martedì 30 settembre 2008

La polizia carica, la polizia lancia fumogeni, i cittadini non fanno nient'altro che subire e ritirarsi

La polizia carica, la polizia lancia fumogeni, i cittadini non fanno nient'altro che subire e ritirarsi: devo dargli davvero ragione: Chiaiano è veramente sola.

Del presidio di Chiaiano, della manifestazione non si parla, ma al contrario proprio ieri sera un servizio del tg1 mostrava come i lavori per la discarica stiano andando avanti. Quindi le cose sono due: o quelle persone altro non sono che "terroni che altro non vogliono che fare caciara" ed avrebbe ragione Berlusconi a dire che l'emergenza è finita, oppure il paese vive in un momento di silenzio di informazione sui fatti.

La polizia carica a Vicenza, la polizia carica a Chiaiano, è chiara emergenza democratica, i cittadini in due paesi di Nord e Sud combattono contro la gerarchia del potere e si vedono bastonati. La democrazia.
E tutto questo quando dal presidio non piovono nemmeno critiche non comprovate; cito testualmente:
"Ieri si è svolta una bellissima manifestazione, civile, pacifica e democratica; insomma, una magnifica prova di partecipazione popolare. Grazie a tutti i cittadini di Chiaiano, Marano, Mugnano che hanno dimostrato sacrificio e dedizione, grazie alle persone che ci hanno mostrato piena solidarietà. La lotta per riaffermare i nostri diritti è appena iniziata e deve essere assolutamente non violenta. Per quanto riguarda il capitolo scontri al termine della manifestazione, è importante fornire più punti di vista sull’accaduto, seguendo l’obiettività dei fatti. L’utente finale deve essere messo in condizione tale da poter giudicare liberamente l’accaduto. Giudicate voi:"

Per cui, giudicate voi...



filmato pubblicato su licenza di "insu tv"
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Marmotta da combattimento, ovvero le marmotte oltre che giovani, sono anche salve


"Un atto emesso a luglio scorso dalla provincia di Bolzano aveva disposto, a partire dall’1 settembre 2008, l’abbattimento di quasi 2.000 marmotte. Animali protetti dalla legge che sarebbero stati uccisi con l’unico, pretestuoso e non provato motivo dei danni prodotti ai pascoli di montagna."

Non avevo mai conosciuto questo aspetto efferato delle marmotte, dubito di averne viste più di una in vita mia, e mi chiedo come possa un animale quasi estinto essere visto come esercito del male... deve trattarsi assolutamente di una marmotta da combattimento, voglio dire...ma andiamo avanti...

"
La LAV, con WWF e LAC, ha dato quindi mandato al proprio avvocato di ricorrere presso il Tribunale Amministrativo Regionale di Bolzano, chiedendo l’immediata sospensiva degli effetti dell’atto ed il suo successivo annullamento." e dopo un rinvio, per esaminare le cause apportate dal comune, vedendo che non esisteva nessun pericolo, che non c'era alcuna necessità di abbattere 2000 marmotte, il Collegio Giudicante della provincia di Bolzano, "ha deciso di confermare la definitiva sospensione dell’atto amministrativo, in quanto non sono state ravvisate motivazioni relativamente “all’effettiva esistenza del pregiudizio all’equilibrio ecologico o all’agricoltura, alla selvicoltura, alla pescicoltura, alla consistenza della fauna selvatica o alla sicurezza pubblica e, in particolare, al carattere “notevole” di tale pregiudizio, cui il legislatore provinciale subordina l’autorizzazione di piani di abbattimento di specie non cacciabili”, in altre parole l’atto provinciale è stato redatto pur in assenza di qualsiasi presupposto!
Ciò significa che le marmotte sono salve, nessuno potrà fucilarle se non compiendo una gravissima violazione penale, ma è necessario mantenere alta l’attenzione. Non è il primo anno infatti, che la provincia di Bolzano si è avventurata in simili percorsi pur di accontentare i cacciatori, venendo sempre regolarmente censurata dal TAR.
A questo punto è lecito che sorga qualche dubbio: se l’amministratore pubblico persevera nel produrre atti illegittimi, non è in grado di compiere il suo lavoro e quindi andrebbe rimosso, oppure può trarne qualche vantaggio personale? A ognuno le proprie valutazioni..."

Quindi, carissimi, a cosa dovevano servire queste marmotte? Ai posteri l'ardua, mica tanto, sentenza...

(fonte: Lav)

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lunedì 29 settembre 2008

Corrida # 10, Falò

L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.

(leggi il capitolo 1, leggi il capitolo 2, leggi il capitolo 3, leggi il capitolo 4, leggi il capitolo 5, leggi il capitolo 6, leggi il capitolo 7, leggi il capitolo 8, leggi il capitolo 9)

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Quando si inizia ad avere una certa età come me succede a volte di essere presi da piccole crisi di tristezza, quasi fame di amore, fame di tranquilla spensieratezza. Ho trovato una piccola cura per quelle situazioni, una movenza simile a quella del farsi uno shampoo quando non si hanno le idee chiare.
Mi alzo da dove sono, infilo il cappotto, indosso il mio cappello, inforco gli occhiali da vista ed esco, a piedi, rigorosamente a piedi, verso l'aereoporto. Una volta arrivato tralascio tutto il parcheggio o le inutili e consumate vetrine dei duty free, e silenzioso muovo i passi felini verso l'arrivals gate, ovvero dove le persone si incontrano, dove due amanti dopo tanto si riabbracciano, dove le mamme prendono in collo le figlie di ritorno dai college, dove gli amici portano in trionfo quella frazione da tempo mancante al comune denominatore del gruppo.
Me ne sto lì, seduto, ed osservo, irradiato da un lieve senso di goia naturale e non spinto da clichè metropolitani. Me ne sto lì, come percorso da lievi fremiti di naturale felicità, abbronzandomi, riscaldandomi di tale focolaio.

Ramon e Felipe si abbracciarono proprio a quel modo, come due metà di una frazione, come due che non si vedono da un pezzo, per quanto fossero passati solo pochi giorni. Vivevano assieme, condividendo una sana amicizia, nata dalla ospitalità del primo per il carattere randagio del secondo. Non erano una coppia, tuttavia si muovevano come tale, si compensavano a vicenda, sapendo assorbire l'uno i colpi dell'altro, sapendo dove e come far forza sull'altro.
Appena rincasati Ramon scomparse nei dintorni dei fornelli, intento a preparare la mia prima cena a Mesas, ed io mi ritrovai da solo a palleggiare un lieve timore da estraneo camminando lentamente per il loggiato, ora avvicinandomi ora allontanandomi da Felipe, che nel mentre aveva ripreso a dondolarsi sulla sedia.

"Se ti chiedi chi cazzo sia mai, o cosa faccia per vivere, beh, posso risponderti in una parola"
"No, signore, io"
"Signore..." e sorrise, mostrando qualche fessura nella sua arcata superiore "Felipe, io sono Felipe"
"Ecco, Felipe, non volevo, io..."
"Niente. Io non faccio un cazzo."

Quello fu il mio primo dialogo con Felipe, e più o meno finì lì. Non sai mai come prendere una persona che si presenta così, se si sta schernendo o se stia dicendo il vero. Rischi di essere inopportuno a ridere, come a prenderlo sul serio.
La realtà è che Felipe, in effetti, un faceva un benemerito. Pensava. Non c'è cosa migliore da fare che pensare. Io mi alzo ogni giorno presto, per poter pensare, nient'altro, amava dire.
Era uno scrittore, un cantante, un poeta, qualsiasi cosa gli passasse per la testa, provava a farla. Non gli importava del domani o del lavoro, aveva una sua etica a riguardo: non fare un cazzo.
Felipe era molto complesso, e a descriverlo così, mi rendo conto di stroncare per motivi di spazio e di noia che rischierei di procurare, numerosi aspetti, tuttavia ci sono cose che non vorrei tralasciare. Era vegetariano, ad esempio.

Quel giorno, dopo quel brevissimo dialogo, Felipe si alzò, e mi chiese di andare a fare un po' di legna con lui. Lo chiese sgranchendosi un po' le gambe, come chi ha lavorato sodo, e senza nemmeno attendere la risposta, sapendo che lo avrei seguito, mi condusse in un boschetto vicino, a fare fascette per accendere un fuoco.
E che fuoco.
Aveva l'abitudine di accendere un falò ogni sera fuori della casa di Ramon. Diceva che il fuoco è una delle poche cose degne di rapire l'attenzione, diceva che era l'unica cosa che veramente mettesse tutti a proprio agio, come viandanti che vogliono raccontare e raccontarsi, diceva che il falò era l'ultima frontiera della democrazia.
Così accendemmo un falò, sistemando alcune pietre da contorno sul perimetro, e con sorpresa notai che quella era abitudine ormai di molti. Si aggiunsero in diversi, ognuno con la sua pietanza, ed insieme bevemmo,mangiammo e parlammo, fino al chiaro di luna, fino alle ultime note battute sulla chitarra classica, fino all'imperversare del sonno sulle guancie rigate di chi si muoveva tra i campi seguendo il sole ed il canto del gallo.





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E' tornata Caterina



"È tornata Caterina; l'avevamo conosciuta 10 mesi fa, quando dai manifesti affissi sui muri della nostra città, ci invitava a partecipare numerosi alla manifestazione del 15 dicembre scorso; e così fu: 80 mila persone sfilarono pacificamente per le strade di Vicenza per dar voce al suo grido che, stampato sui colori dell'arcobaleno, rivendicava una città di pace. Per se, per il proprio futuro, per gli abitanti di questa terra, ma anche per coloro che dalle base militari statunitensi vivono lontano, ma ne subiscono comunque le conseguenze.

Si presenta alle grandi occasioni, Caterina; allora la manifestazione indetta per dimostrare che, dopo tanti mesi, il movimento vicentino era ancora in piazza, più determinato che mai a non arrendersi alle imposizioni. Oggi torna per ricordarci che il 5 ottobre abbiamo tutti un impegno importante: c'è la consultazione popolare e i vicentini sono chiamati a confermare la propria contrarietà alla nuova base militare statunitense votando SÌ sulla scheda comunale.

È cresciuta, Caterina, e ora ha i capelli lunghi; c'è chi vorrebbe costringerla a un'infanzia tra soldati e filo spinato. (...)"
(fonte: NO dal Molin)
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Tanti auguri Presidente, il compleanno di Berlusconi

"Silvio Berlusconi (Milano, 29 settembre 1936)" (Wikipedia)

Si traggono le conclusioni da sole, è il suo compleanno.

Di colui che se fosse all'interno dei Promessi Sposi chiameremmo Innominato, o forse, nominato fin troppo. prezzemolo, se non ricordasse un drago, andrebbe bene, visto che è ovunque, e molto spesso, dove non dovrebbe.
Ma i comici, si sa, sono così, irriverenti di natura.

Infatti, guardate come festeggia il sito de Il popolo della libertà quest'oggi:

Silvio Berlusconi
silvio berlusconi

Che spiritosoni, vero?!

Bellissimi, hanno sempre un coniglio da tirare fuori dal cilindro, sono sempre sopra le righe, sempre con la battuta pronta, troppo forti.
Quasi quasi mi iscrivo al Berlusconi Fans club, e mi compro un gadget ad uopo... quel cappellino grazioso, per iniziare potrebbe andare bene, e poi, tutti al prossimo spettacolo!
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sabato 27 settembre 2008

La bua costa molto cara, ovvero come andare gioiosi incontro ad un uragano


"Silvio Berlusconi lancia una nuova sfida: privatizzare le strutture ospedaliere per contenere le spese della sanità. Il progetto è stato illustrato dal premier nel corso del suo intervento all’incontro organizzato dai Liberali popolari di Carlo Giovanardi, a Todi. “Rispetto al Veneto e alla Lombardia, in Sicilia e in Sardegna le spese sanitarie sono del 40% più alte. La soluzione è il federalismo fiscale e anche la privatizzazione di molti ospedali pubblici”, ha dichiarato il presidente del Consiglio. Una difesa anche del federalismo che, ha ricordato, “è una riforma in cui la maggioranza conta”, una riforma grazie alla quale “si potranno abbassare le imposte"." (fonte: Libero news)

Ci sarà un giorno, tra non molti anni, in cui dovrò spiegare a mio figlio che è necessario farsi una assicurazione privata, come negli Stati Uniti, ma che qui si devono pagare mensilmente contributi molto alti per una pensione che non si vedrà. Gli dovrò spiegare che avrà a che fare, presumibilmente, con una scuola di serie B, dove non ci sono strutture e gli insegnanti sono così mal pagati ed mal appagati, che probabilmente imparerà ben poco. Gli dovrò spiegare che dovrà stare attento a farsi male, perchè "la bua costa" e non poco, e se ci sono soldi per la bua, non ci sono per l'università.

Non sarà una grande conclusione e nemmeno un lieto fine, ma sarò quantomeno libero di dirgli, alla fine del discorso, Io non c'entro.
Insomma, potrò guardarmi allo specchio ugualmente quando il ponte di Messina sarà stato fatto, ma le ambulanze prima di raccogliere una persona gravemente ferita per strada ne controlleranno gli introiti economici (che è davvero ciò succede negli States).
Spero che molti di voi potranno dire la solita cosa. Ma ho una certezza: non siamo la maggioranza.

La cosa spettacolare di questa decisione, amio umile avviso, sta tutta nel fatto che mentre il mondo economico liberista sta crollando sotto le sue stesse macerie, sotto i suoi stessi attacchi, mentre proprio negli states si parla di regolare e a volte di nazionalizzazione, in Italia, soffia un forte vento di liberismo... un po' come andare di corsa contro l'uragano.
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venerdì 26 settembre 2008

Corrida #9, nessun Franco, nessun Franchismo.

L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.

(leggi il capitolo 1, leggi il capitolo 2, leggi il capitolo 3, leggi il capitolo 4, leggi il capitolo 5, leggi il capitolo 6, leggi il capitolo 7, leggi il capitolo 8)

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Il perchè Ramon conoscesse quel toro è un particolare che mi è sfuggito per diverso tempo. Almeno fino al momento in cui, come talvolta decide il destino, con uno scocchiare di nocche fu tutto chiaro. Ashton secondo era famoso, e ne aveva ben donde. Ma questa è una storia che vi racconterò in seguito, sempre che la mia memoria non faccia cilecca. Fatto sta che Ramon abitava abbastanza lontano da quel porticciolo di mare, e la gita in sella all'asino durò per ben due giorni e una notte. Ci accampammo nel nulla desertico di quelle parti, in cui credi di esserti perso in Messico o sulla luna, poca la differenza.

Quando arrivammo a destinazione ero talmente sfinito, dal sole, dal poco cibo, dalla poca acqua, dalla camminata che non avevo fatto, che tutto mi apparse come piovuto da un pianeta lontano.
La polvere sembrava aver creato quel piccolo disimpegno rurale di nome Mesas de Asta. La polvere sembrava aver giaciuto una notte intera a fianco del gesso, ascoltandone il respiro, posandosi dolcemente su ogni abbassarsi di coste. Le case erano bianche, ma non le avresti mai dette bianche: tutto era evanescente, polveroso, ma non in senso negativo o dispregiativo. Sembrava essere opera di una autore ancestrale, di quelli che conoscono le leggi del mondo e del divenire, sembrava essere opera di un fiume che secolo dopo secolo passa alla sua macina i ciottoli del suo letto.

Erano poche le case, e quella di Ramon si stagliava tra le altre, ma solo per altezza: doveva essere un vecchio residuato colonico, visto che era l'unica casa a due piani. Ma questo non faceva di Ramon l'uomo più ricco od importante del paese; Mesas, come la chiamavano loro, era come una comunità in cui nessun re, nessun imperatore o prete era mai entrato, era un borgo a se stante, mai sfiorato dal tempo o dalla storia. Un limbo sospeso nel tempo dove ogni tanto il postino portava notizie dal mondo.
Proprio per questo ho chiesto tramite lettera, quando mi stavo per accingere a scrivere questo libro, a Ramon di darmi la sua opinione su Franco e sul Franchismo, ovvero sul dittatore che esercitava il potere al tempo e sul suo movimento. Per risposta, io che quasi mi aspettavo una monografia, ho ricevuto un foglio solo, scritto solo alcentro, con queste poche righe che vi traduco:

" Non l'ho mai visto, l'ho sentito nominare semmai. di qui non deve essere mai passato, nè lui, nè la sua dittatura, e se mai ha trovato per sbaglio questo posto sul suo itinerario, non deve essere stata solenne la sua camminata. Piuttosto, come stai?"

Quindi, chiunque di voi si aspetti una dichiarazione storica di libertà, non la troverà tra queste pagine di ruralismo. O magari la troverà proprio qui, voglio dire, dove meglio che in una comunità autonoma; ma non troverà frammenti di vita di Franco o chicchessia.


Arrivammo davanti alla casa di Ramon che un uomo, sulla quarantina, ci aspettava dondolandosi stancamente su di una sedia dall'imbottitura di paglia. Felipe, capii al saluto di Ramon.
Bene, Felipe è colui a cui devo questo libro, questa storia e la mia stessa umilissima percorrenza terrena.



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giovedì 25 settembre 2008

Volete la merda? Ebbene, eccola


La leggenda vuole che Piero Manzoni fosse alquanto adirato, e in un momento di lucida follia abbia sbraitato: "Vogliono la merda? Ebbene, avranno la merda!" e da qui, la merda d'artista.

"il 21 maggio 1961 l'autore sigillò le proprie feci in 90 barattoli di conserva, ai quali applicò un'etichetta con la scritta «merda d'artista» in inglese, francese, tedesco e italiano. Sulla parte superiore del barattolo è apposto un numero progressivo da 1 a 90 insieme alla firma dell'artista. Manzoni mise in vendita i barattoli di circa 30 grammi ciascuno ad un prezzo pari all'equivalente in oro del loro peso." (Wikipedia)

Vi sono molte altre letture riguardo a ciò che accadde, ma quello che preferisco, manco a dirlo, è quello che ho presentato. Per cui mi sento di seguire Piero, incitato dal suo grido, forse, o solamente galvanizzato dal riso ironico.
Gli italiani volevano la merda? Ebbene, eccola:

Nella prima riga, in corrispondenza dell'anno, sono riportati gli indici ISTAT, mentre nella riga successiva, in corrispondenza del segno di percentuale (%), sono già indicate le percentuali di incremento dei singoli mesi sui corrispondenti mesi dell'anno precedente.
Queste percentuali sono utilizzabili in tutti quei casi (rivalutazioni mutui, assegni al coniuge, contratti o altro) che richiedono adeguamenti sulla base del costo della vita, mentre per i contratti di affitto che lo prevedono, è sufficiente calcolare il 75% della percentuale di incremento per ottenere la rivalutazione del canone di locazione.
Esempio:
contratto di locazione con un canone annuo di € 6.000,00 stipulato in ottobre 2002;
in sede di rinnovo nell'ottobre 2003, è sufficiente utilizzare la percentuale evidenziata in questo mese (2,4%) e calcolarne il 75%.
2,4 x 75% oppure (2,4 x 75) : 100 oppure 2,4 x 0,75 = 1,8%
€ 6.000,00 x 1,8% = € 108,00
Nuovo canone annuo € 6.108,00 da suddividere per il numero di rate stabilite.

(fonte: Tax e Lex)

Come scritto sopra le percentuali si leggono da sole. Ma cosa volete, che tutto questo sia più importante di "veline"?. Qualche anno fa erano tutti scandalizzati perchè Luttazzi la mangiava (finta) in televisione. Adesso ce la mangiamo tutti per cena.
E scusate le frivolezze, ma è tutta colpa di Piero Manzoni.
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Un anno fa nasceva Riciard's

Un anno fa nasceva questo blog, muovendo i primissimi e stentati passi con due micro autorecensioni, ma non autoincensamenti, su consiglio di quel Gavioso che si chiama proprio come me. Proprio lui, quello della penna che fa un pochetto di male. Per cui se questo blog non vi piace, se questo post nemmeno, beh, rifatevela con lui, io non c'entro.



Scherzi a parte, mi piacerebbe ringraziare tutti voi, ad uno ad uno, ma è impossibile, perchè avrei da fare una lista lunga quaranta chilometri, partendo dal mondo dei lulus, per ritrovarmi a capofitto dentro agli oknotiziani, passando per parolando e altri vari forum.
Questo blog ha seguito e segue il percorso, forse disordinato, ma coerente, della mia vita stessa, la mia curiosità, la mia voglia di scoprire e comunicare. Per cui siamo passati dalle interviste al camino, progetto che spero e penso di riprendere molto presto (anche perchè tra poco torna il freddo), ai vari "Io se fossi" della campagna elettorale, amati da alcuni, odiati da altri.
Ci sono stati articoli che sono valsi una telefonata da rai 3 stessa, altri che sono andati nei notiziari di tv web, altri ancora, i più importanti, che hanno dato stimolo ad occasioni di confronto.
Per cui spero che non siate in pochi ad aver preso tutto quello che di costruttivo ho provato a mettere qui dentro, ed ancora, grazie a tutti voi...

Riciard

P.S. Vi lascio con una breve carrellata di alcuni post che a mio avviso hanno segnato un po' il cammino di questo blog. Buona ri-lettura...

una stagione all'inferno

il silenzio degli incoscienti
da oggi potete tranquillamente sputare in faccia al vigile che vi sta facendo la multa
Berlusconi spiegato a un bambino
la pietra angolare
la terra, la chitarra e l'uomo, intervista con Gian Maria Testa
dialogo tra una sessantottina e un non so
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mercoledì 24 settembre 2008

Corrida #8, Spagna

L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.

(leggi il capitolo 1, leggi il capitolo 2, leggi il capitolo 3, leggi il capitolo 4, leggi il capitolo 5, leggi il capitolo 6, leggi il capitolo 7)

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Un porto di mare è un porto di mare. Ne esistono migliaia e sono pronto a scommettere che non ne esistano due uguali, ma che l'aria che si respira, lo stesso salmastro, l'emozione nello scendere gli scalini per ritornare sulla terraferma si assomiglino ovunque è per me una certezza.
Dall'alto della scala provi a guardare l'orizzonte e la vista, abituata per giorni al nulla rotondo ed increspato sul basso, coglie i più piccoli dettagli, riesce a penetrare le case, ad osservare i vestiti e spogliare le persone. Fanno male gli occhi dopo giorni di mancato esercizio, ma non ne vogliono sapere di chiudersi.
Non è facile comporre quel ritmo di piedi che portano dall'alto della nave al porto, sembra innaturale dopo essersi abituati alla culla delle onde, anche il solo desiderio di mettere piede a terra. Ci pensai un po', fissai l'immagine della barca e del suo equipaggio in testa, ringraziai l'entità celeste, qualunque essa sia, che aveva permesso alla Karin II una storia normale, fatta di viaggio e salmastro, e non di tragedie. Per una volta potevo essere fiero e gioioso di non passare alla storia.

Colsi una voce lontana, una risata da pancia piena e un ridere a bocca aperta proprio delle persone di buon umore, fresche, di campagna. La mia concentrazione passò lentamente dalla nave a quella voce, e ne colsi l'essenza: un signore corpulento, vestito con una specie di saio lercio e sandali, dall'espressione ridanciana e da qualche dente in meno, mi stava salutando, chiamandomi per nome: Alex, Alex diceva e sventolava in mano un fazzoletto, per farsi notare. Nell'altra mano serrava la briglia di un asino giovane, pronto ad un viaggio ed al peso di un ospite.
Manco a dirlo, era Ramon.

Mi accolse sulla terraferma con un sonoro bacio sulla guancia ed un abbraccio, con un saluto che viene solitamente destinato agli amici di vecchia data, ma capii ben presto che per Ramon l'ospitalità era cosa ben più che sacra. Dopo i primi convenevoli e qualche risata paffuta, dovuta anche la mio tipico imbarazzo, seguita immancabilmente da un paio di botte sulla spalla, mi aiutò ad issarmi sull'asino, ed iniziammo il cammino verso casa, la sua, che per un po' di tempo sarebbe stata anche mia dimora. Non rifiutai la cavalcatura, mi sentivo debole ed i miei primi passi sulla terraferma sapevano di incerto; dopotutto non sapevo nemmeno quanto avrei dovuto camminare e la cosa non mi esaltava.

Porto ancora nelle narici quell'odore, quello che raccolsi nei polmoni, per chiuderlo nei ricordi, che si sparpagliava in lievi venti ovunque. Era odore di porto e di mare, ma contrastato dolcemente da campagna, fuoco del camino, mercato della verdura, fatica quotidiana. Alle volte, passando da alcuni vicoli potevi soffermare l'olfatto su increspanze meno incerte, decise, parlavano di sangue animale, letame per concimare o fieno,ma erano come piccole tempeste che andavano disperdendosi nell'odore precedente.
Fu proprio in uno di quei vicoli che vidi per la mia prima volta un toro. Ramon mi vide indugiare con lo sguardo e fece cenno al mulo di fermarsi. Si fece vicino e come se fossimo ad un ricevimento fece le presentazioni: Ashton primo, e rise dando una pacca all'animale. Un bellissimo esemplare, non trovi?


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Question time, benvenuti nel teatrino del politichese



A guardarli, quelli della prima repubblica, sembravano statuari, sembravano sapere sempre ciò che dicevano, sembravano avere una direzione inculcata nella testa da una convinzione meditata, approfondita a forza di scavare nella conoscienza.
Alcuni dei nuovi non hanno nemmeno l'odore di quella levatura, di quella classe che parlava perchè, in un modo o nell'altro, sapeva. Sapeva e non voleva dire, forse.

Ma il politico non cade mai per terra; il politico, quello vero. Sa come rialzarsi, sa come rispondere ad ogni domanda: il politichese non è mai passato di moda. Cambiano i tempi, cambiano i rapporti, cambiano le domande, ma il linguaggio è sempre lo stesso. Meno forbito, oggi, ma sicuramente non iluminante.
Ma se abbiamo davanti veri politici, e se tutto quello che ho appena scritto vi suona come vero, qualcuno, vi prego, alzi la mano e mi spieghi sillabando parola per parola, lentamente, il valore del "Question Time" in parlamento. Perchè proprio non ci arrivo. Un parlamentare si alza, fa il suo discorsetto tanto per guadagnarsi, si fa per dire, lo stipendio, e il ministro risponde, subito, senza nemmeno riflettere. Perchè le domande già le aveva sotto mano, sapeva dove si andava a parare, sapeva come rispondere. Mai sarà messo in difficoltà, il ministro.
E non venitemi a dire che quando al centro del question time ci sono quei poveri disgraziati emozionati di bambini, la cosa appare più vera.

Qualcuno, anche in fondo, vi prego, alzi la mano, e mi spieghi lentamente, come se avessi due anni, il senso di gonfiare ancora di più la teatralità di questo circo da quattro soldi.
E qualcun altro, per favore, vada a chiamare il giostraio, e gli chieda di spegnere le luci, per oggi ne abbiamo abbastanza.

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martedì 23 settembre 2008

Corrida #7, o Tutto perchè X pesta una merda di cane

L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.

(leggi il capitolo 1, leggi il capitolo 2, leggi il capitolo 3, leggi il capitolo 4, leggi il capitolo 5, leggi il capitolo 6)

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I marinai non hanno nazionalità. E' come se non avessero origine, è come se fossero sempre stati circondati da una marea di acqua e sale. Li guardavo, la sera, parlare tra di loro, gente di estrazioni e paesi differenti, parlare la medesima lingua, intuire gli stessi gesti, comporre gli stessi arabeschi nell'aria.
Cercavano, tra il silenzio e l'attenzione di tutti, di sorpassarsi ad uno ad uno, provando a far bere agli altri menzogne di rum. Io ho fatto questo una volta, ed io quest'altro, ma non è niente rispetto a quello che mi è capitato un anno fa, etc etc etc.

Questa trasbordata oceanica, questo piccolo vascello che sbuffava ad ogni vento come un treno, sembrava sospeso nel tempo più che nell'acqua. E a volte mi sembrava di non capire se mai sarei arrivato veramente. Scrissi alcune pagine sul mio primo taccuino,: avevo deciso di segnarmi tutto, come per non perdere il senso ed il filo logico, per non perdermi e basta forse, come Pollicino. Questa sospensione tra aria ed acqua, realtà e finzione, mi faceva apparire tutto fatalista, ma niente lo spiega meglio delle due righe, che ho avuto la fortuna di conservare e di riapprovare intatte tra le mie mani rugose. La carta sa ancora di sale...

Il Fatalismo o Tutto perchè X pesta una merda di cane
Il signor X esce di casa, si è alzato molto presto e non ha voglia di lavorare. Camminando frettolosamente pesta un escremento di cane, cosa che lo innervosisce molto. Lavora in banca, apre il suo sportello e per il nervosismo accumulato tratta male la signora Y, prima della fila. La signora Y si ritira arrabbiata, sfogandosi un poco ma non abbastanza alla banca stessa. Rimane alteratra per tutto il giorno e nel pomeriggio, durante la conversazione del the delle cinque, rovescia volutamente addosso a Mrs P la sua tazzina, dopo aver argomentato politicamente le sue tesi. Mrs P aveva appena comprato il vestito e vederlo ridotto così la fa imbestialire. Esce furiosa di casa e se ne torna nella sua, dove il marito, signor T, la sta aspettando. Mrs P cerca tutti i motivi possibili per far arrabbiare il signor T, ci riesce e T va su tutte le furie. T lavora al ministero del tesoro. T esce di casa, va al pub, si sbronza e non torna a dormire. Il giorno dopo T va a lavorare e, conciato com'è, nervoso com'è, litiga con tutti i colleghi e manda a quel paese anche il suo capo, signor F. Ovvio che venga licenziato e che T e P divorzino nel giro di qualche mese. Va da se che F, volendo ribadire la sua autorità, inizi a fare parti di merda a tutti, ed alle prime proteste fa volare i licenziamenti. Non appena il ministro H lo viene a sapere, grazie agli scioperi appena iniziati, F sarà a sua volta deposto. Ma F è amico di J, il presidente, e non gli farà passare liscia questa "inezia", per cui va a parlare col suo vecchio amico e crea problemi a H. H non ci sta e si dimette, ma prima inizia a fare dichiarazioni inopportune riguardanti la privacy del presidente. I giornalisti attaccano dappertutto il presidente e lo costringono a mollare dichiarazioni rassicuranti. A, consigliere del presidente, si rende conto che anche il suo ruolo sta per naufragare, ed invita il presidente J a muovere l'attenzione del popolo su altre cose che la sua privacy. Due giorni dopo il presidente J dichiara guerra al paese W...........

Beh, e poteva anche continuare all'inifinito, volendo. La solfa l'avete capita. E' che siamo talmente tutti uniti in un cammino rotondo su di un affare mollato in aria da chissà chi e sospeso nel vuoto, che non parlare di fatalismo sarebbe quasi stupido. E Karin II, la nave, era l'espressione surreale e vivente del fatalismo, del come ci si ritrovi, per sbaglio o meno, insieme a vivere tutti la stessa commedia.



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lunedì 22 settembre 2008

No man's land, libera informazione




"Alle 20.15 gli spari, tanti, a ripetizione. Non sono spari di pistola. Persone che urlano. Escono fuori alcuni abitanti vicini. Chiamano la polizia, i carabinieri, l’ambulanza.
“A terra ci sono dei morti”. Nella terra tra Provincia di Napoli e Provincia di Caserta non si sa mai di chi è la competenza. Risponde il centralino, poi si passa da ufficio ad ufficio mentre i minuti passano. “La situazione è atroce”. Gli abitanti spiegano. Ma ci sono anche dei vivi a terra. Qualcuno alza il braccio, chiede aiuto. Ma nessuno si avvicina. I killer potrebbero ripassare.
Mi racconta chi è accorso subito. Ma non vuole essere nominato.
Li hanno visti, una motocicletta con due uomini che quasi ci entrava dentro al negozio del sarto e poi una macchina con una luce lampeggiante, con altri tre dentro, sembra avessero anche i giubbotti antiproiettile, volevano simulare la polizia.
Intanto il tempo passa. Quaranta minuti sicuro, ma potrebbero essere cinquanta.
L’ospedale di Pineta Grande a Castelvolturno è a 15 Km, l’ospedale S. Maria delle Grazie a La Schiana a 15 Km.
45 minuti per un’autoambulanza.
Sono le 22.00. Finalmente polizia ed ambulanza arrivano quasi in contemporaneamente e portano via i due rimasti vivi. Uno morirà all’ospedale, l’altro è ancora in gravi condizioni.
Alle 23.00 arrivano i parenti delle vittime. Iniziano le urla, i pianti.
Il magistrato arriva ancora più tardi verso mezzanotte.
Le telecamere del parco di fronte non funzionavano, non funzionavano quelle della recinzione della pineta.
(...)
Gli italiani, bastardi innanzitutto con se stessi. Penso.
Ed allora ecco una rivoluzione che non parte da chi per motivi di passaporto di questa terra si sente padrone, ma da chi viene da lontano eppure ne subisce il prezzo più alto.
Quelli che gridano oggi i loro morti danno voce a tutti quelli che invece restano in silenzio e subiscono il ricatto quotidiano del compromesso, il vivere in una terra senza alternative, che muoiono lentamente a causa delle discariche di rifiuti tossici (nei laghetti artificiali adiacenti la costa a meno di cinquecento metri sono affondati barili di rifiuti tossici; poco più in là l’interland giuglianese massacrato dalle discariche abusive). Terra senza alternative sociali. Un territorio per questo preda della criminalità organizzata.
Un territorio ed in un paese dove il sociale diviene sempre più un optional. Un paese dove manca lo spirito del cambiamento. Dove quelli che chiamiamo “altri” oggi fanno una rivoluzione, non noi"

Da Libera informazione (Libera)

Cos'è Libera:
Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie è nata il 25 marzo 1995 con l’intento di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie e promuovere legalità e giustizia. Attualmente Libera è un coordinamento di oltre 1300 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità. La legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, l’educazione alla legalità democratica, l’impegno contro la corruzione, i campi di formazione antimafia, i progetti sul lavoro e lo sviluppo, le attività antiusura, sono alcuni dei concreti impegni di Libera. Libera è riconosciuta come associazione di promozione sociale dal Ministero della Solidarietà Sociale; e come associazione con Special Consultative Status dal Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (Ecosoc).
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Corrida # 6, sesto episodio

L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.

(leggi il capitolo 1, leggi il capitolo 2, leggi il capitolo 3, leggi il capitolo 4, leggi il capitolo 5)

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Mi ritrovai appoggiato ad una balaustra che sapeva di ferro, a tirare su come rigurgiti di raffreddore respiri densi di iodio, guardando fisso l'orizzonte, osservando il tutto sparire, divenire evanescente in quel nulla che è il mare per chi non lo conosce. Scomparsa la terra scorgevo solo rime intessute di acquerelli di gesso e polvere, incresparsi sul filo dell'acqua, comporsi e disfarsi in un moto perenne che riduceva il tutto e il niente ad un solo termine.

Credevo sarebbe stato doloroso mollare tutto così, all'insaputa dei molti o pochi, voltando le spalle a chi me le aveva già voltate, assieme a chi mi aveva offerto il torace, con la sicurezza di non restare ferito. Spargevo pensieri nell'aria come incenso ed ogni tanto faceva capolino la sana sensazione dis entirsi in gioco, davanti ad una scommessa, non voluta, certo, ma pur sempre da affrontare.
Ci sono molti modi di affrontare il mare. C'è chi lo tratta da amico, perchè lo conosce, e veste caldi maglioni di lana anche quando il tempo sembra bello. C'è chi si distende sulla prua, aspettando per tutto il tragitto la meta, trovandosi a volte dolorosamente a mollo col solo appoggio di una gabbia per tonni. C'è chi cerca di ingraziarselo, il mare, temendolo, forse, o rispettandolo, credendo, comunque, che un matrimonio od un gemellaggio possano essere di buon auspicio.
Se qualcosa ho imparato, è che il mare ascolta una sola voce, ed è la sua. Inutili gli sforzi di compiacenza, inutili i matrimoni, futili talvolta le speranze, il mare è fatalista, e parla una sola lingua, la trasmette in vibranti vocaboli di moto alle onde, e manda i suoi ambasciatori a parlare per lui.
Io, semplicemente, stavo.
Credo sia l'unico modo di affrontare il mare: stare. Con maggiore dignità di un soprammobile, ma rispettando i suoi tempi, la sua lingua, la sua parlata cruda, aspettando semplicemente che succeda ciò che deve.

Non ho mai sofferto il mal di mare, tuttavia quella traversata di giorni e di notti fu un gran ballo di stelle ed onde. La grande balera dell'oceano aveva offerto uno spettacolo ed un giro di giostra nel suo slaone principale a tutto l'equipaggio, a tutti i presenti; all'ingresso della hall tutti potevano leggere a chiare lettere che ci sarebbe stato da ballare.
Ma per lo stesso motivo di cui sopra, cercavo di non affogare nell'aria, trattenendo i conati con i pensieri più disparati: una nave in pieno mare è come la vita, va sopportata senza esitare, traendo forza dai conati del vomito, per cercare di risalire la china.

La mattina presto avevo trovato Rose già lì, pronta per salutarmi, per l'ultimo abbraccio. In realtà non sono molto bravo nel tradire le mie emozioni, e mi trovai come accerchiato, braccato da chi mi offriva le sue lacrime. E risposi da animale in fuga, con una recita da prima serata, con un distacco glaciale e sommesso parlottare a bassa voce. Più la distanza tra di noi diventava breve, più vedevo già le mie valigie issate sul pontile. Credo sia una questione di nervi, di sistema immunitario: il carattere sopperisce dove il fisico sa benissimo che andrebbe incontro al collasso.
Per cui ci salutammo in maniera brusca, o meglio, io la salutai in maniera brusca, quasi mi avesse tradito, quasi avessi da presentarle il conto. E mi rifugiai presto nei miei pensieri, nei respiri gonfi di iodio, nei miei conati e nel mio incenso.

Avevo davanti dieci giorni di mare aperto, nulla da fare e un gran silenzio come compagnia. Mio padre mi aveva sistemato nella migliore delle soluzioni che aveva trovato su due piedi: una bagnarola, forse già sconfitta più volte dalle onde, di nome Karin II, forse in memoria di una prima incaglita chissà dove. Assieme a me viaggiavano solcando le onde la ciurma di pochi elementi e un carico di vestiti diretti a Siviglia dall'odore nauseabondo, forse dovuto al chiuso della stiva, impregnata di acqua salata.
Chi diavolo fosse Ramon, non lo sapevo per certo. Conoscevo il nome, sapevo che era un bizzarro amico di mio padre, conoscevo qualche ricordo sparato quà e là quando la sua testa di giornalista forniva alibi alla sua storia, ma chi fosse, che viso avesse, lo ignoravo. Non sapevo neppure se, da una qualche parte, mi stava aspettando, e come.
Ma del resto, non sapevo proprio nulla della Spagna.


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domenica 21 settembre 2008

Corrida #5, quinto episodio

L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.

(leggi il capitolo 1, leggi il capitolo 2, leggi il capitolo 3, leggi il capitolo 4)

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La mattina dopo arrivò, trascinandosi dietro i crampi della fame e molti sospiri al pensiero di lei. Tutto era stato inutile, non riuscivo a staccarmi dalla testa le sue intense pupille, le sue lunghe ciglia, il tenero e carnale abbraccio primordiale che ci aveva per qualche istante sigillato. A nulla era servito il provare ad alzarsi per mangiare qualcosa, lenire quantomeno il dolore della fame: mio padre dormiva in cucina in una brandina approntata e piuttosto scomoda, al vederla, col fine di assicurarsi della qualità della punizione.

Non era così, non era quello che mi aspettavo. Appena sveglio, pronto alle fatiche quotidiane, al vivere masticando il soffice sole, mio padre mi aspettava tintinnando le mani sul tavolo, quasi impaziente. Mi colse alle spalle con le sue parole, biascicate senza un buon giorno di preludio, danzanti di ritmi precisi e razionali. Non mi guardava negli occhi, faceva l'aria della stanza e la riflessione grave, il momento un passo lento, misurato e accorto, come l'ultimo accanto alle sue scarpe, per la mia vita.

"Non sei più un ragazzino. Non sei più il bambino di belle speranze, dal futuro incerto e solamente augurabile. Arriva un momento in cui i cuccioli si distaccano dal nido, arriva il momento in cui i piccoli uccelli vengono buttati giù dal ramo per insegnargli a volare. Domani parti. Fai le valigie, vai in Spagna, da Ramon."

E per lui la discussione era chiusa, non ammetteva eccezioni, aveva svolto e srotolato la sua analisi, pretendeva ragioni che molto probabilmente aveva, ma non ammetteva repliche. Il mio filo di voce che fioco, tremulo come una candela voleva dire Io voglio restare, non contava nulla, e forse non era nemmeno stato udito.

Ricordo quelle valigie, due per l'esattezza, fatte controvoglia, buttando a caso la roba, aiutato appena dallo sguardo silenzioso di mia madre. Non so come la pensiate voi, ma a quel tempo credevo nella virtù del pettirosso. Con l'arrivo dell'autunno gli uccelli volano, in branco, talvolta senza nemmeno aspettare chi si perde, disegnano geometrie per l'aria, fendendo e ricalcando tradizioni millenarie, senza cercare di scomporre l'ovvietà. Mi era più simpatico il pettirosso, che resta. Semplicemente resta. Il pettirosso, pensavo, ha il coraggio di affrontare le situazioni, ha il coraggio di affrontare la neve, e se possibile, di macchiarla in volo del suo colore caldo.
Ma era anche ovvio voler rimanere, avevo Rose, e con lei pensavo di avere tutto. Mi si offriva un viaggio all'estero, un soggiorno, una vita, chissà, comunque sia una esperienza che per molti nemmeno era sognabile, ed io, semplicemente, mi sentivo pettirosso.

Il nostro saluto fu come in fondo al mare. Perso nell'oscurità, in un silenzio di lacrime ovattato dagli abbracci e dagli scongiuri. Lente le movenze, fragili parole, sorsi di fiato, tenui baci.
Non c'era niente da fare, e forse nemmeno da capire, a volte le cose vanno prese per come sono, anche le decisioni altrui, così mi era stato insegnato, e così avevo appreso, senza troppe velleità di ribellarsi, senza troppi colpi di testa.
Lento il nostro amore scivolò come un prezioso anello perso nell'acqua, facendo un ampio solco sulla superficie, accompagnando la sua discesa con un suono ovattato, precipitando lentamente, ma inevitabilmente sul fondo, cullato dagli abbracci dell'acqua.

Non le lasciai una lettera, non le scrissi più, per quanto avessi promesso il contrario, non le lasciai niente di mio, pensai che sarebbe stato più facile così, e non ho mai amato troppo dare valore agli oggetti, preferisco soppesare le persone e dare valore alle loro emozioni, ai loro gesti.
Lei, invece, mi implorò di portarmi dietro uno di quei teli, di quelli che avevano cercato senza speranza di coprire la nostra fuga, e così fu. Paradossalmente per quanto detto prima, lo porto sempre con me, ed è ormai giaciglio del mio gatto, Hugo.


Quindi Spagna.

Nemmeno sapevo cosa fosse la Spagna, cosa ci fosse, cosa trovarci, sapevo ciò che lasciavo, ben poco di dove sarei ammarato dopo giorni e notti di mare aperto.
Ma mettiamoci giusto una notte di mezzo, ve lo racconterò domani, riordinando le idee, magari.
Per adesso, che siate lettori, amici, compagni di viaggio o critici, buona notte.


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Costa: "Il referendum? E' antidemocratico", ovvero l'America agli americani (legge Monroe) e l'Italia pure

Il 5 ottobre a Vicenza i cittadini voteranno il loro consenso alla base del Dal Molin o meno. Scendono in campo, ovviamente tutti, e chi sembra ragionare brancolando nel buio è proprio il commissario Costa:

«Il referendum? Può apparire paradossale, ma è antidemocratico». Paolo Costa muove le sue pedine sulla scacchiera della consultazione del 5 ottobre, voluta e difesa dal sindaco Achille Variati, che oggi sarà sottoposta al giudizio del Tar Veneto, chiamato a decidere sul ricorso presentato dal comitato favorevole alla Ederle 2 capitanato da Roberto Cattaneo. Il commissario parla di «grande equivoco», rigettando un quesito «improponibile: l’area è già stata destinata a un uso demaniale nel momento in cui è stata messa a disposizione degli americani e quindi non può essere ceduta». (fonte: No dal Molin)

I NO dal Molin, spiegano, invece, a gran voce, il perchè i voti devono essere orientati verso il sì (ovvero contro la costruzione della base):



Elettricità: l’allacciamento della corrente elettrica costerebbe 9.360.000 euro, di cui poco più di un quindicesimo pagato dagli statunitensi, tutto il resto (8.730.000 euro) dall’AIM, ovvero da noi vicentini. Inoltre, le basi USA acquistano l’energia elettrica in esenzione di tasse e con tariffe agevolate.
Fognature: l’allacciamento alla rete fognaria costerebbe ancora di più e sarebbe interamente a carico di AIM, cioè di noi vicentini. In aggiunta, i costi per l’utilizzo del depuratore (oltre 500.000 euro annui) se li aggiudicherebbero i vicentini, di nuovo.
Acqua: la nuova base USA ha chiesto da un minimo di 60 ad un massimo di 260 litri/secondo. AIM oggi può servire 7 litri/secondo e con una nuova linea potrebbe arrivare a 30. La quantità d’acqua richiesta è troppo onerosa per la nostra falda acquifera. Senza contare che i costi, circa 350.000 euro, sarebbero sostenuti dai vicentini tramite AIM.
Gas: lo fornirebbero AIM-AMCPS, usando le tasse dei vicentini.
Telefonia: idem
Immondizie: allo smaltimento di rifiuti e immondizie provvederebbe ancora AIM.
Strade: alla manutenzione delle strade ci penserebbe invece AMCPS, ma poco cambia perché la paghiamo sempre noi vicentini con le tasse.
Spese di gestione: il 41% dei costi di gestione delle basi Usa sono a carico del paese che le ospita. Solo per la Ederle l’Italia paga già 65 milioni di euro annui.
(...)
Inquinamento: secondo l’EPA (l’agenzia per la protezione dell’ambiente incaricata dal Congresso statunitense di potenziare e far rispettare le leggi in materia) le basi militari rappresentano il maggior inquinatore degli Stati Uniti, producono rifiuti dal gravissimo impatto sull’ambiente e sulla salute dei cittadini (si pensi ai periclorati e al TCE). Gli ordini imposti dell’EPA sono stati in passato disattesi dal Pentagono che si è rifiutato di bonificare basi e firmare accordi previsti per legge.
Falda acquifera: data la scarsa consistenza del terreno su cui si è scelto di costruire l’insediamento militare, risulterebbe necessario piantare migliaia di pali di consolidamento fino ad una profondità di venti metri. Questi, uniti al previsto tunnel della “tangenziale nord” che passerebbe sotto alla base militare (a circa 40 metri di profondità), creerebbero una barriera allo scorrimento dell’acqua che costituisce la preziosa falda acquifera che serve le zone di Vicenza, Padova e Rovigo. A nord della barriera la falda crescerebbe mentre a sud subirebbe un abbassamento.
Abitazioni e capannoni industriali: queste modificazioni della falda e del terreno porterebbero le costruzioni ad abbassarsi da un lato e ad alzarsi dall’altro. Pochi millimetri possono essere sufficienti a provocare danni ingenti ad ogni tipo d’edificio.
Impunità: come insegna il Cermis, i reati commessi da soldati statunitensi, anche all’esterno delle basi, non sono soggetti alla giurisdizione italiana.
Sofferenza psichica: i casi di disagio sociale e mentale non si contano tra i reduci di guerra. Vicenza ha conosciuto prima di altre città la diffusione di droghe pesanti, proprio grazie ai reduci del Vietnam.
(fonte: No dal Molin)

La lista è lunga ed io l'ho addirittura accorciata un poco, per far risaltare le questioni, amio avviso, salienti, ma vale la pena provare a farsi quantomeno un'idea.
Su di una cosa non ho veramente nemmeno un singolo dubbio: come può un referendum essere antidemocratico? Che me frega dell'onore della nostra patria all'estero se i cittadini vogliono in altro modo? Di chi è l'Italia, di Costa, degli americani o degli italiani?
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E Berlusconi, dall'alto disse: Ahmadinejad, uguale ad Hitler

(fonte Ansa): "TEHERAN - L'Iran ha ufficialmente protestato con l'Italia per alcuni commenti del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha paragonato il presidente Mahmud Ahmadinejad ad Adolf Hitler durante un incontro il 16 settembre a Parigi con l'organizzazione ebraica Keren Hayesod, definendoli "non degni del popolo italiano e della sua ricca cultura"."

Quando Berlusconi, dall'alto, chiaramente stagliato contro la sua aureola guadagnata a Napoli, esprime con poche e sagge parole, indicando con il dito ammonitore, un giudizio, sappiamo che ha ragione.

Quello che mi chiedo è se tenga in considerazione di tutto ciò che le sue dichiarazioni possono creare. Che non sia un genio della politica estera si era visto qualche anno fa, quando ad interim prese in mano quasi tutto il governo, creando disastri su disastri, offendendo spesso e volentieri i parlamentari europei stessi, facendo corna, e quanto di più può fare un tizio paragonabile nei modi solo a Svicolone, il cartone animato. Solo che Svicolone mi stava simpatico.

Ora, il problema è: non è una cosa molto bella crearsi da soli dei problemi con un paese che è al centro di una guerra psicologica internazionale, che possiede enormi giacimenti di materie prime, il cui leader viene ostentato come un pazzo. Ahmadinejad, io almeno, non lo considero un pazzoide furioso, le sue dichiarazioni sono molto più caute e calme di quanto vi vogliano far credere. E' la classica "abilità" giornalistica di raccontare mezze frasi, tagliando quelle che non si addicono all'opinione dello scrittore. Lo potete tranquillamente capire leggendovi, se non lo avete fatto a suo tempo, l'intervista rilasciata a Roma che pubblicai quasi integralmente.


In ultimo, ma non per ultima come considerazione, sono parole di chiara matrice razzista. Dire che un uomo, eletto da un popolo nella sua totalità non è degno della cultura italiana, significa di fatto erigere un podio, una distanza tra due civiltà. E anche solo per questo, non posso che dire a tutti coloro che l'hanno votato: grazie. Mi aprite ogni giorno di più gli occhi sullo stato comatoso di questo sputo di paese.

(fonte Ansa): "La protesta del governo di Teheran è stata presentata al numero due dell'ambasciata italiana in Iran, Alessandro Monti, che è stato convocato presso il ministero degli Esteri di Teheran."
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sabato 20 settembre 2008

Corrida #4, quarto episodio

L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.

(leggi il capitolo 1, leggi il capitolo 2, leggi il capitolo 3)

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Niente, niente... dovreste vedermi mentre scrivo, ho lo sguardo psicopatico di chi ride un po' troppo. Forse sono i postumi della sbornia di ieri, forse l'autunno che arriva, finalmente, forse gli alti critici che ogni tanto si muovono dalle loro reggie per criticare uno smidollato come me. Mi fa ridere tutta questa preoccupazione di affossare chi cerca semplicemente di raccontare una storia.
Una storia, la mia, niente di più.

Stanotte, dopo tanto, complice il mio raccontare, ho sognato Rose. E proprio mentre stavo per attraversare senza degnare di molte parole quella vicenda, è rivissuta un'immagine, non un particolare di importanza incredibile, ma lo sapete benissimo, ci sono frammenti di cielo che a volte si stampano indelebili nella coscienza. E si annidano nella memoria, come a cercare riparo da qualsiasi contatto con l'esterno, come una larva, che aspetta tutta la sua lunga stagione prima di sbocciare. Una crisalide, fatta di cristallinee sensazioni, e di saliva.
Non è del primo bacio che parlo, quello, manco a dirlo, non si scorda mai, è uno dei tanti, ma di quelli che ardono di pienezza, di intensità, luccicano quasi di superiore comprensione. Un cantane dalla voce roca, davanti ad un caffè, nel tardo e afoso pomeriggio, mi disse che nelle canzoni si parla d'amore proprio perchè è il paradiso degli ultimi, di coloro che non hanno potere, ambizioni spropositate, delle persone semplici, umili.

Non ricordo bene il motivo, fatto sta che ero scontroso, vagamente depresso, affetto da quella insana sensazione che ti attanaglia di domenica e che nemmeno un cielo sfavillante riesce a farti scivolare di dosso. Ci frequentavamo ormai da qualche tempo, e come altri giorni, ce ne stavamo seduti lì, su quel muricciolo isolato che era il nostro riparo dal mondo, la nostra trincea. Rose si avvicinò e strinse le mie narici sul collo, in un abbraccio denso di odore, il suo. Le sue braccia si fecero quasi ardenti ed il suo calore invase tutto il mio corpo, partendo con piccoli zampilli dalla schiena, risalendo su per la china della mia pelle. Lentamente mi spinse a terra, sdraiato tra i ciuffi d'erba, a raccogliere i docili raggi di sole sul viso, e si posò delicatamente sopra di me. Non c'era spazio per la malizia, non parlava di sesso ed attrazione quel movimento, semplicemente era un incastro perfetto, come combaciano un corpo concavo ed uno convesso, due tessere allineate di un mosaico.

Tuttavia, non fu quella la volta che decretò la mia partenza. Accadde qualche mese dopo, erano state rotte le incertezze, i freni inibitori stavano crollando ad uno ad uno in veloce camminata di sentiero in discesa, e i nostri abbracci si facevano più densi, ispidi e forti. le sue mani sembravano voler scavalcare la mia pelle per arrivare a sondare la mia anima, ed i suoi capelli scomposti parlavano di una stagione a venire, di sensazioni nuove e fino ad allora sconosciute, di frutti da cogliere prima che l'albero li faccia cadere rovinosamente a terra.
Non ci fu bisogno di spiegazioni, accadde tutto spontaneamente. Nello stesso luogo di sempre, dove ci trovavamo, lo stesso muretto, lo stesso riparo, la stessa trincea. Eravamo nudi, protetti solamente da qualche telo cucito e rammendato dalle sue mani poco esperte, un improvvisato giaciglio accogliente e caldo. Fu lì che mi accorsi di quanto fosse tardi.
Non avevo l'orologio, nessuno lo portava al tempo, e non ho mai preso l'abitudine di farmi comandare da un paio di lancette che non sanno fare altro che girare. Solo che la cena doveva essere già in tavola da un pezzo, e mio padre, una volta tanto furibondo, aveva deciso di trovarmi e punirmi a dovere. La logica, credo, dovesse essere quella di sgridarmi per aver fatto tardi a cena, per poi mandarmi a letto a digiuno. Una sorta di contrappasso, dei migliori, di quelli che preferiva. Di mio padre, posso aggiungere, che non mi ha mai toccato, non mi ha mai tirato uno schiaffo, tuttavia vivevo un incubo insonne da contrappasso.
Mio padre, distante ma guardingo, sapeva bene dove venirmi a cercare, mi aveva visto spesso allontanarmi in quella direzione, ma in realtà non sapeva a quale visione sarebbe andato incontro.

E il tutto andò così. Eravamo nudi, coperti di quei pochi teli rammendati, e ad un certo punto sentii un brivido gelido salire sulla schiena; mi accorsi che al di là del muretto, al di là della trincea, due occhi sbalorditi mi guardavano.

Non sono più i tempi conservatori con qualche strascico vittoriano di allora, e temo di non essere comprensibile per i più. Fatto sta che essere colto in flagrante, così, all'aperto, ad appena qualche passo superata la maggiore età, non faceva di me un eroe che si gloria ad un bar.
Feci il ritorno a casa silenziosamente, confuso, sapendo che mio padre era adirato e che il contrappasso era lì che mi aspettava, appena al di là della soglia di casa, in un funambolico filo tra il pensiero di mio padre ed il giorno a venire, quando, dopo tutte le dovute considerazioni, si sarebbe pronunciato...




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venerdì 19 settembre 2008

Un eroe a caso

Un paese che ha bisogno di eroi è un paese allo sbando. Oppure un paese talmente intimorito ed intimidito da aver bisogno di qualcuno che mostri come sia ancora possibile credere in qualcosa.
Ci sono, in realtà, anche altri tipi di eroi, quelli quotidiani, e forse sono i miei preferiti.
Ne cito uno a caso, preso da una lettura, un eroe della porta accanto, non morto valorosamente, ma vigorosamente spinto avanti dalla forza della sua idea. Non meravigliatevi se non lo conoscete, nemmeno io lo conoscevo...ecco la storia di Ignaz Semmelweis, nato nel 1818, ostetrico...


"Ecco, e anche Ignaz Semmelweis, appunto, era convinto che i germi portassero le malattie. Quando andò a lavorare in un ospedale pediatrico di Vienna, rimase inorridito nello scoprire che una madre su dieci moriva di febbre puerperale. Si trattava di donne povere: quelle ricche partorivano ancora a casa. Semmelweis studiò le procedure dell'ospedale e cominciò a sospettare che fossero i medici stessi a provocare le infezioni alle pazienti. Notò che spesso passavano direttamente dall'autopsia dei cadaveri nell'obitorio alle visite nel reparto maternità. In via sperimentale, propose che i dottori si lavassero le mani prima di toccare le pazienti. Poteva mai esserci affronto peggiore? Come si permetteva di dare un consiglio simile a gente di estrazione sociale superiore? Semmelweis si rese conto che non era nessuno. Veniva da fuori, non aveva nè amici nè protettori fra i nobili austriaci. Ma le puerpere continuavano a morire, e Semmelweis, che non aveva le stesse nostre doti di diplomazia nei rapporti interpersonali, continuava a chiedere ai suoi colleghi di lavarsi le mani. E loro alla fine obbedirono, per beffa, per divertimento, per disprezzo. Quanto si saranno insaponati, strofinati a dovere e puliti sotto le unghie... E a quel punto le pazienti smisero di morire, pensate un po'! Smisero di morire. Semmelweis aveva salvato tutte quelle vite. Di conseguenza, si può dire che abbia salvato milioni di vite, fra cui, con ogni probabilità, la vostra e la mia. Che ringraziamento ricevette Semelweis dai più alti esponenti della sua professione nella società viennese (...)? Lo cacciarono dall'ospedale e dall'Austria stessa, a cui aveva reso un servizio tanto grande. Concluse la sua carriera in un ospedale di provincia in Ungheria. Fu lì che perse ogni speranza nell'umanità, e in se stesso. Un giorno, nella sala delle autopsie, prese la lama del bisturi con cui aveva appena sezionato un cadavere e se la piantò di proposito nel palmo della mano. Di lì a poco morì, come sapeva benissimo che sarebbe successo, di setticemia."
( K. Vonnegut, "Uomo senza patria", Minimun Fax)

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giovedì 18 settembre 2008

Corrida #3 terzo episodio

L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.


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L'Italia si faceva ogni giorno più calda, e non intendo di temperatura, ci si avvicinava alle leggi razziali, e mio padre decise per la seconda volta nella sua vita di sbattere forte le ali e spostarsi. Fu lo stesso giornale ad offrirgli la possibilità di mettersi al riparo, assieme a tutta la famiglia, chiedendogli di sostituire il suo collega a New York.
Fu per me un piccolo dramma abbandonare i miei coetanei, i miei amici, tutte le persone che in un modo o nell'altro mi avevano cresciuto. Per alcuni, con ritardo dovuto alla lontananza, ho pianto come un bambino, per le loro sorti, per il loro coraggio. D'altro canto avevamo avuto molti segnali che l'opera di mio padre, per un giornale di oltre mare, non era proprio cosa gradita, per cui accettai a malincuore e mi affidai alle braccia della nuova esperienza.

Gli Stati Uniti sono un buon posto dove crescere se sei a cavallo tra i sedici e i venti anni. E' l'età in cui non ci si prendono troppe responsabilità addosso, l'età in cui anche le sensazioni più gravi possono essere scaccaite dalla voglia di fare gruppo, da una qualsiasi cazzata fatta con gli amici. Tutto questo non valeva per me, almeno in partenza.
Io parlavo inglese puro, e per questo inizialmente venni emarginato, mi vedevano snob, credevano che sotto i miei ridicoli maglioncini così poco alla moda, battesse un cuore mezzo snob, mezzo fascista.

Abitavamo in una colonica spaziosa, che tutti erano sliti chiamare "la casa di Ash Tree Lane", e per una sorta di paradosso vi posso garantire che assomigliava molto a quella che tutti hanno potuto vedere in "The Navidson Record", solo che si trovava a New York, nella sua prima periferia. Ed inoltre, non ho mai visto nascere dal nulla corridoi in quella casa. Piuttosto, era come non sentirsi mai a casa, non si sarebbe mai potuto recitare con enfasi il motto "Home sweet home", tutto era freddo, dentro e fuori. La gente ci guardava come insospettita, come la novità, come se fossimo oggetti strani, in vetrina.

Quegli anni passarono in fretta, a forsa di croci giorno per giorno sul finto sughero di camera mia, finii per detestare quella rotta, quella decisione, pensavo non fosse possibile vivere negli Stati Uniti.
E tutto funzionò così, fino a quando conobbi Rose.

Rose era nera, di quei tratti scuri e sensibili, che sembrano nascondere l'anima a correnti troppo forti, tuttavia i suoi occhi dimostravano una forte e nobile sincerità. Non era aspra, semplicemente non sapeva assolutamente girare attorno alle cose. Mi aveva visto da tempo girottolare nel giardino di casa e per il quartiere (lei abitava a quattro passi da casa mia, ma io ero troppo preso a lottare contro il mondo per vederla), e fece in modo che il destino accomodasse i fatti per noi. Era caduta un po' di neve, la giusta quantità di fiocchi per ammantare tetti e strade, la medesima per far sembrare il mondo un altro posto, quasi vivibile. Io me ne stavo appena fuori dal cancello di casa, seduto per terra, incurante del culo completamente mezzo, a guardare i tetti delle case, starnutendo di quando in quando. Rose passò di lì, e non per caso, e a due passi da me fece finta di scivolare. Da galantuomo inglese che mai scorda le buone maniere, da piccolo cresciuto nei minuscoli borghi italiani, da uomo quasi maturo, il mio cuore si mosse per aiutare quella fanciulla indifesa. La aiutai a rialzarsi, e la prima cosa che fece fu ridere dagli angoli acuti delle sue labbra carnose. I suoi occhi parlarono per lei ed io credo di essere passato dalla faccia dell'uomo maturo, ruvido e preoccupato, a quella che il mio amico Felipe ha sempre definito "faccia a pesce bollito". Avete in mente il pesce bollito?! Ecco, pensatene gli occhi. Dovevo avere proprio quelli...


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mercoledì 17 settembre 2008

E viene la volta di Fini


Nel mio penultimo post, chiedevo al ministro Brunetta di inserire nel suo programma di lotta all'assenteismo una proposta riguardante i parlamentari stessi. Non si trattava di un lavoro complicato: semplicemente la richiesta consisteva nell'inserire nelle pagine già operative per ogni singolo parlamentare i dati riguardanti le presenze o le assenze in parlamento (cosa che non dovrebbe essere difficile, visto che tali pagine già presentano i vari interventi e dichiarazioni di voto).
Non mi aspettavo certo una risposta celere, da giorno dopo, ma ho deciso di non perdere tempo e di inviare la medesima richiesta al presidente della Camera Gianfranco Fini.

Come per lo scorso post, per chi volesse partecipare ed aggregarsi all'invio della mail, ecco il link della pagina da cui è possibile scrivere:

http://presidente16.camera.it/servizio/30/mail.asp


E, sempre come nello scorso post, per chi non avesse voglia di creare un testo sul momento, ecco il testo, quasi identico, che io stesso ho inviato:

"Gentilissimo Presidente della Camera Gianfranco Fini, le scrivo in merito ad una proposta, che più che proposta altro non è che una richiesta di trasparenza totale. Il ministro dell'attuale governo, Brunetta, è stato il primo ad aver denunciato con forza l'assenteismo e il "non lavoro" nel settore del pubblico, e a tale merito, senza addentrarmi all'interno della sua "battaglia", mi è risultato consequienziale chiedermi e chiederLe: è possibile mettere a disposizione dei cittadini i dati di presenza/assenteismo dei parlamentari stessi? Altro non è, questa, che una volontà simile a quella del ministro, al quale peraltro ho già scritto, la stessa che sogna un settore pubblico in forze, rinvigorito e produttivo. L'operazione non dovrebbe essere difficile, visto che in rete già è disponibile una pagina per ogni deputato/senatore, con tanto di testi degli interventi e modalità di voto (quando non segreto). Quello che le chiedo è di far provvedere a fare aggiungere alla pagina una postilla che segni il numero delle presenze o delle assenze. La ringrazio per l'attenzione, Riccardo Tronci"
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Corrida #2


L'unico racconto pubblicato a puntate sulla rete che è un po' come la vita: si sa quando e come inizia, ma non si sa mai bene dove vada a finire.

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Alexander Lee, Alex per gli amici, fin da quando muovevo i primissimi passi, fin dalla prima volta che qualcuno mi ha chiamato. Dicono che anche la donna che accudì mia madre in casa durante il parto mi chiamò Alex, senza un minimo tentennamento.
Sono di padre e madre inglesi, totalmente europeo ed isolano, di matrice e stampo fumosa ed aristocratica come un qualsiasi uomo proveniente dalla media borghesia londinese. In realtà, tuttavia, sono italiano.
Mio padre era giornalista, e spirito libero, cose che se scrivi di politica interna od estera suonano anche bene, ma Paul, sì, mio padre, scriveva di economia. Trattava di azioni, libero mercato e tutte quelle scartoffie che la gente ama agitare urlando nelle ampie sale delle borse del mondo. Trattava di titoli, avrebbe anche saputo come e quando investire, ma non lo fece mai, mi piace credere, perchè aveva un innato senso dell'accontentarsi, dello stare bene con quello che aveva.
Che fosse uno spirito libero lo dimostrò la sua scelta, quella di abbandonare la nave dell'economia, per buttarsi in un mare a lui quasi oscuro, profondissimo per uno che di immersioni non ne aveva mai fatte: si licenziò su due piedi, così, senza preavviso, prese contatti con un altro giornale, minore (credo si chiamasse "In these times") e chiese di poter scrivere di politica estera, ma da corrispondente. E ci trasferimmo in Italia.

Devo, a tutti i costi, dedicare due righe, melense, forse, alla decisione di mio padre. Non è comprensibile ai molti, come non lo era a me stesso piccolo, quando gli chiedevo spiegazioni, come fosse possibile lasciare tutto in un secondo: posto fisso, stipendio ottimo, auto, casa, amici, parenti etc.
Lui mi guardava per alcuni istanti, dritto negli occhi con aria molto seria, come fanno i grandi quando si prendono il tempo di scegliere le parole ad una ad una per spiegare qualcosa di importante ad un bambino. Poi alzava lo sguardo, come se non fissasse il niente, se non il vuoto, concentrando tutto se stesso sulle parole, iniziando a scandirle ad una ad una, mimandole con i gesti accennati, dimostrando di poter vedere molto più in là dei due fondi di bottiglia che aveva davanti agli occhi:

Vedi, Alex, certe volte l'uomo è come un ragno, senza saperlo. E contemporaneamente è libellula. La libellula vola, sbatte forte le ali, il movimento è la sua vita, per tutta la durata del giorno altro non vuole che vivere, senza posarsi. La libellula è ignara, prende parte alla vita gioiosamente, senza chiedersi alcun eprchè, senza interrompere il suo frenetico battere di ali. E non sa che da qualche parte c'è un ragno, che sta tessendo una ragnatela fitta fitta, splendente, bellissima, in cui la libellula non potrà fare altro che inciampare.

Sembrava una storia, e per questo da piccolo mi piaceva. Non posso affermare che ne capissi il senso, non posso sostenere di aver compreso in tempo che mio padre era riuscito a liberarsi della ragnatela, ed aveva deciso di sbattere le ali ancora più forte, andando a cacciarsi da un'altra parte, forse scelta a caso, forse ponderata attentamente, non saprei.

Sono nato in Italia, quindi. Nella stessa Italia del ventennio, che apriva la porta ai personaggi che tutto avrebbero fatto per la gloria, nella stessa che voleva le colonie e che si sarebbe macchiata di delitti tremendi.
Ci sono rimasto, in Italia, per molti anni, tutti quelli della mia infanzia ed adolescenza, andandomene in tempo per non capire cosa potesse essere combattere e sopravvivere ad una guerra mondiale. E forse è proprio per questo che non ho un cattivo ricordo della penisola, della terra che mi ha cresciuto, e forse per questo che personalmente nons erbo rancore al fascismo. Da adulto, da lettore di storia, da persona che si crede colta, attacco alla mia giacca una metaforica medaglia di antifascista puro. Ma i ricordi, che ci volete fare, forse per lo stesso motivo che dicevo, ovvero il fatto che la memoria è cosa ben strana, non sono cattivi.

Uno dei più lontani, ma non il più lontano in assoluto, veicolato in questi giorni da una foto ritrovata, tenuta nascosta da chissà chi e perchè per tutto questo tempo, è della mia divisa da balilla. Pensate. Divisa, moschettone e fierezza che scorreva al posto del sangue, dai piedi fino alla testa. Portamento rigido, da bimbo sano, in perfetta salute.
E ritrovandola, riguardandola, ho avuto i brividi sulla schiena, di pena e di piacere, una strana commistione delle due sensazioni, che non riesco a spiegare. Ma quanto peso potrete mai dare alla foto di un bambino...





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Chi dorme piglia pesci


Ma chi l'ha detto che è il mattino ad avere l'oro in bocca? Chi ha mai osato dire che chi dorme non piglia pesci? Questo tipo (lo riconoscete?), per dormire stravaccato come una vacca al pascolo, prende circa quindicimila euro mensili. Senza contare tutti i vari benefici di cui siete a conoscenza.

Bene, quindi, proviamo a fare un discorso logico, come se tutto potesse tornare, come se tutto, fino ad adesso, potesse avere la valenza di un qualsiasi senso.

Il sig. Brunetta, dall'alto della sua carica, non sto a discutere se meritata o meno, impone forti controlli sui dipendenti pubblici, dichiara battaglia all'assenteismo, dichiara battaglia alla non-produzione, decreta la fine del posto-pubblico-comodofarniente. Non ci vedrei granchè di sbagliato, almeno nella forma, nell'apparenza, ma non voglio addentrarmi nel merito della sua lotta donchisciottesca.

Voglio, piuttosto, fermarmi su di un'altra considerazione. Brunetta controlla noi, noi possiamo esigere di controllare loro. La trasparenza, visto che questo governo la sbandiera, è il minimo che si possa richiedere. Quindi, richiedo che sulla pagina on line della Camera dei Deputati, sia annoverata, politico per politico, ogni assenza, o se preferite, ogni presenza. Non dovrebbe essere un lavoro difficile, visto che su ogni pagina potrete facilmente trovare quali interventi hanno fatto, come hanno votato etc. Propongo una postilla alla fine: Tizio Caio ha 20 presenze.
Trasparenza, lotta all'impunito non-lavoro! Produzione, produzione! Produzione cribbio!


Bene, fino a prova contraria, siamo in democrazia, per cui la nostra parola dovrebbe (sempre meglio usare il condizionale) contare qualcosa. Prendete "carta e penna" e fate ciò che ho fatto io, scrivete a:
info@renatobrunetta.it

Per chi, dedito al nonlavoro forse, non avesse troppa voglia di sbattersi, ma fosse ugualmente concorde sull'ipotesi, ecco il testo stesso della mia mail, da copia-incollare ed inviare:

"Gentilissimo Ministro Brunetta, le scrivo due righe riguardo ad una proposta, che più che proposta altro non è che una richiesta di trasparenza totale. Lei è il primo ad aver denunciato con forza l'assenteismo e il "non lavoro" nel settore del lavoro pubblico, e a tale merito, senza addentrarmi all'interno della sua "battaglia", mi è risultato consequienziale chiedermi e chiederle: è possibile mettere a disposizione dei cittadini i dati di presenza/assenteismo dei parlamentari stessi? Altro non è, questa, che una volontà simile alla sua, la stessa che sogna un settore pubblico in forze, rinvigorito e produttivo. L'operazione non dovrebbe essere difficile, visto che in rete già è disponibile una pagina per ogni deputato/senatore, con tanto di testi degli interventi e modalità di voto (quando non segreto). Quello che le chiedo è di far provvedere a fare aggiungere alla pagina una postilla che segni il numero delle presenze o delle assenze. La ringrazio per l'attenzione, Riccardo Tronci"


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