domenica 26 luglio 2009

Quanto vive l'uomo, infine? Corrida#40

L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.

per chi si fosse perso qualcosa, eccovi la puntata precedente

.40

A dire il vero non saprei dire quanto tempo sia stato a faccia in terra, privo di sensi. Forse un'ora, un giorno o una settimana, non riuscirei a dirlo; la sola cosa strana è che quel buio, quella incoscienza apatica e vegetale, mi sembrarono naturali al mio risveglio.


Mi guardai intorno, provai a decifrare immagini totalmente fuori fuoco, abbagliate da una luce bianca ed intensa, diversa da quella del posto di guardia, ma non meno insidiosa.
Si dice che gli animali abbiano una cosa chiamata istinto, gli attribuiamo una capacità di agire in base a regole primordiali che permettono il prolungarsi della vita e la salvezza della specie.
L'uomo è un animale, e me lo ricordai quando constatai la mia posizione, completamente rannicchiata, sulla difensiva, pronta a ricevere e subire senza muoversi un indefinito numero di colpi.
Posizione presa istintivamente, senza ragionamento, con il primo bagliore di vita negli occhi.

Sentivo delle voci attorno a me, intuivo la presenza di donne ed uomini, sentivo che mi toccavano il braccio, la gamba, ma non riuscivo a sottrarmi alle loro attenzioni, qualcosa sembrava impedirmi qualsiasi movimento. Una nuova tortura, forse, pensai, oppure sono semplicemente morto e questo è l'aldilà.

Ero quasi sicuro di essere vivo per il forte sapore di sangue rappreso in bocca, che si era annidato in tutti i tagli della mia bocca, a ricordarmi una lezione ancora da apprendere.
Non mi sentivo orgoglioso per non aver parlato, non mi sentivo felice, ero solo un essere immobile, adagiato in una strana luce, tocchicciato da mani gesticolanti.
Sembra che l'istinto di sopravvivenza renda meno nobili tutti i sentimenti, appiattendo le sensazioni, lasciando alla mente un vuoto stabile, per dirigere tutte le forze alla soppressione del dolore, alla ricomposizione del corpo.

La luce, sì, era differente da quel posto di guardia, era bianca, e molto più forte. Riuscivo ad intuirlo anche con gli occhi socchiusi. E l'odore che si distingueva da quello di sangue ricordava bagliori di naftalina. Il marciume del posto di guardia, quell'odore chiuso era scomparso.
Non mi interessava sapere dov'ero, dopotutto. Se dovevo morire, beh, sarei morto, ero troppo occupato a mantenere il vuoto mentale, pur senza accorgermene.

Il coma deve essere una cosa simile a quella che provai in quei giorni all'ospedale.
Sensazioni ridotte al minimo, tutto il corpo diretto in una direzione, in un continuo sforzo di meccanico che cerca di riparare la parte rotta.
Alle volte, mani gesticolanti aiutano, cambiano pezzi definitivamente rotti o intervengono più minuziosamente, aggiustando falle, valvole, o inserendo liquidi.
Siamo come macchine, a volte.

Una mattina sentii un dolore forte all'occhio destro, delle piccolissime punture sulla palpebra, e all'improvviso si spalancò tutto. Vedevo tutto sfuocato e irrorato da una luce bianca, candida e smorta.
Mi avevano tolto i punti dall'occhio.
Girai la testa e vidi qualcuno vicino a me di letto.
Capii che mi guardava, perchè appena aperto l'occhio mi parlò, in rima, citando versi conosciuti a mente, scanditi forse davanti al crepitare del fuoco, come se fossero smisurate preghiere laiche.


Quanto vive l'uomo, infine?
Vive mille giorni o uno solo?
Una settimana o secoli?
Per quanto tempo muore l'uomo?
Cosa vuol dire "Per sempre"?

Preoccupato da questo tema
mi dedicai a chiarire le cose.

Cercai i saggi sacerdoti,
li attesi dopo il rito,
li spiai quando uscivano
a visitar Dio o il Diavolo.

Si annoiarono con le mie domande.
Neppure essi sapevano molto,
eran solo amministratori.

I medici mi ricevettero,
tra una consulta e l'altra,
con un bisturi in ogni mano,
saturi di aureomicina,
sempre più occupati ogni giorno.
Da quando appresi per ciò che dicevano
Il problema era il seguente:
mai eran morti tanti microbi,
tonnellate di essi cadevano,
ma i pochi che rimanevano
si rivelavano perversi.

Mi lasciaron così spaventato
che cercai gli affossatori.
Andai ai fiumi dove bruciano
grandi cadaveri dipinti,
piccoli morti ossuti,
imperatori ricoperti
di squame terrificanti,
donne schiacciate d'improvviso
da una raffica di collera.
Erano rive di defunti
e specialisti cinerei.

Quando arrivò la mia occasione
rivolsi loro qualche domanda,
essi mi offrirono di bruciarmi:
era tutto ciò che sapevano.

Nel mio paesi gli affossatori
mi risposero, tra bicchieri:
-"cercati una ragazza robusta,
e lascia stare queste sciocchezze".
Mai vidi persone più allegre.

Cantavano levando in alto il vino
alla salute e alla morte,
erano grandi fornicatori.

Tornai a casa più vecchio
dopo aver percorso il mondo.

Non chiedo nulla a nessuno.

Ma so ogni giorno meno.


(poesia di Pablo Neruda, tratta da "Estravagario", del 1958)

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