mercoledì 31 dicembre 2008

Blogger dell'anno

E un altro anno se n'è andato alle spalle, ancora poche ore e sarà già tempo di brindare, incrociare bicchieri ed auguri per un nuovo anno. La novità mi è sempre sembrata qualcosa di stimolante, per cui, anche solo un cambiamento di una cifra in un numero serve a stimolarmi.

Ma perdere completamente nota dell'anno passato sarebbe brutto, per cui cerco un modo per ricordarlo, chiedendovi chi, secondo voi, è il Blogger dell'anno.
Non ci sono premi, non votazioni on line, non c'è macchianera o altre puttanate, solo e semplicemente il vostro ed il mio semplice giudizio.

Mi lancio per primo:

Vik, Vittorio Arrigoni
, per il semplice fatto che ci ha dimostrato come le idee e le intenzioni debbano valere sia sulla carta scritta, che sullo schermo, che nella vita, Un grande plauso delle mie mani va a Vik, ed un sincero grazie.

Adesso sta a voi, lasciate commenti e vediamo un po' chi nominate. Lasciate anche i link, almeno visiterò tutti coloro che non conosco, anche solo per curiosità.

E per chiudere, sempre a ricordo di questo anno andato, vi lascio due dei post di Riciard's che potrei nominare "due dei riciard'spost dell'anno", buona lettura o rilettura:


Avevamo la valigia di cartone

Un buon 2009 a tutti voi, e grazie per seguire questo piccolo, confuso, pretenzioso e profondo blog.

Riciard

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lunedì 29 dicembre 2008

Io non sono riuscito: Scrittura Automatica

Stanotte by alessandropagni.

Foto e testi di Alessandro Pagni,
(lo trovate anche su Flickr: http://www.flickr.com/photos/alessandropagni/)

Scrittura automatica

È notte, metà notte circa, la notte di Natale e io scrivo, cucio, smentisco, ricucio, raccolgo a piene mani, per non pensare al sonno che non c’è, per non pensare agli incubi del giorno e a quelli che di notte mi tormentano e la mattina non ricordo.
È notte e fa il solito freddo bastardo in questa casa, il solito brivido lungo la schiena, la leccata ruffiana sotto la pancia, una mano al collo…davvero, il solito freddo, nient’altro.
Mi guardo in giro, e il buio sembra così profondo da poterci perdere dentro tutti questi pensieri inutili che mi tengono ebete e in sospeso, tutte queste congetture sterili in attesa di un mattino lontano, un pomeriggio lontanissimo, una sera remota e poi ancora la notte a sottrarmi al sonno e poi al mondo.
E tutto per l’attesa di una gioia assassina, che arriva solo a tradimento e rapace come una mannaia, apre ferite invisibili di una profondità da vertigine e si dilegua.
Il sapore di quelle ferite sale alla bocca ed è come succhiare la lama che le ha provocate, il sapore amaro di uno strumento perfettamente gelido e oscenamente affilato, pronto a falciare buoni propositi per l’avvenire e sogni semplici da caminetto, giorni fatti di niente, feste tollerate e torture comandate.
Si sente l’odore del silenzio mescolato alla paura di quel buio amico, l’odore pieno della tenebra che mi avvolge, squarciata solo dalla violenza artificiale di uno schermo acceso.
Mi sento in bilico sul filo dei miei giorni, felice di buttarmi e vaffanculo, felice che sotto non ci sia rete né riparo, solo il lurido, volgare e soffocante asfalto, pronto a farsi materasso per le mie interiora, pronto a raccogliere i miei ultimi pensieri sbrodolati via dalla mia bocca storta e imprecisa.
È solo un’altra notte morta, di tante senza sapere la direzione, di tante piene di tormentate riflessioni e pozzi neri dove affacciarsi per vacillare e avere il brivido di un imprevisto ancora.
Il rumore del niente mi gonfia e rilascia il petto, mi penetra con quell’odore così consistente e inesistente da sembrare un colore morbido, un fumo quasi da guardare, un vapore denso quasi da toccare, zucchero filato da mangiare.
Il silenzio assordante da affrontare, dove nuotare e poi annegare.
E non c’è niente che non sia oggettivamente rimediabile o riscrivibile con le dita sulla tua pelle, o da rincorrere con la mia lingua tra le tue foglie ricurve, non c’è niente che non si possa stringere di nuovo tra le dita e avere ancora la sensazione rassicurante della presa salda e ferma, dell’attimo in cui decidiamo di vivere senza più pensare al mondo.
Non c’è niente che mi riesca stanotte a persuadere che Cristo abbia fatto bene a farsi imbullonare, per sporgersi dal suo scomodo pulpito e sputare sentenze: c’è solo una vita, breve e piena di bugie che ci fanno sopravvivere alle contraddizioni nostre ma anche altrui, chi è senza peccato non scagli pietre ma si penta di quanto è imbecille e cerchi al più presto un rimedio, non un riparo.
Io ho peccato e peccherò ancora, come qualcosa di necessario per nutrire una a una le mie funzioni primarie.
Ho guardato questo buio fino scoprirvi le forme delle cose, ho ascoltato grida di rabbia fino a sentirmi bucare, annusato i tuoi capelli fino a perdermi, raccolto parole stringendo la presa così forte da non sentire più circolare il sangue.
Ho assaporato troppo e troppo affondo per non urtare la vostra beata morale.
Ma sinceramente non mi importa molto…buon Natale.



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Il mistero dell'Omino Bianco


Hanno provato in molti a rispondere.
In molti hanno solamente posto il quesito.
Io lo ripropongo a voi:

Perchè l'Omino Bianco è NERO?

Le possibilità sono molteplici.
Studi comparati, riflessioni attente, confronti di mercato ed analisi psicologiche ci hanno portato ad accreditare alcune ipotesi. Si tratta di ipotesi, non tesi.

a) In realtà l'omino doveva essere bianco, ma mettergli una maglia nera a contrasto non avrebbe garantito una buona pubblicità al detersivo

b) Esaminato lo sfondo rosso, si può evincere che i colori del marchio sono gli stessi della svastica nazista, quindi siamo davanti ad una sottile propaganda psicologica da parte dei nazisti neri.

c) Omino Nero, come in origine si chiamava il prodotto, avrebbe spaventato a morte i bambini, che avrebbero in massa incitato le mamme a comprare Coccolino, ben più rassicurante.

d) In realtà il nome del marchio va letto all'incontrario, ottenendo la subdola frase "Onimo Ocnaib" che parla da sola

e) Il garfico non sapeva proprio che pesci prendere, ma aveva capito che il discorso del mulino bianco andava forte, così, pur sapendo di aver già depositato un omino nero, ha preferito ripiegare su un qualcosa di sicuro successo

f) E' un chiaro tentativo razzista di suggerire che le persone di colore avrebbero bisogno di detergente

g) Il proprietario di Omino Bianco era un grande tifoso del Lanerossi Vicenza, per cui non poteva rinunciare ai colori sociali e all'idea di comprare un brasiliano alla squadra.


L'indagine prosegue, lungo queste piste ed altre ancora. Accogliamo molto volentieri suggerimenti, ogni contributo ci avvicinerà alla verità, alla scoperta della rivelazione.
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Smontare l'ideologia neo fascista è come bere un bicchiere d'acqua

La prima cosa da dire guardando il fascismo come movimento storico sicuramente di forte entità, è che di per sè non presentava un chiaro ideale. Il fascismo nasce come una aggregazione di mutilati, soldati dimenticati, irridentisti, nazionalisti, socialisti interventisti e, manco a dirlo, borghesi (tra cui inizialmente alcuni ebrei).
Per cui non c'è niente da smontare a livello storico, visto che il fascismo è un movimento che si afferma come tutto e il suo contrario, lasciando ora messaggi nazionalisti e razzisti, ora socialisti e populisti.

La necessità di smontare l'ideologia dei neo fascisti, dei giovani che vanno in pellegrinaggio alla tomba di Mussolini, gli stessi che agitano bandiere con la croce celtica o roba del genere, viene proprio dal fatto di contestarne le frasi comuni, i modi di dire, che si sono sostituiti all'ideale, lasciando dietro al luogo comune un niente imprecisato (proprio perchè mai affrontato storicamente).

Per cui potrebbe essere utile smontare ad una ad una queste frasi comuni, questi modi di dire e pensare (o non pensare), con la speranza che qualche parola arrivi più in là del muro immaginario che ci divide. Sono ben accetti tutti i suggerimenti, su frasi che avete sentito dire, non mi tirerò indietro a smontarle, ci mancherebbe.


"Gli extracomunitari ci rubano il lavoro"
Se rubano il lavoro significa innanzitutto che il lavoro c'è. Dicono che lavorano loro perchè si fanno sfruttare e che per questo i datori di lavoro preferiscono loro agli italiani. E' da vedere se effettivamente gli italiani farebbero o meno quei lavori, ed in caso affermativo, pongo io una domanda: dov'è lo stato? Al governo momentaneamente c'è la destra, per cui, se non ci pensa lei, visto che la guardate con favore, non vedo proprio chi dovrebbe risolvere il problema.

"L'Italia è una grande nazione che deve risorgere"
Il sogno di un'Italia forte che si faccia intendere a livello internazionale è vecchio quanto l'Italia stessa forse, e prende le mosse dall'impero romano, per quanto riguarda la grandezza a livello militare e storico, e dal rinascimento per il livello culturale. Lo stesso ventennio rappresenta per alcuni una era d'oro, dove l'Italia era una potenza e non aveva niente da invidiare alle altre nazioni. Da sommare a tutto questo c'è la convinzione che gli italiani siano il popolo migliore che esista. In sordina è semplicissimo rispondere: l'Italia non è mai contata nulla a livello militare e sulla carta molte di più sono le defiance che le vittorie. Sognare si può sognare, per carità, ma sarà il caso di farlo guardando avanti e non indietro. Gli stessi italiani, anche nel ventennio, come nella prima guerra mondiale, sono stati i primi a boicottarsi (basta pensare a Caporetto o alla spedizione in Grecia). Infine, l'Italia esiste da appena un secolo e mezzo, e in così poco tempo quante volete che siano mai state le sue gesta?

"Mussolini si è fatto prendere da Hitler, non era razzista, e fino alle leggi razziali il fascismo era una gran cosa"
Mussolini non apprezzava Hitler, verissimo, è da dire, infatti, preparandosi al loro primo incontro, disse "Vado a trovare quel nano baffuto". Mussolini si ritrovò a percorrere la strada isnieme a Hitler per motivi di politica internazionale: la guerra imperialista e il voltafaccia di Francia e Inghilterra (con le quali fino a quel momento aveva avuto larghe intese). Ma che fino a quel momento, fino al 1936, il fascismo fosse bello è tutto da ridere, o da piangere. Sognare quel periodo significa sognare un paese in cui non esista libertà di stampa, parola, voto, culto, opinione, associazione. Regole ferree, che inquadrano l'individuo e la sua vita dalla nascita in tutti i campi, compreso il vestire, poca meritocrazia, fortissima burocrazia e vassallaggio tra i potenti. Se volete vivere in un posto così, createvelo lontano da me, se potete, grazie.

Avete qualche domanda o frase da aggiungere? Sicuro che ce ne siano, aspetto, e mi propongo di smontarle accuratamente tutte, una per una.
Facile come bere un bicchiere di acqua, lo assicuro.

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domenica 28 dicembre 2008

Sono davvero preoccupato per la salute del nostro amato Premier

Sono davvero preoccupato per la salute del nostro beneamato premier.
Continua a ripetere le stesse frasi da mesi se non anni, ma sempre con meno forza.
Sembra debosciato, talvolta ubriaco, le parole gli scivolano di bocca, senza convinzione, senza sorrisi, biascica stupidate degne della sagra della bugia di Le Piastre.
A tratti sembra che lo stiano tenendo su con i fili, ed è ora che tutti noi, per la sua salute, ci impegniamo contro l'accanimento terapeutico.
Basta continuare a somministrare massicce dosi di antidolorifici se gli effetti sono questi.
E le cose non vanno meglio se si cimenta nell'inglese.



Buon Natale e Buon anno piccolo grande premier, con l'augurio che la salute torni, anche quella mentale.
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sabato 27 dicembre 2008

Il giorno dopo, Corrida #27

L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.

(leggi il capitolo 1, capitolo 2, capitolo 3, capitolo 4, capitolo 5, capitolo 6, capitolo 7, l capitolo 8, capitolo 9, capitolo 10, capitolo 11, capitolo 12, capitolo 13, capitolo 14, capitolo 15, capitolo 16, capitolo 17, capitolo 18, capitolo 19, capitolo 20, capitolo 21, capitolo 22, capitolo 23, capitolo 24, capitolo 25, capitolo 26)

(appunti di percorso di Alex)


.27

Il giorno dopo. Come se sempre ci dovesse essere un giorno seguente, come se sempre fosse tutto pianificabile. Spesso diciamo di chi muore "ha avuto una vita così o cosà", come se ci fossero altre possibilità, come se ci fossero altre vite, la verità è che si dovrebbe dire "la" vita. La sola. Stetti sveglio tutta la notte, pensando che non ci sarebbe stato un giorno dopo, con la paura di addormentarmi, guardando negli occhi il sole sorgere lentamente, bagnare di colore le fronde degli alberi, i fili d'erba e tutta la radura.

Ero immerso nel niente. Sembrava non ci fosse una casa, una strada per miglia, non avevo alcuna idea di dove mi trovassi, e tuttavia tirai un colpo di reni e mi alzai, deciso a camminare.

I fatti, le vicende storiche, sono strane, sembra che nulla si muova per giorni, mesi e forse anni, e poi, ad un tratto, ogni cosa viene mossa come da un impeto frenetico, e tutto crolla o si costruisce. A termine di questo rapidissmo moto, sembra sempre che ogni cosa abbia finalmente trovato il suo posto, ma è chiaro che è per poco, che è solo quiete apparente.

Così, dopo una notte intera di calma apparente, di immobilismo, senza un perchè, i miei muscoli raccolsero le forze e decisero che era ora di camminare. Scoprii ben presto che la fatica era amica del dolore, riusciva a controllarlo, svuotando in un qualche modo i pensieri.

Così camminai, camminai e camminai, senza sosta, giorno e notte.
La gente mi guardava, alcuni salutavano, altri chiedevano, altri ancora accompagnavano la mia solitaria marcia con uno zufolo improvvisato sul momento da una canna. Cercavo di non fermarmi, se non era strettamente necessario, ed accettavo i pasti che lungo la strada mi venivano offerti, ma niente di più, cercavo di evitare ogni contatto umano, finii per dimenticare la parola, cominciai a pensare per immagini e sensazioni.

Vi siete mai chiesti cosa sogna, cosa pensa un bambino che ancora non possiede l'uso della parola?
Un bambino che deve ancora nascere, sogna, pensa. Un bambino appena nato, un bambino di pochi giorni o uno di qualche mese, prenderà spunto dall'esperienza come tutti noi, dalle immagini, dalle sensazioni, dal freddo, dal caldo, dalla paura, dalla gioia, dal dolore e così via. Se non si hanno vocaboli, se non si ha un vocabolario, si pensa per immagini, per sensazioni, per suoni inarticolati, e odori. Il pensiero può esistere senza la parola, questo mi appare chiaro.

E se mi aveste incontrato lungo il cammino sarebbe apparso chiaro anche a voi.
Grugnivo, ma non solo perchè mi fossi convinto di aver dimenticato la parola, piuttosto perchè mia deguavo senza ripensamenti al mio ruolo di nomade incolto, come un ultimo uomo sulla terra, come un relitto preistorico abbandonato alle sue sole gambe in giro per il mondo.

Le parole sono importanti
, mi dideva mio padre, una volta. Mi invitava a sceglierle dal calderone della mente, uan ad una, con precisione instancabile, per trovare le più adatte, le più giuste e peculiari per la frase. Ogni sfumatura di senso una parola.

Le parole non sono poi molto importanti, papà
, gli avrei risposto allora grugnendo. Purtroppo non avrebbe capito. Al contrario, io cominciavo a capire. Discostarsi dai suoni umani provoca un irrefrenabile avvicinamento ai suoni della natura, porta a comprendere il mugugnare di un animale, il suo perchè. Non ci crederete, ovvio, ma a suo tempo avrei potuto tranquillamente sostenere una intera discussione sul cibo con un cane.




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Comprate un pezzetto di Vicenza


E alla fine le ruspe sono entrate in azione, con l'ordine di iniziare a demolire, aspettando la sentenza del Tar, per poi aprire il cantiere e tutto ciò che ne segue.
Una delegazione, in cui per protesta non figurava il sindaco di Vicenza Achille Variati, ha ispezionato solo una parte del Dal Molin per valutarne l'impatto paesaggistico, mentre dal governo giungono segnali ambigui, con dichiarazioni che dicono che a Vicenza non ci saranno truppe permanenti.
In pratica, vogliono far passare la più grossa installazione militare Usa in Europa come una scatolina inoffensiva.

Il presidio ha da qualche tempo abbandonato il proprio abituale loco, e mi dispiace informarvene solo ora, ma se verrebbe da pensare ad una sconfitta, è un errore.
I No Dal Molin hanno distribuito in rete un comunicato col quale chiedono aiuti economici per comprare l'area adiacente alla base, probabile futura sede del presidio stesso.

"Il periodo che ci aspetta è decisivo per bloccare la nuova base Usa, ed il rischio di non avere un luogo fisico per il Presidio finirebbe per mettere in difficoltà la lotta che da oltre due anni stiamo conducendo, rendendola più debole. La posta in gioco è quindi troppo alta, e l’autosostegno economico dei vicentini, che ha permesso al Presidio di continuare caparbiamente ad esistere, oggi non basta più: abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti.

L’intenzione è quella di acquistare, tutti assieme, un terreno adiacente all’area Dal Molin per far sì che il Presidio metta radici e diventi definitivo. Per far questo, oltre alla solita determinazione e piccola vena di follia, servono somme ingenti: per questo rivolgiamo un appello a tutte e tutti, in Italia e all’estero, perché ci aiutino contribuendo con l’acquisto di una o più quote da 100 Euro per il nuovo Presidio o, in alternativa, divenendo “sostenitore attivo” con il versamento di 50 Euro (25 Euro per studenti e precari).

Per seguire la progressione dei lavori, per info e aggiornamenti visita http://www.mettiamoradicialdalmolin.blogspot.com/ e www.nodalmolin.it"


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venerdì 26 dicembre 2008

I regali di Natale di Silvio Berlusconi


"...il premier, che ha regalato per Natale ai nipotini un pupazzo con le sue sembianze nel costume di Superman..."

(da La Stampa)

Non ho parole.

Non bastava essere unto dal signore, non bastava giurare sulle teste dei figli, non bastava sostenere di essere un miracolo che cammina, adesso, oltre che giovane e gagliardo, è anche superman.
Poveri nipotini.
Poveri piccoli.
Quasi quasi li adotto.


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Berlusconi: "Chi è senza peccato alzi il telefonino"


"In collegamento telefonico con la cena di Natale di Fi a Rho il premier Silvio Berlusconi ha ricordato che la riforma della giustizia civile è stata già approvata dalla Camera e adesso si lavora alla riforma della giustizia penale.

Rivolgendosi ai presenti in sala, Berlusconi ha chiesto di alzare la mano a chi è sicuro di non avere il proprio telefono sotto controllo. "Questa non è democrazia - ha detto Berlusconi, - la prima cosa è la privacy, la riservatezza. Non è democrazia quando un cittadino teme di essere ascoltato. E ancora di più quando trova sui giornali le proprie dichiarazioni, anche quando non sono rilevanti"
(Da Rai News24)

E' una cosa normale, alcuni amici si trovano a cena ed a un certo punto uno invita gli altri ad alzare la mano se sono sicuri che il proprio telefono non sia sottocontrollo. E tutti a ridere e a brindare con ilarità. Succede più o meno a tutte le cene, voglio dire, anche io con i miei amici, siamo più o meno tutti sicuri di avere il telefono sotto controllo.
Sono sicuro che ci sia qualcuno che ascolti le mie brillanti conversazioni di un minuto l'una con amici e parenti, anche perchè da esse dipende la vita dello stato.
Poi chi di voi non ha ritrovato le proprie conversazioni sul giornale? Succede sempre.
L'altro giorno, infatti, ne ho letta una mia in cui chiedevo alla mia compagna cosa comprare per cena.
Succede a tutti, è normalissimo.

Per cui è l'ora di dire basta alle intercettazioni, prima che riescano anche a mettere in galera qualche mafioso in più o roba del genere. Non ne possiamo più.
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Mutui agevolati a chi adotta un bambino straniero

"Mutui agevolati per chi adotta un bimbo

il Tirreno — 24 dicembre 2008 pagina 01 sezione: PISTOIA
PISTOIA. Un Natale solidale per la Banca di credito cooperativo di Pistoia: cogliendo l’occasione delle festività, infatti, la Bcc ha presentato ieri un progetto di finanziamento per le adozioni internazionali. Si tratta di un mutuo agevolato destinato a tutte quelle coppie che hanno in progetto di impegnarsi in un’adozione internazionale e che siano già in possesso del decreto di idoneità rilasciato dal tribunale dei minori. L’importo massimo che la banca è disposta a finanziare è di 20.000 euro, ma può raggiungere i 25.000 euro se la famiglia decide di adottare più di un bambino o un minore di un paese extraeuropeo." (Da Il Tirreno 24 dicembre 2008)

Sarò strano io.
Probabilmente non capisco, probabilmente cerco sempre il pelo nell'uovo.
Probabilmente sono troppo abituato all'idea che dietro una frase proclamatoria si celi sempre la beffa.

Agevolazioni se il bambino è extracomunitario.

Per carità, si tratta di "soli" 25.000 euro, che comunque farebbero comodo a molti, visto che in tanti provano a chiederli. Provano, appunto.

Ci provano talmente in tanti, che alcuni potrebbero essere talmente cinici da adottare un bambino appositamente per cinquemila euro in più.
Troppo cinico?
Non più di tutto ciò che l'uomo riesce a fare, col suo giudizioso impegno per fare del suo peggio.
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martedì 23 dicembre 2008

Dario Fo: Berlusconi riuscirebbe anche a vendere le scarpe spaiate, tutte destre.



Riuscirebbe a vendere pannolini già usati risciacuqti, canguri senza marsupio, scarpe spaiate, tutte destre, riuscirebbe a vendere anche la cacca...
Ogni tanto ridere fa bene...anche se è triste notare come il video sia di annata...
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La democrazia in Italia è capitata per errore


Non c'è niente da fare, abbiamo perso.
Al massimo dell'ottimismo abbiamo anche pensato di farcela, di credere di essere un popolo democratico. Ci eravamo talmente tanto infognati dentro al pensiero che nulla potesse cambiare che non abbiamo fatto a tempo a cogliere i fatti.
Dopotutto fu Napoleone, con un po' di guerra e qualche bottino di conquista a fare finta per primo di portare la democrazia in Italia. A distanza di secoli dall'età comunale la gente pensava nuovamente di avere dei diritti oltre che dei doveri. Non durò molto. Una lenta inesorabile scivolata democratica verso il fascismo.
Poi la guerra e la sua fine.
E il referendum popolare, con il voto anche alle donne, e tutti a votare. E per fortuna gli agenti segreti degli Stati Uniti compirono forse l'unica buona azione nei nostri confronti, sabotando il risultato dei voti: gli italiani continuavano a pensare alla monarchia.

Anni e anni di Democrazia Cristiana, aspettando forse che il buon Dio si degnasse di scendere in terra per porre fine a quello scempio, e invece nulla, toccò ai magistrati, ai vari del pool mani pulite. Le mani si pulirono. Ma come si dice, una mano lava l'altra e insieme lavano il viso.
Arrivò il cavaliere. Un cavaliere diverso, lontano da quello che si immagina nelle favole. Amava raccontare idiozie e cospargere la gente di profezie, volgendosi anche verso il santissimo.
Il problema è che piaceva.
Il problema di oggi è che piace lui, e che dall'altra parte fanno a gara ad essere peggiori.
Non c'è alternativa, all'Italia piacciono gli uomini risoluti, forti, decisi, che se ne infischiano.
Arriveremo anche al presidenzialismo.
E sarà come tornare nuovamente alla monarchia, riappropriandoci, alla fine, del nostro voto di sessanta anni fa.
Dopotutto è quasi giusto.

Voglio dire, se non si impara sulla pelle che troppi poteri nelle mani di una sola persona non possono essere altro che deleteri, si rischia di crederci per davvero, che sia una cosa democratica.
E' un ritorno alla nostalgia, una saudade di re. Di re buono, intendiamoci, poi, in questo caso lo eleggeremmo addirittura, per cui...
Dopotutto è quasi giusto.
Che ognuno abbia ciò che si merita.
La Francia la democrazia, noi il Re.

Ho già cancellato tre finali di articolo, ma credo di aver trovato quello giusto:
W V.E.R.D.I. (Vittorio Emanuele Re D'Italia)
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Perchè Sanremo è Sanremo... appunto


Una stupida parata di gente che non ha più niente da dire, o che forse non ha mai avuto niente da dire.
Musica trattata come la pasta cucinata da un inglese, con tanta maionese e una bella spruzzata di ketchup.
Ancora una volta a fronteggiarsi saranno i giganti dello schifo, presentati come big della musica italiana, e viene da chiedersi se Bugo abbia proprio sbagliato il paese in cui nascere.
Bonolis, in compenso, non poteva trovare di meglio, una penisola che rifiuta la cultura e per questo accetta la sua ignoranza che vuole apparire come suprema forma di cultura ed intelligenza. Mi piacerebbe parlarci una volta, magari anche in compagnia di Gerry Scotti, e fargli qualche domanda delle più semplici, per vedere cosa rispondono. Gente come loro, è probabile che non abbia mai letto Orwell, o che veda il mondo filtrato dagli articoli di Libero.

A leggere i nomi dei partecipanti viene da pensare all'armata brancaleone. Poi uno si ricorda dell'immenso talento di Gassman e sta zitto.

L'unica frase decente che mi viene da riadattare a questo insensato festival, che più che una festa è una noia mortale, viene dalla voce di Giovanni Lindo Ferretti, quando ancora non era un bacchettone e giocava a fare il finto punk:

"Compagni extraeuropei uno sforzo ancora nelle sale da ballo un po' più che di merda, un'opinione pubblica un poco meno stupida, nelle sale da ballo un po' più che di merda..."

E se avete voglia di ridere, ecco i nomi di questa ennesima "grande" puntata di San Remo:
AFTERHOURS, Il paese è reale
ALBANO, L'amore è sempre amore
ALEXIA feat.
MARIO LAVEZZI, Biancaneve
MARCO CARTA, Dentro ad ogni brivido
DOLCENERA, Il mio amore unico
GEMELLI DIVERSI, Vivi per un miracolo
FAUSTO LEALI, Una piccola parte di te
MARCO MASINI, L'Italia
NICKY NICOLAI & STEFANO DI BATTISTA, Più sole
PATTY PRAVO, E io verrò un giorno là
POVIA, Luca era gay
PUPO - BELLI - YOUSSOU'N DOUR, L'opportunità
FRANCESCO RENGA, L'uomo senza età
SAL DA VINCI, Non riesco a farti innamorare
TRICARICO, Il bosco delle fragole
IVA ZANICCHI, Ti voglio senza amore.

Ma... gli Afterhours sono forse impazziti?
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venerdì 19 dicembre 2008

Blue: Pat Metheny, colonna sonora della vita



Chiudete gli occhi.
Sembra l'inizio di un film, una colonna sonora perfetta al vostro scenario, al vostro film, la colonna sonora della vostra vita, se volete.
Alcuni considerano la chitarra uno strumento di accompagnamento, preferiscono far risaltare voce e parole, c'è chi invece riesce a sfruttarne le sonorità, indagando il mistero di una corda pizzicata, la profondità di un ritmo che non sia per forza 4/4.

Esiste la musica, c'è chi la circumnaviga, chi ne assapora solo i contorni, chi la invita una volta a cena nella vita e si fa ammaliare dalle ultime inutili hit, e chi la carezza, ne spoglia le vesti attimo dopo attimo, fino ad arrivare alla sua più intima essenza.



Se non sai cos'è è jazz, dicevano, ma qui c'è jazz, c'è il sud america, ci sono echi rock, ma regna incontrastata l'armonia.

Chiudete gli occhi e lasciate andare i pensieri e le immagini, è la vostra colonna sonora.
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giovedì 18 dicembre 2008

Martelli in testa, Corrida #26

L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.

(leggi il capitolo 1, capitolo 2, capitolo 3, capitolo 4, capitolo 5, capitolo 6, capitolo 7, l capitolo 8, capitolo 9, capitolo 10, capitolo 11, capitolo 12, capitolo 13, capitolo 14, capitolo 15, capitolo 16, capitolo 17, capitolo 18, capitolo 19, capitolo 20, capitolo 21, capitolo 22, capitolo 23, capitolo 24, capitolo 25)

(appunti di percorso di Alex)


.26

Le persone, in generale, le capisci a pelle, o quantomeno è una dote che mi sono sempre attribuito. Solitamente non devo tergiversare molto per capire se chi ho davanti mi andrà a genio o meno, e potete pensare che sia solamente una grossa massa di pregiudizi, ma è un qualcosa di istintivo che mi ha sempre guidato nelle scelte. I miei giudizi iniziali, tuttavia, sono sempre affettati, non pretendo di conoscere una persona prima ancora di averci parlato seriamente, anche se alcuni volti cerco di evitarli prima ancora che le labbra inizino a muoversi.

Francois era uno di quelli. Gli dovevo la mia attuale libertà di scarcerato, e tuttavia non poteva rimanermi simpatico. Osservavo la sua mano circondare le spalle di Amalia, ins egno di appartenenza e protezione, e mi sentivo assalito da una forte ed acida rabbia che risaliva su dalle budella fino a raschiare la gola.

Mi porse la mano, Amalia ci aveva appena presentato, e con fare disinvolto mi diede il benvenuto. Non sono mai riuscito ad essere galante in queste situazioni, spesso finisco per essere inutilmente gradasso e cinico, tanto che risposi con un sonoro "Belli quei pantaloncini usati, si direbbe che tu lavori davvero nei campi".
Francois ritrasse la mano ed io continuai a guardarlo con espressione ebete, di chi sa di aver già detto in poche parole una frase di troppo, e tuttavia non se ne pente. Un francese, uno splendido ragazzo, non c'è che dire, dal fare affascinante, gli occhi chiari e i capelli biondi e lucenti di vita propria, un damerino, insomma.
In pochi secondi mi ritrovai ad agognare la compagnia di quei quattro ceffi immaginari che avevo accanto alla cella, era brutta gente, va bene, ma ero sicuro che basassero la propria vita su di una sorta di deplorevole codice di onore. In due parole, non avrebbero salvato dalla galera il probabile fidanzato o ex, della propria nuova conquista, lo avrebbero lasciato perdere, quantomeno.

Amalia mi guardava, sorridendo, poneva domande sulla mia vita in cella, su cosa era successo in questi giorni che ci avevano separato, ed io rispondevo in trance, come un ebete, probabilmente raggelando gli animi di cinismo senza curarmi del debito che avevo appena contratto con loro. Dopotutto avevano rischiato la propria vita per me durante il coprifuoco, ma questo andava in secondo piano, totalmente trascurabile, quello che importava era che Amalia teneva la mano a Francois, Francois il damerino, Francois finto lavoratore, probabilmente finto oratore di Marx, Francois...

Dopo un qualche minuto della mia ingombrante compagnia i damerini decisero che per me era arrivato il capolinea, e mi scaricarono dandomi dell'ingrato. Nel profondo silenzio della notte da corpifuoco gli urlai dietro la sola parola "damerino", come un ubriaco al mattino colpito in testa da mille martelli. O forse solamente come un innamorato deluso da un destino ammaccato.
Mi buttai di peso sull'erba incurante di qualsiasi cosa che iniziasse con "copri-" e rimasi a guardare le stelle, ad osservarmi dentro, ascoltando il silenzio, provando a svuotarmi, senza nemmeno provare a capire.
A volte cercare di farlo è davvero inutile.
La notte era arrivata puntuale, il sonno avrebbe tardato a suonare il campanello. I martelli erano, invece, tutti ben presenti e freschi "che la notte è ancora giovane", dentro alla mia testa.


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Ciao. Dove sei?



Un tempo non esisteva il linguaggio, si parlava a gesti e grugniti, presumo.
La lingua si sviluppa, diviene uno strumento incredibile, ed alcuni giocano a scoprirne tutti i lati.
Si sviluppano i modi di comunicare, e le distanze si accorciano, si parte con i messaggeri, gli ambasciatori, talvolta i famosissimi piccioni viaggiatori, fino al telefono senza fili e al telegrafo.
Poi il telefono.

Non so voi, io ho una profonda nostalgia dei telefoni bianchi o grigi, con la corona dei numeri dal moto circolare, ma soprattutto del fatto che potevi sempre dire di non esserci, o che se eri fuori, beh, poco male, avrebbero riprovato dopo.
L'inizio di una telefonata era sempre un "Ciao, come stai?" e anche di questo ho profonda nostalgia, e semplicemente perchè a quella frase calda, segno di rapporto e di interesse, si è sostituito con il cellulare un freddo:

"Ciao, dove sei?"

Forse non significa nulla, o forse è segno di distanze diminuite solo virtualmente e rapporti allontanati fino all'inverosimile.
Fatto sta che in quelle tre parole c'è un piccolo menefreghismo per come una persona stia, per cosa stia facendo, l'interesse è rivolto a dove è, alla distanza temporale e spaziale che separa.

Dovunque voi siate, quindi, eviterò di chiedervi quanto distiate da me, ma piuttosto, come state?
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mercoledì 17 dicembre 2008

Doveva essere una scampagnata, ed è stata una SCARPATA

Non saprei proprio spiegarmi il perchè, ma sembra che le scarpe abbiano una loro ragione storica e politica di esistere. Nessuno di voi, credo, riuscirà a risolvere il mio interrogativo, tuttavia potrò forse essere un minimo utile ricordando alcune cose...



Kruscev durante una assemblea dell'Onu, pronunciando tre decisi "niet!", battè la scarpa sul banco.

Sacconi ha fatto lo stesso in parlamento italiano.


Un giornalista iracheno accoglie Bush lanciandogli una scarpa.

Ecco, vorrei davvero sapere cosa ha pensato Giorgio Dabliù.
E' molto probabile che, vanesio com'è, si sia rifugiato nei meandri della sua testa, e senza riflettere abbia sfogliato nel suo povero motore di ricerca intellettuale, la parola "shoe".
Da lì, è molto probabile che abbia trovato, per puro sbaglio, alla decima pagina, l'album dei NOFX dal titolo "So long and thanks for all the shoes" ed abbia approfondito l'argomento, capendo che in alcuni contesti punk hardcore, il lancio delle scarpe sul palco è segnale di alto gradimento.

Da lì il suo spirito da puffo vanesio ha trovato la salvezza, decretando che gli iracheni sono molto affabili, forse un pochino rozzi, ma che certamente apprezzano lo sforzo statunitense.



Certo è che lo spirito del giornalista è stato apprezzato anche da altri:
""Ho pensato di compiere un'azione onorevole: affrontare Bush ed entrare nella storia". E' quanto, secondo il sito web dell'emittente televisiva Al Arabiya, avrebbe scritto ad un amico Muntadar al Zeidi, il giornalista iracheno che ha lanciato le sue scarpe contro il presidente uscente degli Stati Uniti, George W. Bush, durante la conferenza stampa di domenica scorsa a Baghdad. Una fonte "ben informata", racconta che al Zeidi avrebbe deciso di aggregarsi all'ultimo momento a quattro suoi colleghi. Il reporter è già considerato un eroe da molti concittadini, che manifestano per ottenere la sua liberazione. Intanto, un ricco cittadino saudita sarebbe pronto a spendere dieci milioni di dollari per acquistare almeno una delle due scarpe lanciate. Altri notabili sauditi, inoltre, sarebbero disposti ad "integrare la cifra" qualora non fosse sufficiente. A motivare tanto interesse ci sarebbe la volontà di "vedere restituita una parte della dignità araba calpestata dalle politiche del'attuale amministarzione Usa"." (da informazione.it)

Una cosa è certa, la guerra in Iraq per Bush doveva trattarsi di una scampagnata, e si è trovato, invece, a dover affrontare una bella scarpata.



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Rieccomi, sono tornato



Ebbene sì, tornato a casa, nonostante bombe non innescate, ritardi sulla via del ritorno e molto altro...

Parigi... una città semplicemente magnifica che racchiude molte facce, molte città. Passeggiare diventa instancabile, con il risultato di polpacci dannatamente duri e un bel po' di pace interiore. Passare dalle strettoie medievali di Marais alle boulevard ricche e affollate di Saint Germain, attraversare la Senna (avvolti da una nuvola di smog), ritrovarsi ai giardini di Le Tuileries, e affrontare l'interminabile cammino degli Champs Elisèes... e molto molto altro... il quartiere latino, l'istituto del mondo arabo, Les Halles, l'Etoile, La Defense...

Personalmente ci potrei anche vivere in una metropoli così, dove a differenza di Milano o Roma, ma anche Firenze, nessuno ti squadra, ti senti a tuo agio e molto raramente incontri volti e parole scortesi.

Giusto due consigli per chi si recherà, presto o tardi che sia alla Ville Lumiere:

Evitate tutti i ristoranti vegetariani, o se proprio avete voglia di seitan o roba del genere, andate senza alcuna ombra di dubbio a "La victoire supreme du coer", situato in pienissimo centro, vicino al Louvre, in una traversa di Rue Rivoli. Tutti i restanti, almeno quelli consigliati dalla Lonely Planet, vi offriranno verza e carote crude o giù di lì.

Cercate di alloggiare in un albergo, anche due stelle, intorno alla zona dell'Opera, dove eravamo anche noi, vi resterà molto facile sfruttare in pieno la metrò di Parigi. Vi posso tranquillamente consigliare l'Hotel Cronstadt in Rue Lamartine, dove alloggiavamo, non incredibile, ma sicuramente rientrante nelle aspettative del prezzo di 600 euro per 8 notti (camera doppia).

Se è un bel po' di anni che non andate a Parigi, correte alla scoperta del suo quartiere più moderno, La Defense, bellissimo...

Chiedete qualsiasi informazione a chiunque, riconfermo la stupidità della leggenda che vorrebbe tutti i parigini pieni di sè e razzisti verso gli stranieri, specialmente italiani, noi siamo stati trattati molto più che bene ovunque. Come al solito, forse, il problema è come uno si pone e che richieste fa.

Restate un po' di tempo nei caffè, guardando l'esterno, che è quello che fanno molti parigini. Il via vai delle persone risulta interessante, come la stessa frequentazione del locale...e in fondo un kyr maison come aperitivo non farà certo male...

Camminate più che potete, a ogni angolo Parigi ha qualcosa da offrire, che sia uno scorcio bellissimo, un centro commerciale, un museo o uno spaccato di vita quotidiana...

Una ultima cosa, visto che me lo hanno già chiesto in diverse persone, le bombe al centro commerciale non le ho messe io ;)
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lunedì 8 dicembre 2008

Il blog chiude... ma per un pochetto e basta



Una piccola settimanina in un anno e non credo che starete poi così male... ci rivediamo presto, un saluto a tutti, e perchè no, leggetevi qualche articolo vecchio che magari vi è sfuggito...
come questo...
http://riciardengo.blogspot.com/2007/12/la-torre-eiffel-e-il-compleanno-del-suo.html

A buon intenditor poche parole... ;)

Riciard
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venerdì 5 dicembre 2008

La risposta è sempre dentro di noi. Peccato sia sbagliata, Corrida # 25

L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.

(leggi il capitolo 1, capitolo 2, capitolo 3, capitolo 4, capitolo 5, capitolo 6, capitolo 7, l capitolo 8, capitolo 9, capitolo 10, capitolo 11, capitolo 12, capitolo 13, capitolo 14, capitolo 15, capitolo 16, capitolo 17, capitolo 18, capitolo 19, capitolo 20, capitolo 21, capitolo 22, capitolo 23, capitolo 24)

(appunti di percorso di Alex)


.25

Sarà passato un giorno, un mese o un anno.
Non ne avevo la più pallida idea, navigavo nelle onde mentali assieme ai miei compagni immaginari, passando i giorni e le notti, indistinti, a fotografare nuove scene, nuove avventure.
Poi una notte, e che era buio pesto ne fui sicuro solamente dopo, una voce.

Quando sei abituato alla solitudine, alla cecità del reale, stenti a cogliere la distinzione tra l'onirico e il tnagibile. I suoni si mescolano e si confondono, creando un unico cocktail vitale, che goccia a goccia, come una flebo, garantisce la sopravvivenza. Per cui non eci caso alla voce, o forse le risposi con il pensiero, e magari accompagnando la visione con qualche gesto improvvisato.
Non ricordo a cosa pensavo, a quale avventura o grigiore.

Tuttavia fu proprio come non uscire dal sogno-realtà, fu come non varcare nessuna soglia, e per questo sembrò tutto normale: Amalia era lì. Vestita di qualche straccio di un colore vicino al rosa, mi osservava da dietro la finestrella, cercando silenziosamente di catturare la mia attenzione. I suoi suoni onomatopeici di richiamo avevano su di me la stessa valenza di un fischio di vento o di un fruscire sommesso di rami.
Riuscì a catturare la mia attenzione tirandomi un sassolino sulla nuca. Mi girai. La vidi. E non riuscii a varcare la soglia, fu una cosa tremendamente normale, forse perchè lei era sempre nei miei pensieri, nei miei sogni, nella finzione.
La salutai, come si saluta il barista, con quella mezza espressione di conoscenza latente e disimpegno formale.
Lei, novella Giulietta sul balcone, mi guardava, stupita della mia reazione, ma la sua femminea capacità di controllare gli veneti non le fece smarrire l'attimo giusto, capì che si doveva muovere se voleva liberarmi.
Così mi tese una mano ed una corda, che afferrai senza entusiasmo, lasciandomi trasportare da un orizzonte onirico.

Furono pochi passi di arrampicata e non oso spiegarmi come fu che nessuno si accorse di nulla dall'interno. Ed ero fuori. Lontano da Claudio, Fernando, Langlois e gli altri. Hermano se lo avesse saputo è probabile che avrebbe dato in escandescenza: come tu sì ed io no?

Non c'era molto tempo per le domande, corsi dietro a lei, e passo dopo passo, man mano che i miei talloni rimbalzavano sul duro terreno notturno, riprendevo coscienza, capivo il tempo, realizzavo cosa stava accadendo. Iniziai anche a percepire altre persone assieme a noi, ci correvano ai lati, quasi per proteggerci.
Non fu necessario correre troppo, tra la sterpaglia un carro amico ci stava aspettando, pronto per consegnarci alla mercè del destino, tra la libertà e un'altra accusa, più grave sicuramente.

Il carro mosse i suoi passi, nel silenzio assoluto, ma senza troppa timidezza di essere ascoltato, non era un rumore strano, dopotutto, nonostante il coprifuoco.
La vidi in penombra appena evidenziata da qualche bagliore di luna, nei suoi tratti perfetti e gentili, nel suo sorriso smagliante. Seguii le linee del suo corpo in ogni millimetro, le pieghe della pelle, della dolce muscolatura, e sentivo il suo sguardo posarsi dolcemente sulle mie spalle, quasi a rassicurarmi.

Era tornata per me, mi aveva salvato, pensavo. Tuttavia sentivo nell'aria un qualche dubbio farsi strada, ascoltavo la coscienza pronunciare parole lontane, quasi indistinguibili.
La risposta è sempre dentro di noi, mi dicevo.

"Ti presento Francois, è uno dei nostri" disse.

La risposta è sempre dentro di noi.
Peccato che spesso sia sbagliata.



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giovedì 4 dicembre 2008

Così Al Qaeda vorrebbe colpire anche l'Italia...


"Milano - Progettavano attentati i due uomini arrestati a Milano con l'accusa di terrorismo. I due, arrestati su provvedimento emesso dal gip Silvana Petromer, sono di nazionalita' marocchina. Secondo le accuse, non sono, come in passato per altri gruppi, sospettati di reclutare adepti per azioni all'estero, ma avevano in progetto di colpire in Italia, a Milano. Secondo indiscrezioni avrebbero avuto intenzione di compiere attentati in almeno due caserme, una dei Carabinieri e una della Polizia di stato (...) Dalle intercettazioni si evince che gli indagati, complessivamente una decina e che nei loro dialoghi rivendicavano la propria appartenenza ad Al Qaeda, avrebbero avuto inizialmente intenzione di utilizzare un camion di esplosivo. Resisi conto delle difficolta', avrebbero ripiegato su alcune bombole ad ossigeno il cui uso era stato tratto da internet." (fonte destranews)

Quindi Al Qaeda ed il famigerato terrorismo islamico sarebbe pronto a colpire in Italia.
Non mi stupisce, e questo, tautologicamente, stupirà qualcuno di voi.

Una volta, un uomo che in molti fanno finta di venerare e rispettare, disse "chi è senza peccato scagli la prima pietra" (e da questo si può ben dedurre che uomini del calibro di Maroni sono immacolati).
Facciamo qualche passo indietro: l'Italia, per non considerare il resto dell'occidente, ha preso parte attiva alle guerre di Afghanistan, Iraq, Libano, senza battere ciglio.
AVete ancora voglia di sostenere che sono state missioni di pace?! Leggete cosa ne pensa il ministro attuale Frattini:


"Frattini ha dichiarato che “c’è bisogno di adeguarsi rapidamente alle minacce” e che quindi l’Italia è “pronta a discutere con la Nato la revisione dei caveat” al fine di garantire una “maggiore efficacia e flessibilità di impiego delle nostre truppe”. Ciò significa, spiega Peacereporter, che "da agosto in poi i duecento incursori italiani della Task Force 45 e i nostri elicotteri da guerra della Task Force Fenice potranno venire liberamente e stabilmente impiegati nella guerra contro i talebani nel sud dell’Afghanistan. E che le mille truppe italiane da combattimento dei due Battle Group attivi dalla prossima estate nel settore ovest potranno operare con le regole d’ingaggio Nato, quindi non dovranno più limitarsi a entrare in azione solo in caso di attacco talebano, ma potranno effettuare anche operazioni offensive preventive come fanno oggi le truppe Usa, britanniche e canadesi nel settore meridionale. Con buona pace dell’articolo 11 della Costituzione secondo cui 'l’Italia ripudia la guerra'"(fonte: peacereporter)

Non credo che nemmeno prima fossero missioni di pace, tuttavia adesso i politicanti si sentono abbastanza sicuri della propria posizione per dichiarare apertamente che è guerra, e lo fanno inviando 6 caccia bombaridieri alle dipendenze degli statunitensi. Questi caccia non sganceranno bombe o missili, si limiteranno ad individuare gli obiettivi da cospargere con bombe a grappolo (che è una missione di pace, no?).



Tornado"Lo dicono anche i militari. "Le missioni aeree di ricognizione non hanno finalità ricreative e umanitarie", ha ironizzato il generale Fabio Mini, ex comandante della missione Kfor in Kosovo. "Sono missioni da combattimento vero e proprio in quanto preludono all'attacco con bombe a grappolo, incendiari ed esplosivi ad alto potenziale". La stessa ovvietà fu evidenziata nel marzo 2007 dall'associazione pacifista di ufficiali tedeschi 'Darmstaedter-Signal' alla vigilia dell'invio dei sei Tornado della Luftwaffe che ora i nostri quattro vanno a sostituire con gli stessi compiti. "Non si può dire che il loro impiego sarà 'non-combat' perché i risultati dei loro voli di ricognizione guideranno gli attacchi condotti da altri aerei o da truppe di terra". (da peacereporter) "

Non è da escludersi a priori, comunque, che i caccia vengano impiegati anche negli stessi bombardamenti (ma cambierebbe davvero qualcosa?).

Riassumendo e concludendo: perchè l'uomo bianco occidentale, sviluppato, abitante di una delle nazioni del g8 può permettersi lo stupido ossimoro di pensiero: io distruggo le loro case, ma loro devono restare fermi, buoni e zitti?
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Lettera ad un bambino

Ce lo insegnavano fin dalle elementari, un essere vivente, un animale, ha sempre e comunque la sua vita riassumibile in poche fasi: nasce, cresce, si riproduce, muore. Per cui, magari, il giorno in cui nascerai sarà un altro splendido anello della catena da aggiungere, senza magari un brillante perchè.

Di perchè ce ne sarebbero molti, come del resto ci sarebbero anche molti perchè no.
Il mondo non ha più molto da offrire.

Penso a un bambino, alla voglia di correre, di rovinare per terra, fra l'erba, e mi sento un po' passato a vedere che di verde ormai ce n'è poco, e che nemmeno le aiuole si possono calpestare. Sembra proprio che ti lasceremo un piccolo mondo completamente asfaltato, dove non indugerai a chiedere il nome di un fiore o il perchè di una lucciola, magari solo il senso di un cartello.

La vita dovrebbe essere vissuta nella piena coscienza e nella piena libertà. Lasciarsi vivere è un errore che compiono in molti e che, spero, tu non compirai. Ma del resto è ben comprensibile come sia facile cadere nelle morse di una società massificata, dedita all'apparenza, all'uso dell'immagine prima dei contenuti, alla disperata ricerca della perdita di senso.

Non ti lasceremo grandi ideali, sono tutti falliti, e non per loro colpa intrinseca, ma per colpa dell'uso che ne è stato fatto. E' difficile pensare di lasciare un terreno fertile, su cui seminare, su cui far crescere e sbocciare nuove idee, luminosi pensieri: la gente si è abituata a vivere nelle proprie stanze, segregata dalla paura, dalla mancanza di rispetto e dalla sua stessa ignorante incoscienza. Tuttavia rimane la speranza di riuscire in questa misera vita a cambiare qualcosa, ad essere molla per un trampolino di lancio.

Sboccerai teneramente in un contesto di marchi e pubblicità pronti a tesserti addosso il proprio vestito, il proprio modo di vivere, senza pensare a te come persona, ma come compratore, come oggetto. Hanno talmente saldo il controllo delle redini che risulta ad oggi estremamente difficile riuscire ad eludere le loro regole, riuscire a comprare qualcosa consapevolmente e coscienziosamente, valutando cosa si cela dietro a un prodotto, cercando di comprendere.

Eppure, forse, con un po' di senso del ridicolo, è proprio questo il bello, essere fiume e gorgogliare di cascata in cascata per dire la propria, farsi largo a spallate cercando di mostrare orizzonti diversi. Essere una voce per la gente, anche per chi non capisce, o non vuole proprio. Già detto, sono in molti quelli che si lasciano vivere, e aggiungo, si lasciano morire, così, come se fosse normale aver passato la vita tra un blockbuster e un pop corn.


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mercoledì 3 dicembre 2008

Regala uno Yak peloso per Natale. Alcuni bambini sarebbero contenti...



Ci sono bambini che per Natale non aspettano altro che il nuovo dvd della Dreamworks o il nuovo gioco per x-box o perchè no, il nuovo modello delle Bratz. E c'è chi, invece, da un'altra parte del mondo, un regalo decisamente differente...

Save The Children ha ideato un Natale diverso, forse una specie di ritorno alle origini, sicuramente una lista di regali molto apprezzabili.
Si tratta di una iniziativa che sta prendendo campo, e che io ho conosciuto grazie a Buzz Paradise (che proprio per questo post donerà 10 euro a save the children), ed è molto semplice da spiegare:

- save the children propone una lista di regali da poter fare ai bambini nelle aree del mondo dove opera, si va dalle coperte, a uno yak femmina, fino ad aule materne;

- tu scegli il regalo, lo paghi e avrai fatto felici tre persone: tu, un bambino e l'amico a cui simbolicamente arriverà una cartolina del tuo regalo (via posta o mail), personalizzabile con messaggi ed altro;

"Forse non hai mai pensato di regalare uno yak peloso ai tuoi amici, ma per tanti bambini proprio questo è il dono più desiderato!"

Cliccando qui accederete alla lista dei regali e potrete scegliere comodamente... ma intanto, eccovi alcuni esempi:






6 caprette per la cifra di 79 euro













Una femmina di Yak peloso per solo 143 euro













40 polli, per la cifra di 36 euro















Un kit medico del costo di 29 euro









Sono solo alcuni esempi, nella lista troverete davvero di tutto, per cui, Buona scelta e Buon Natale a tutti voi...

...dimenticavo, una volta decisa e compilata la lista dei regali, potete sempre stamparvela e metterla vicino all'albero, se è tradizione...


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Blue: La revancha del Tango



Se provate a cercarli in alcuni siti o motori di ricerca verranno etichettati come gruppo dance/elettronica, ma è fin troppo superficiale per i Gotan Project.
Tutta la piena sonorità del tango scivola parlando di carne e sensualità, coinvolgendo appieno i sensi, suggerendo movimenti che sanno di ancestrale, di coppia, per niente trascendentali, umani e sensuali.
Sono francesi e collaborano con artisti argentini, godono del pieno successo anche in Italia grazie al loro ultimo tour dell'anno scorso e ad una famosa pubblicità che ha usufruito della loro melodia, la stessa, per precisione, che mi sono permesso di suggerirvi sopra.
E' la revancha del tango, la rivincita o la rinascita, e che siate o meno passionali, che siate o meno disponibili alle sonorità del tango, che ne siate appassionati o meno, sono sicuro che non potrete fare a meno quantomeno di scuotere la testa e muovere il piede, e magari non solo.
Una scommessa, tra me e voi, proprio come per le caramelle Fruit Joy, ricordate?
Ma qui non si tratta di masticare...
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martedì 2 dicembre 2008

Io non sono riuscito: Stanotte

Io non sono riuscito è una nuova rubrica di Riciard's, un angolo
di orizzonte che si è sottratto alla mia cura per affidarsi alle mani
di Alessandro Pagni. Per cui non ve la rifate con me se non vi
piace, ma dopotutto, lo dice lui stesso, Io non sono riuscito...
Spero vi piaccia, Riciard.

Stanotte

Stanotte by alessandropagni.

Foto e testi di Alessandro Pagni,
(lo trovate anche su Flickr: http://www.flickr.com/photos/alessandropagni/)


Come se il mondo non esistesse stanotte, seguo solo la linea bianca intermittente sull’asfalto fradicio di pensieri, zuppo di considerazioni e mi lascio portare via senza resistenza.
Come se il mio respiro rallentasse e il tempo si sincronizzasse perfettamente alle mie sorsate d’aria, tengo gli occhi abbastanza aperti per credere di avere ancora controllo, ma abbastanza liberi da non raccontarmi bugie sul mio totale smarrimento.
Vorrei che questo tempo non finisse mai e non arrivasse mai il momento di dovermi di nuovo relazionare con gli altri
Vorrei rimanere così, in sospeso, senza dover più decidere niente della mia vita, solo andare, ancora andare e perdermi dentro a uno sguardo, un profumo, le gocce che strisciano sentieri impossibili da prevedere, particolari, solo particolari infinitesimali che diano la giusta prospettiva di un pianeta inutilmente abbandonato alla periferia dell’universo.
Particolari che svelino il sapore e il tradimento di vivere, perché non c’era niente prima di questo e non ci sarà assolutamente niente dopo…e sperare, credere…è così umano, così bambino…

Come se le luci diventassero acqua e si facessero inghiottire dal buio, ne prendo sorsate avide come fossero una medicina che può ancora tenermi in vita, le mando giù alzando un po’ il viso per farle scendere con più facilità e sento un calore inebriante circondarmi la gola, come fosse una mano che scandaglia ogni centimetro della mia pelle prima di scegliere se carezzarmi o strangolarmi.
Come se per sopravvivere bastasse questa musica fatta d’acqua e notte, alzo ancora il volume per non ascoltare le voci che dentro si adoperano per riportarmi alla realtà gelida di un’autostrada, la domenica sera, con le solite inutili faccende da sbrigare arrivato a casa.
Vorrei per una volta avere un’uscita di sicurezza per sfuggire, almeno per qualche ora, a quello che il tempo, gli altri e per primo il mio cervello, si aspettano da me.
Vorrei guidare e cantare, cantare e guidare tutta la notte fino a perdere la voce e possibilmente la strada, avere il conforto di non sapere dove sono e il privilegio di non essere per un secondo responsabile delle mia azioni e dei miei pensieri.
Un’incoscienza infantile a cullarmi in questo mio vagare notturno delizioso come un alibi talmente perfetto da convincermi di essere vero.

Come se il buio mi chiedesse di raggiungerlo, di trovarlo, guido senza smettere e annullo le cose intorno come fossi io quest’auto, fossi io il vento freddo che invoca incerto qualcuno o qualcosa e spaventa gli idioti seppelliti vivi nelle loro case.
Come se fossi questa pioggia che non smette mai o il tuo respiro caldo che scivola dentro e strappa via brandelli della mia carne, per costruirsi una tana dove stare vigile e in silenzio ad aspettare.
Vorrei solo le parole che non so dire, quelle perfette che non riescono mai a uscire, quelle così perfette che dopo non avrei più bisogno di parole.
Vorrei la pace infinita del buio dove ti sei rintanata e inginocchiato aspettare il conforto del tuo morso letale, il calore del sangue che mi lecca la schiena, come se il mondo stanotte davvero non esistesse e senza resistenza mi lasciassi portare via, zuppo di pensieri, fradicio di considerazioni, seguendo, senza mai smettere, la linea bianca intermittente sull’asfalto.

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lunedì 1 dicembre 2008

Una visione di insieme, Corrida #24

L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.

(leggi il capitolo 1, capitolo 2, capitolo 3, capitolo 4, capitolo 5, capitolo 6, capitolo 7, l capitolo 8, capitolo 9, capitolo 10, capitolo 11, capitolo 12, capitolo 13, capitolo 14, capitolo 15, capitolo 16, capitolo 17, capitolo 18, capitolo 19, capitolo 20, capitolo 21, capitolo 22, capitolo 23)

(appunti di percorso di Alex)


.24

La cella aveva un odore nauseabondo e limitava completamente le percezioni visive e temporali: dalla piccola finestra si riusciva a vedere appena un angolo di esterno, ma non filtrava molta luce. Mi addormentavo e mi svegliavo di continuo, senza capire lo scorrere del tempo, senza afferrare da quanto tempo mi trovavo lì e senza capire quanto ci sarei stato.
Avevo l'idea che ci fossero altre celle adiacenti, in primo luogo ne ero convinto perchè sarebbe stata ridicola una sola cella, e di conseguenza, se ce ne fosse stata una sola sarebbe stata stipata (o il mondo era forse diventato buono all'improvviso?), e credevo di sentire qualcosa attraverso i muri spessi. Erano gemiti, forse, che sembravano confondersi con respiri affannosi, di sonno, e talvolta, un graffiante rumore di unghie sulle pareti.
Eravamo compagni e tuttavia inconsapevoli.

Venni preso da quella sensazione che ti assale quando credi di stare vivendo un momento davvero fondamentale della tua vita, mi sentii trasalire all'idea di lasciarlo un giorno stare lì, in un cantuccio della memoria, abbandonato, e decisi di stamparlo nella mente, di dedicare qualche neurone al solo scopo di conservare quegli istanti, minuti, ore o giorni che fossero, nella mia mente.
E decisi di portare con me anche i miei compagni, pur non conoscendoli, e fu così che provai a immaginare i loro volti, le loro azioni, i loro perchè, la loro vita.

Claudio Costenares, giovane, direi sulla trentina, abito lercio, di quel grigio sporco che sa di lavoro e sudore. Ha i capelli rasati e se ne sta rannicchiato in un angolo della cella bestemmiando e imprecando, con la sola idea e voglia di uscire e farla pagare a chi sta fuori. Una specie di Robin Hood del ghetto.

Hermano Claipol, giovane anche lui, ma più sbandato. Deve aver bevuto molto e fatto un casino che non se ne vedeva da tempo. Ha i capelli corti, neri, pantaloni attillati, ma non per moda, non esiste moda qui, semplicemente perchè non ne vuole comprare altri ed i suoi sono di due taglie sotto. Ha la camminata decisa e gli piace la sensazione dell'adrenalina che gli gonfia le vene della testa. Ribalta tavolini come non nulla durante la fiesta.

Federico Garcia Lopez, sulla cinquantina. Lo conoscono tutti in città, tranne me ovviamente, è spagnolo, ma agisce da messicano. Se ne sta sbronzo non curante del tempo che passa a perpetrare la sua siesta, senza darsi troppe arie. Un fannullone rimasto a dormire nel posto sbagliato durnate il coprifuoco.

Fernando Olivares, qurantanni, ma portati male. I suoi occhi luccicano di rabbia, ha picchiato sua moglie stasera, dopo averla trovata a letto con un altro, e non riesce a levarsi dalla mente qeull'immagine. Ansima contro la porta della cella, ringhia, gratta le unghie sui muri, scalcia e si dispera. Il suo equilibrio è stato mandato a puttane, assieme alla sua coscienza. Lo tengono qui in fermo per la paura che possa scatenare una rissa e qualche omicidio.

Francois Langlois, detto El Gato, un ladro, semplicemente. Approfittava della fiesta per andarsene in giro a rubacchiare qua e là. Ha circa sessanta anni, ma il suo è lo sguardo più vispo che abbia mai visto, si veste bene ed ha l'aria di un ufficiale dell'esercito. Scaltro, movenze feline, se ne sta tranquillo, come chi conosce ciò che ha davanti, e non ansima. Dopotutto la paura si manifesta davanti a ciò che non si conosce.

Non so, non ricordo se ci fossero nel mio immaginario altre figure, i loro custodi cerebrali, se c'erano, devo aver dichiarato forfait. Tuttavia già questi basterebbero a scatenare un bel po' di panico in quela vecchia città e già questi bastarono al mio immaginario, teso a cercare di raccogliere una visione di insieme.

E' così teatrale, falso e sorprendente pensare che tutto sia una commedia, pensare a tutti quegli attori principali che nessuno di noi nomina mai, ma solo, guardate bene, perchè ognuno di noi crede di essere la prima donna sul palcoscenico. Ma, da dove questa certezza, avete mai visto un regista che abbia detto che ciò che accadeva a voi fosse la prima scena, mentre il resto solo e solamente comparse, campolungo e scorrimento?!

Non è possibile purtroppo avere una visione di insieme. Troppo complicato. E' anche molto semplice darvene una dimostrazione, basta affacciarsi sul mio balcone ed iniziare a guardare e descrivere cosa sta succedendo, tutto in contemporanea, tutto legato a un sottilissimo filo di destino.
La signora Amelie Blonchard passeggia con il cane appena tosato e improfumato, con la sua aria da snob protagonista, la sua caminata a un metro e mezzo da terra viene interrotta per pochi istanti da un cartello di lavori in corso, si tratta del cantiere dove sta lavorando Pierre, operaio, ventisettenne, una gran brava persona dedita al gusto per il cibo, amante in primo luogo ello stufato di sua madre, che guarda caso è proprio al supermercato a comprare le patate bianche, consigliandosi con Vera, la sua mica del cuore con la quale gioca a bridges ogni venerdì pomeriggio, sorseggiando una mezza tazza di the e sgranocchiando qualcuno di quei buonissimi biscotti al burro che le regala il nipote Fernand, giovane marinaio di Roscoff, da vento in vela e buona pesca a tutti ci si vede stasera per un pasto frugale e ripartire, le sue mani puzzano spesso di pesce, ma le donne sembrano non guardarci un granchè vista la sua somiglianza estrema con un noto attore americano... e così via, all'infinito...


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(l'Italia) non è un paese per vecchi


Se domani aprendo il giornale scoprissi che è stata appena vagliata una legge contro l'invecchiamento, una qualsiasi tassa sull'anzianità, non mi stupirei.
Essere anziano oggi, in Italia, può essere di per sè una "colpa" verso lo stato.

Secondo dati diffusi da "Il resto del Carlino" sale vertiginosamente la percentuale (+29%) di anziani che per sopravvivere chiedono rateizzazioni, impegnano la propria pensione e via dicendo.
Ci sono anziani che a ottanta anni si ritrovano a scegliersi un compagno con cui convivere per arginare la difficile qualità della vita: "A spingermi è stata anche la necessità di arrivare con più tranquillità a fine mese. Dividere le spese, in particolare l' affitto, è un buon sistema per tirare avanti anche con la pensione minima. Il nostro tenore di vita, adesso, è modesto, ma dignitoso. Anche se a Milano, da pensionati con le entrate ridotte al minimo, non è sempre facile fare tornare i conti." (fonte: Il corriere della sera).

A Pistoia, alcuni mesi fa avreste potuto leggere di una coppia a cui era stato inviato lo sfratto, tagliata luce ed acqua, raccontare la propria vita a lume di candela, e non poetica.

I dati parlano chiaro: la popolazione sta invecchiando, il sistema retributivo italiano ha completamente fallito la sua missione negando agli anziani che hanno lavorato una vita uno status sociale capace di donare quantomeno tranquillità, e ai giovani un futuro altrettanto pacifico (con qualche domanda sul perchè si debba pagare per una pensione che non si vedrà nemmeno col binocolo).

E se il sistema trema alla base non è difficile immaginare le fondamenta erose far crollare tutto questo bellissimo castello di aria e sabbia. Non lo dico io, lo dicono le leggi economiche e gli economisti: è necessario intervenire. E il belpaese a suo modo lo fa: eccovi la social card.

Indubbiamente serve un aiuto a quelle persone verso cui è indirizzata questa riforma, ma questo modo di agire ha per me un nome chiaro: populismo. Niente di più. Inoltre, in una società dove lentamente (ma forse nemmeno troppo) vanno acuendosi le differenze tra ceto abbiente e ceto medio, per non parlare di ciò che verrebbe dopo, distribuire una "tessera del pane" è qualcosa di ripugnante, ridicolo. Sarebbe stato molto più opportuno far avere quegli stessi soldi sll'interno delle pensioni, quanto meno, e invece no, c'è una sorta di ridicolo gusto nell'osservare il povero che mestamente estrae la social card dal portafoglio.

Buon Natale a tutti voi, riflettendo che un paese che non sa prendersi cura della sua memoria strica è un paese allo sbando, e non per giovani. Figuriamoci per settantenni che si spacciano per tali.
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