il parlamento a conoscenza della situazione, tuttavia fino ad oggi rimane l'amarezza di una decisione presa sulle loro spalle, apparentemente senza motivo, e un dubbio che vale il resto della vita lavorativa.


Il reimpiego di questa manodopera, altamente qualificata ("siamo gli unici in Italia a produrre questo tipo di filo, il 66. Siamo tra i più avanzati anche a livello internazionale"), appare difficile, come ai loro occhi sembra improbabile un dietrofront del gruppo Radici.
La stessa azienda, nella riunione dell'annuncio di chiusura del 27 aprile scorso, comunicò gli sforzi di aver provato a vendere lo stabilimento con trattative di mesi, senza giungere, purtroppo, a una compravendita.

137 persone per alcuni di voi, che leggete, potranno sembrare poche.
Nel nord specialmente sono molte le industrie che possono contare questo numero di dipendenti.

A Pistoia no, la Radici Fil è la seconda azienda come numero di dipendenti.
Chiudere questo stabilimento significa togliere una fonte di reddito sicura a 137 famiglie, peggiorarne o azzerarne il reddito e la possibilità di spesa, danneggiando in maniera incontrovertibile tutta la popolazione cittadina.
Se una persona non guadagna, deve rivedere il proprio stile di vita, ridimensionando la sua stessa spesa, andando così ad incidere inevitabilmente su altre persone, su altri lavoratori, che si parli di alimentari, edicolanti, negozi in generale o grandi distribuzioni.

La crisi, insegna la storia, si risolve dando alle persone la capacità di acquisto, non negandola.
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martedì 12 maggio 2009

Capo Porcello Pazzo, ci hai davvero messo nei guai... (Che fare?)



Il signor Calderoli, firmando quella sua legge che altro nomignolo non poteva avere se non "porcellum", ci ha messo nei guai, e doppiamente. Una prima volta perchè ha fatto svolgere le elezioni con una legge che lui stesso ha definito "porcata", ed una seconda per la questione referendum.

Leggo Pancho Pardi, di cui ho sempre avuto stima, sbracciarsi e gridare ai quattro venti di non andare a votare, boicottare il referendum. Detto da uno che proviene dai girotondi, ma ancora di più, dal social forum fiorentino, dall'idea che si debba partecipare, è quantomeno strano.

Il motivo è molto semplice: raggiunto il quorum , una vittoria del sì non porterebbe ad una nuova discussione della legge elettorale, ma alla sua applicabilità, facendoci cadere da un porcellum alla brace. Il referendum si propone non come abrogativo della legge, ma come abrogativo di tre sue parti, andando a porre dei cambiamenti assurdi a una legge assurda già in partenza.

In pratica con una vittoria del Sì, ed un porcellum rafforzato, un qualsiasi partito, che superi lo sbarramento del 4%, e che ottenga la più alta soglia di voti (non la maggioranza dei voti), si porterebbe a casa il 55% dei seggi. Quindi, per fare un esempio, un partito come Forza Italia, che alle elezioni del 2006 era il primo partito con il 23% dei voti, potrebbe governare da solo.
Ciò implica che il Pdl potrebbe governare da solo, senza Lega, con una maggioranza ancora più coesa, pur non rappresentando la maggioranza del paese.
Lo stesso vale per il Pd, ma dubito che possa risorgere all'improvviso e divenire il partito più votato d'Italia (sento ridere dal fondo della platea)

.

A fare riflettere è che le stesse cose le scrive Paolo Guzzanti. Ormai anti berlusconiano, si sa, ma del tutto concentrato sul suo centrodestrismo (a dimostrazione che si può essere di destra anche senza essere berlusconiani).

Fa riflettere, allo stesso tempo, che Franceschini parli di andare a votare e votare Sì.

A notare il problema è stata la stessa Corte Costituzionale, per quanto non interpellata ufficialmente, sottolineando semplicemente il rischio dell'eventuale legge partorita dal referendum: "L'impossibilità di dare, in questa sede, un giudizio anticipato di legittimità costituzionale non esime tuttavia questa Corte dal dovere di segnalare al Parlamento l'esigenza di considerare con attenzione gli aspetti problematici di una legislazione che non subordina l'attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e/o di seggi (...)"

Sia Pancho che Guzzanti vanno avanti e mostrano un futuro prevedibile: referendum che raggiunge il quorum, sì che passa, legge porcellum rafforzata, il governo, in un modo o nell'altro cade volontariamente, elezioni anticipate, vince il Pdl da solo e cambia la costituzione, facendo approdare l'Italietta a un bel presidenzialismo senza alcuna garanzia democratica, che lasci il parlamento in un ruolo di secondo ordine.


Lasciamo da parte questo scenario probabile, ma ugualmente non accertabile. E pensiamo.
Cosa fare quel giorno, qual è l'azione veramente democratica?
Mi ci sbattezzo non riuscendo a capire come possa esserlo il NON andare a votare. Secondo Pardi: "Far mancare il quorum non è manifestazione di indifferenza. E’ difesa attiva della democrazia.". Io non riesco a dire la stessa cosa, e tuttavia mi accorgo di avere le mani legate.

Rimane Di Pietro. Per quanto uno dei suoi delfini, Pardi, appunto, si sbracci e gridi di non andare a votare, lui dice di sì, si deve andare a votare, e si deve votare sì. Ma, ovviamente, mette dei paletti: "Per noi vige l’equazione: si al referendum = eliminazione dell’attuale legge elettorale che, ricordo, gli stessi autori hanno definito “porcellum” (...) Ribadisco il sì ai quesiti referendari poiché rispetto le 850 mila firme dei cittadini, ma vorrei sapere dalle altre forze politiche le loro intenzioni sulla riforma della legge elettorale vigente. Se l’intento è partire dal referendum per cambiare il “porcellum”, l’Italia dei Valori è pronta a votare sì. Se l’intenzione è quella di usare strumentalmente le firme dei cittadini per avviare un processo di revisione che si concluda con un “porcellum II la soluzione finale” e con l’eliminazione dei partiti di opposizione, allora questo non lo accetteremo."

E pensare che io sono proporzionalista convinto...

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