mercoledì 30 luglio 2008

Havana cultura


Non mi sono imbattuto per caso sul sito Havana Cultura, devo dirlo. Sono stato invitato da Buzz Paradise a visionarlo e recensirlo.
Ebbene, direte, non sono solito farlo, non ho quasi mai presentato recensioni o cose del genere, anche se spesso ho parlato di Cuba.
Quindi vi devo una spiegazione, quanto meno.

Cuba è nell'immmaginario collettivo, almeno in quello italiano, ferma a Fidel Castro, Cuba significa Hemingway e Che Guevara, significa storia e rivoluzione, comunismo, ma c'è dell'altro.
Una nicchia iniziale ha cominciato, durante il periodo especial a guardare anche alle altre culture, specie nel campo musicale, stancandosi, del solito, ma bellissimo "son", una generazione convinta che ci si dovesse esprimere con un linguaggio al pari del tempo. Iniziativa non gradita, almeno all'inizio, motivo per cui alcuni si dovettero civilmente confrontare con raccolte firme ed incontri con responsabili locali. Poi la svolta, le stesse autorità capirono quanto di nuovo ci possa essere in un rap o in un metal targato cubano: ha altre influenze, altri obiettivi, altre sonorità.


E' questa Cuba che ci presenta Havana Cultura, partendo dagli artisti stessi, ognuno con una sua intervista, un servizio (che solo a vederli mi viene la nostalgia...).
Troviamo, ad esempio, Kumar, di ventitrè anni, non molto celebre da questa parte del mare, ma quotato nell'isola. Talentuoso sicuramente, specie se visto all'interno di tutte le contaminazioni che il suo rap propone. Oppure Rene Pena, fotografo, (in apice una sua foto) visionario dei dettagli, studioso della gente e del rapporto tra individuo e società.

Havana Cultura propone tutto questo, uno sguardo, dettagliato, su questa giovane generazione, sulla colonna vertebrale della nuova avanguardia cubana, lì pronta ad insegnarci che mai la cultura ristagna.

Buona visione...
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La pietra angolare

Fatto lo schizzo.
Tracciato il perimetro.
Deposta la pietra angolare.
Inizia la costruzione.



Cercando di svincolarmi un poco da tutte le elucubrazioni teoriche che mi hanno fino adesso accompagnato nel dialogo con Rossaura ed altri, cerco di venire al dunque, come da lei chiesto, di iniziare a scovare qualche via di uscita, qualche modo per iniziare la costruzione; cerco la pietra angolare.

Che non è la pietra su cui si grigliano le verdure, e per carità, vengono buonissime, e nemmeno uno dei monoliti di Stonehenge, è semplicemente la prima pietra messa ad inizio costruzione, disegnando un angolo per sviluppare il progetto. Di solito veniva posata con tanti clamori ed applausi, io mi accontento di questo piccolo ed afoso silenzio estivo.

Ciò che a mio umilissimo avviso è da raggiungere, come primi presupposti almeno, è riassumibile in due punti:

1) partecipazione
2) aumento delle quote rosa


L'ambito in cui intendo convincervi a lavorare è quello cittadino, quella della nostra stessa dimensione. Pensare in grande non significa per forza partire dal grande: mutare le premesse cittadine equivale a spostare leggermente il baricentro della democrazia, insegnando la consapevolezza, la responsabilità, la civiltà. Conoscere i propri diritti ed i propri doveri è il punto di partenza per un cambiamento, che possiamo pensare anche a lungo termine, come un progetto di futuro migliore.

Quindi: lavorare perchè nella propria città vi sia una diversa visione delle cose, partendo da un impegno comune, del sindaco e della giunta, vincolati da un documento di richiesta firmato dalla popolazione, assieme all'impegno delle persone.

Mi spiego meglio: mi piacerebbe creare in rete un confronto aperto e continuo al fine di stilare due documenti da proporre unitariamente alle città: uno sulla partecipazione, uno sull'estensione delle quote rosa.

Partendo dalla partecipazione, possiamo valutare l'impianto organizzato, e funzionante da anni, a Grottammare (leggete qui se non avete mai letto niente a riguardo), magari discutendolo, per renderlo accessibile a città più piccole o più grandi. Riproverò, comunque, a farmi mandare dalla giunta di Grottammare la loro stessa documentazione e statuto a riguardo.
Per quanto riguarda le quote rosa, dobbiamo valutarne la presenza all'interno di ogni giunta, e capire se il numero di donne presenti sia esiguo o giusto.
Ad esempio, a Pistoia, comprendendo lo stesso sindaco, abbiamo su un totale di quaranta partecipanti, appena otto donne, ovvero un quinto preciso. L'unica cosa che si legge a riguardo è tutta nell'articolo 17:

"Articolo 17
Pari opportunità
1. Il Consiglio comunale istituisce e disciplina una commissione comunale per le pari opportunità, definendone,in attuazione ed in conformità delle disposizioni della legge e del presente Statuto, composizione, poteri e strumentioperativi."

E' un po' poco.
Un punto in cui mettere una pietra angolare per cercare di costruire, appunto.

Vi invito a discutere di questa idea, a partecipare, appunto, chissà che insieme non sia davvero possibile buttare giù un documento e partire a raccogliere le firme...
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martedì 29 luglio 2008

Consiglio di Stato: "I cittadini non contano, che i politici facciano ciò che vogliono"



E' più o meno in sordina quello che è stato detto quest'oggi dal Consiglio di Stato riguardo all'ampliamento della base militare Usa a Vicenza. In pratica si ribalta la sentenza del Tar che aveva dato completamente ragione all'opposizione dei No Dal Molin, si sbeffeggia l'elezione di un sindaco che come punto programmatico ha avuto l'accordo con i No dal Molin contro la base ed il suo ampliamento.
"Il via libera all' ampliamento della base militare Usa di Vicenza non puo' dipendere dall' esito della consultazione della popolazione interessata" (fonte Ansa)

Lo Stato, come al solito, è quello che alle partitelle di calcio porta il pallone, e senza di lui non si gioca, o batte i piedini per terra fino a farsi male. Ha ragione lui. Sempre e solo lui.

Ma chi l'ha detto?
La nostra Carta Costituzionale dice esattamente il contrario, affermando al suo primissimo articolo:
"La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione."

E' probabile che la questione di Vicenza rientri nei così detti "limiti", e che non appartenga alla decisione popolare. Il fatto è, a mio umilissimo avviso, che la questione dell'ampliamento di una base già esistente, straniera per altro, non è come varare una finanziaria, in tale materia non tutti i cittadini potrebbero essere competenti. Su questa decisione, invece, credo che un qualsiasi cittadino possa appellarsi al disturbo che arrecherebbe l'ampliamento, a livello di panorama, di verde, di inquinamento acustico (se la vogliamo mettere solo ed esclusivamente sul piano cittadino). Se andiamo oltre, ogni italiano contrario alla guerra, alla sudditanza politica che la nazione mostra da sempre con gli Usa, contrario a che da questa penisola partano eventuali attacchi con il Medio Oriente, potrebbe valutare la questione, soppesarla e decidere.
Ci riguarda, che lo vogliano o meno.

Un aereo che svolazza libero sopra la mia terra con la bandiera a stelle e striscie, e magari vola basso come sul Cermis, è una cosa che mi riguarda.
Una moltitudine di aerei che partono dal mio paese per andare a bombardarne un altro è cosa che mi riguarda.
L'accordo firmato prima da Berlusconi e poi da Prodi sull'ampliamento della base e sull'acquisto dei cento caccia bombardieri, per una cifra mirabolante, visto che ne pago le spese, mi riguarda.
L'inquinamento ambientale, acustico, di panorama è cosa che riguarda tutti i vicentini e limitrofi.

Leggo da un comunicato dei No dal Molin a proposito: "Le reazioni. Immediata la replica del presidio permanente che si oppone al raddoppio della base americana: "I cittadini di Vicenza continueranno nella loro opposizione alla base, vedremo se gli Usa si assumeranno la responsabilità di imporcela comunque", dice la leader del presidio Cinzia Bottene. Bottene, che è anche consigliera comunale, precisa che il comitato era "preparato ad una decisione del genere", che "non cambia la sostanza delle cose"


Il presidio, nei giorni scorsi, era stato smontato, per far cadere l'ordinanza di smantellamento del vecchio sindaco. Alcuni avevano gioito, altri disperato, ed invece, eccolo lì, stanno rimontando tutto, cercando di renderlo più funzionale ed organizzato:
"Ora si torna a montare, con l'obiettivo di migliorare ancora la casa dei tanti vicentini che si battono contro la realizzazione della nuova installazione militare al Dal Molin. In un giorno sono andati su i tendoni, ora toccherà alle pavimentazioni e poi alla riorganizzazione degli spazi. E tanti sono i vicentini che, passando lungo la strada, si fermano a salutare o, semplicemente, suonano il clacson della propria automobile per testimoniare condivisione."

Una sola parola per il gruppo dei No Dal Molin: vi stimo davvero.
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domenica 27 luglio 2008

Orgoglio e pregiudizio


brevissimo racconto ispirato da aspirare

Io sono quello che ogni mattina si alza presto per andare a lavorare, prende la macchina e si fa qualche chilometro tra smog panico noia ansia stress e radio preferite.
Io sono quello che al semaforo, anche se fuori sono quaranta gradi, alza il finestrino e gira lo sguardo per non vedere la mano che chiede.
Io sono quello che non si sente un granchè italiano, che brucerebbe i terroni, incapaci di fare nulla, nemmeno di ricostruirsi le case, così schiavi del loro malcostume da costruire case anche su per il buco del culo dei vulcani.
Io sono quello che se davanti alla mia porta di casa, del mio condominio in periferia, con l'esselunga sotto casa, sono quello che se davanti alla porta di casa mia viene a stare un terrone, gli mando la municipale a casa per schiamazzi un giorno sì e uno no.
Io sono quello che se davanti a casa mia, nello stesso pianerottolo, del mio condominio in periferia, con l'esselunga sotto casa, sono quello che se davanti a casa mia viene a stare un islamico, vendo tutto prima che il prezzo scenda e che il tanfo di spezie raggiunga la mia camera da letto.
Io sono quello che nemmeno ci pensa a cosa sia l'Italia, ma la tifa ogni volta che gioca in campo undici contro undici dietro a un pallone, e in quella occasione si tinge la faccia ed espone il tricolore.
Io Sono quello che non parla mai bene dell'Italia, ma che appena ne parla male qualcun'altro, tira fuori Michelangelo e Leonardo.
Io sono quello che votavfa sempre verso il centrosinistra, per abitudine e perchè da giovane dicevo di essere comunista, magari perchè non ho un grande stipendio, ma che adesso vota Lega perchè di tutti questi islamici non se ne può più.
Io non sono quello che appicca il fuoco al campo nomadi, ma che saputolo alla televisione, se non sorride, si ilmita a constatare il fatto con un "finalmente".
Io sono quello che di ritorno dal lavoro guardo le veline e sogno una moglie diversa da quella che ho.
Io sono quello che "il gabibbo deve essere fortunato a stare in mezzo a quelle due"
Io sono quello che perde inutili ore a parlare di quanto il tempo sia cambiato.
Io sono quello che suona il clacson appena la fila si ferma, anche se c'è un incidente davanti ai miei occhi.
Io sono quello che "i politici sono tutti corrotti, votarne uno o l'altro non cambia" e che "tanto non cambia mai nulla". Sono quello che prendere le impronte ai Rom è giusto, perchè non mandano i bambini a scuola e mi fanno le fatture dietro perchè non gli lascio mai un soldo.
Io sono quello che "l'italiano è acculturato, perchè in Italia c'è stato il rinascimento".
Io sono quello che "come si sta in Italia non esiste pari al mondo"
Io sono quello che si sente normale, che i finocchi fanno schifo, ma che intanto scarica sul pc filmati di donne lesbiche.
Io sono quello orgoglioso di se stesso, che non si analizza mai, ma che dentro ha una voglia di sbottare che muore.

P.s. e potrei continuare all'infinito, l'importante è che non pensiate che "io" sia io, cioè Riciard, veramente...
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Nichi Vendola: "La destra è una gigantesca fabbrica di paure"

Nichi Vendola esce, anche se per molto poco, sconfitto dal congresso di Rifondazione Comunista, accumulando circa il 47% dei consensi, porgendo però la mano a Paolo Ferrero, non cercando di comporre altre correnti o scismi, ma cercando la via dell'unione, o come lui stesso ha detto, della Rifondazione.
Lascia il congresso con un discorso intenso, bellissimo. Da molto tempo non vedevo un uomo politico serio, attento, infervorato, pieno delle idee di cui parla: era molto tempo che sui palchi vedevo solo "accademici della chiacchera".
Sul suo blog personale potrete vedere il filmato, ed ascoltare il suo intervento, cliccando qui.

Io mi limito a riportare per intero il suo intervento.
Buona lettura o visione...



"Siamo qui, insieme, segnati da tante nostre stanchezze, bisognosi di misurare tutta la lunghezza della nostra sconfitta, ma anche sfibrati dalla pesantezza delle nostre divisioni. Ma qui, insieme, nelle forme che la razionalità politica saprà suggerire, dobbiamo ritrovare il bandolo di quella matassa che si è ingarbugliata: disarmando le parole che hanno acceso l’odio e spento la politica, riannodando i fili spezzati delle relazioni personali, non occultando le diversità (di cultura e di strategia) ma esercitando coerenza rispetto all’idea che le diversità non sono una minaccia ma una ricchezza. Appunto, imparando a conoscerci piuttosto che a prenderci reciprocamente le impronte digitali, imparando a confrontarci tra noi non col metro delle nostre biografie e delle nostre pregresse appartenenze, bensì col gusto di metterci in gioco, di far vivere le sensibilità come preziosi punti di connessione con interessi e protagonisti sociali, di scambiarci esperienze ed idee: altrimenti anche la nostra democrazia interna sarà una saga di anime morte, non allargamento e arricchimento, non capire di più e sentire di più e raccontare di più, ma semplicemente contarsi, separarsi, mummificarsi in un correntismo che ci chiude in noi stessi e nelle nostre fissità. Non sto invocando il galateo né ponendo una pura questione metodologica: le forme della nostra convivenza dicono per intero la cifra della nostra cultura politica, ovvero della nostra capacità di attraversare il deserto della sconfitta, non per cercare un riparo, un’oasi ideologica o un bunker burocratico, ma per ritrovare un orizzonte di speranza per rimettere a punto una mappa e ridarci un orientamento, perché la nostra offerta di politica possa incrociare una diffusa domanda di senso.
Non abbiamo perso solo noi, non abbiamo perso solo le elezioni. Abbiamo perso molto di più: un intero abbecedario civile, un universo di simboli e valori, persino una certa cognizione generale di ciò che è giusto e di ciò che è ingiusto. Abbiamo perso la sfida del Novecento: quella contesa di classe e di civiltà che ha trasmutato il lavoro da merce povera e sporca, da compravendita di braccia, da dimensione biologica e privata, in epopea di ribellione e dignità, in dimensione sociale e narrazione corale, in emersione di un popolo che perdeva le fattezze opache della plebe e assumeva il volto nitido del moderno proletariato delle campagne e delle città. Il lavoro, fondamento costituzionale della democrazia repubblicana, pietra angolare di un duraturo e contrastato processo di incivilimento, oggi sembra regredito a quel fangoso punto di partenza: mercificato, alienato, parcellizzato, spogliato di legami sociali, , sempre più povero di tutele, nemmeno più raccontato o rappresentato se non nelle sequenze mortuarie delle cronache degli incidenti. La solitudine operaia è il prodotto finale di questa scientifica frantumazione dei corpi sociali che crepano di liberismo, di precarietà, di concertazioni che concertano la resa, di corporativismo che hanno progressivamente spoliticizzato le questioni del salario, dell’orario, persino della disoccupazione. E’ la solitudine di chi trova più consolazione nella cocaina che non nel sindacato. I contratti atipici sono la tipicità del lavoro intermediato da un caporalato arcaico e ipermoderno, di borgata e planetario. La precarietà è il racconto generale del lavoro senza classe. E rimbalza dal recinto produttivo fin dentro ogni interstizio della vita, di quella nuda vita che galleggia nella società liquida, di quella vita subordinata e serializzata, magari di quella vita migrante che precipita fuori di metafora e nella società liquida letteralmente affoga. Solo il mercato è solido, è l’unica terra, l’unico orizzonte, l’unica neo-socialità che residua nel tempo dell’individualismo proprietario: individui proprietari forse di null’altro che di pulsioni al consumo. Se non posseggono niente sarà colpa delle mani agili di un fanciullo rom o sinti o extra comunitario o extra terrestre: tagliare quelle mani, ammanettarle, manipolarle, manometterle, sarà la fantasia punitiva e l’ideologia vendicativa da offrire alla platea vastissima dei proprietari senza proprietà e dei ceti mediocri. Il capro espiatorio è una dura incombenza sociale, lo individui e lo bracchi e lo sacrifichi a qualche dio non per sadismo spirituale ma per necessità economica: indicare un nemico rinsalda il senso di appartenenza alla propria comunità, consente di trovare un colpevole delle inquietudini collettive, nelle stagioni di crisi e recessione sposta il tiro del disagio proletario su bersagli sottoproletari. La guerra tra poveri torna come idea di governo della transizione: ma è ovviamente un governo di guerra, una epifania di ombre premoderne che ottenebrano il diritto e limitano i diritti mentre le garanzie di libertà perdono il proprio respiro universalistico e diventano volgari guarentigie per l’establishment.I ricchi e potenti invocano l’habeas corpus e non tollerano che le loro voci siamo intercettate, mentre per i poveri e per gli irregolari vale la dura lex che alla pena del vivere aggiunge pene supplementari, pene grondanti pedagogie autoritarie, pene senza delitto, castighi senza colpa: per punire i poveri e perpetuare la povertà per punire i disobbedienti ed eternizzare l’obbedienza. Se la precarizzazione della società alimenta un crescente dolore sociale, la risposta del potere sarà una produzione seriale di paure. La destra è una gigantesca fabbrica di paure. E dunque più precarietà comporterà più repressione, il mercatismo sarà accompagnato dal sorvegliare e punire di quella deriva securitaria che è già scritta dentro la nostra attualità politica. E la Chiesa ratzingeriana spaventata dai ritmi violenti della secolarizzazione, si ergerà a sua volta come magistero della paura: paura dei desideri, paura della soggettività femminile, paura della libertà. E la sua gerarchia si sentirà protetta dagli imprenditori politici del ciclo della paura che la ricambieranno appaltandole il privato sociale, anzi la privatizzazione confessionale del sociale. Quanto lontane suonano le parole della “Gaudium et spes” e che cesura radicale dalla temperie di quel cattolicesimo conciliare che si apriva alla storia e progettava una Chiesa compagna del mondo.
Nel mappamondo della precarietà scompaiono modi secolari di produzione di socialità: la città si spezza in cumuli di periferie, anzi si generalizza la forma di periferia che storicamente rappresenta la sintesi mirabile dell’alleanza tra rendita fondiaria e speculazione edilizia; si vive in non-luoghi; si struttura una condizione di nomadismo coatto, il mito delle radici è la sublimazione retorica di uno sradicamento senza precedenti. Le comunità si aggrappano ai territori, mere astrazioni geografiche assumono la dimensione di piccole patrie, un microcosmo di terra e sangue offre surrogati di identità e persino alfabeti politici. In questi spazi volatili, in questi tempi senza memoria e senza futuro, le generazioni faticano a raccontarsi e a scambiarsi storie e sentimenti: i vecchi vengono delocalizzati come esuberi dell’economia domestica, i bimbi con i crediti e i debiti scolastici vengono ammaestrati al mercato e alla competitività, l’educazione permanente della gioventù è affidata alle veline e ai velinari. Su questo piano inclinato è scivolata la sinistra. I nostri riferimenti sociali non ci hanno più capito: loro perdevano reddito e certo non guadagnavano in servizi, e poi perdevano in previdenza e poi perdevano in Welfare, alla fine hanno perso anche la pazienza e si sono congedati da noi, dal liberismo temperato del centro-sinistra ma anche dalle intemperanze improduttive della sinistra radicale. Tra il governo Prodi e il Paese reale vi è stato un terribile cortocircuito di intelligenza sociale e di efficacia politica. E al vuoto che si andava formando a sinistra noi abbiamo opposto - bisogna dirlo anche se è facile dirlo con il senno di poi - non una grande costruzione corale, una disseminazione di cantieri, una rete di pratiche sociali e la incubazione nell’immaginario collettivo di un’idea, di un programma, di un sogno: no, abbiamo opposto la precaria convivenza di apparati e infine un cartello elettorale. Quella sinistra arcobaleno affogata nel diluvio di aprile. Mentre il Pd consumava tutte le sue eredità nella velleità di un’autosufficienza che in realtà indicava il compimento dell’esodo dalla storia del movimento operaio e il congedo (da destra) delle culture politiche novecentesche. E quindi non solo la destra ha vinto, ma noi abbiamo perso. La destra ha prima convinto e poi vinto, e non solo nelle urne, ma nei sogni e negli incubi dell’opinione pubblica: ha vinto contro le tasse e contro la casta e contro gli zingari e contro i trans, ha vinto contro i fantasmi del pianerottolo e contro la monnezza del sottoscala. Ha vinto la lingua della destra, un impasto di plebeismo piccolo-borghese e di perbenismo clericale che sintonizzano le veline di Mediaset con l’industria del sacro, l’Isola dei famosi con l’ampolla del Dio Po, le telefonate oniriche di Berlusconi con le piroette no-global di Tremonti. Questa destra gioca con disinvoltura estrema la partita dell’egemonia, costruisce parole e scenografie suggestive, “parla come mangia” e entra dritta nello stomaco popolare: ma le sue scelte di politica economica hanno il segno della ferocia classista, i salari e le pensioni languiranno a lungo nella foresta di Sherwood ma di Robin Hood non vi sarà traccia, i tagli alla spesa pubblica saranno una secca decurtazione di diritti e di servizi socio-sanitari. Benetton forse salverà Alitalia, ma il salvataggio al netto di migliaia di esuberi, lo pagherà con i rincari delle tariffe autostradali e il federalismo viene annunciato mentre il Sud viene saccheggiato di risorse finanziarie e persino delle prerogative di spesa dei fondi comunitari.
Questo è lo scandalo contro cui scendere in piazza e ricostruire un blocco sociale di opposizione: non c’è bisogno di volgarità per opporsi, c’è bisogno di politica. Di una politica centrata su una incandescente questione di disuguaglianza e di ingiustizia sociale. Le leggi ad personam sono oscene, ma non sono più oscene delle norme razziali. O della voglia di mutare le regole di ingaggio per i soldati italiani impegnati in Afghanistan. O del ritorno al business nucleare. O della cancellazione delle sanzioni alle imprese che violano le norme sulla sicurezza dei lavoratori. Bisogna costruire una vasta e ricca mobilitazione permanente, una opposizione plurale, civile e sociale, alle destre. È il primo compito di Rifondazione, anche nella contesa senza sconti e senza anatemi con il partito veltroniano, discutendo e costruendo luoghi comuni con le altre forze della sinistra di alternativa, predisponendosi alla battaglia elettorale per le amministrative del prossimo anno. E preparandosi a far vivere le pure imminenti elezioni europee non come un banale terreno di rivincita, ma come la prosecuzione della lotta della “sinistra europea” che deve raccogliere e capitalizzare il disagio continentale verso il modello di unificazione dettato dall’Europa delle tecnocrazie e delle banche. Bisogna tornare nella società, non fuggendo dalla politica, anzi criticando in radice qualunque sciagurata ipotesi di autonomia del sociale e di autonomia del politico. Il politicismo è una prigione. Ma l’esodo dalla politica è la rinuncia al cambiamento. Se non concordiamo su questo, a che vale citare i classici o celebrare Gramsci?
Un partito politico lo si può sciogliere in tanti modi. Per decisione soggettiva dei suoi gruppi dirigenti. Ma anche perché lo si lascia deperire, non lo si alimenta, non lo si ossigena. Io non voglio sciogliere il mio partito. Voglio che viva ma per vivere dev’essere sempre fedele al suo nome e dunque infedele ai richiami della nostalgia e dell’identitarismo: fedele al compito di rifondare. Se stesso, un’idea del mondo, una pratica della trasformazione. E di rifondare una grande sinistra di popolo. Vorrei un partito aperto, curioso, promotore di partecipazione, capace di ascolto, libero da quella boria che ci rende spesso accademici della chiacchiera. Vorrei in questo partito tenere vivo e costante il confronto sui pensieri lunghi, sugli orizzonti strategici, sapendo che il comunismo è un cammino impervio, che dovremmo imparare a seminare senza la fretta di guadagnare il raccolto, che dovremmo porre correttamente e con radicalità le domande a cui cerchiamo risposta: domande di senso, di qualità del vivere e anche del morire, di qualità del produrre e del consumare, domande sui nostri corpi sessuati e sulla grammatica degli amori, domande sui dilemmi della biopolitica e sulle ferite della biosfera, domande sulla violenza sublimata in potere e dal potere esercitata in regime di monopolio, disseminata attraverso i suoi apparati, perfino sacralizzata.
In ciò che vi ho detto vi è la proposta di una ricomposizione della nostra comunità politica. Vi è una ipotesi di governo del partito sulla base di una piattaforma programmatica. Per me, in questa fatica congressuale, non vi è null’altro che non sia tutto intero il senso della mia militanza e della mia vita."
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venerdì 25 luglio 2008

Berlusconi: "Io amo l'Italia, io volo Alitalia"

La base di partenza è sempre la stessa: prima la pubblicità, poi, forse, il prodotto. Me lo immagino già in tutte le reti Mediaset, bombardamento dello slogan, lanciato oggi dal cavaliere premier che lotta contro i mulini a vento:

"Io amo l'Italia, io volo Alitalia"



(fonte Ansa: "BERLUSCONI: ABBIAMO I CAPITALI PER ALITALIA
Berlusconi ha annunciato di avere "oggi pomeriggio una riunione con il ministro Tremonti e con altri". Per adesso, ha detto, "abbiamo due cose sicure: abbiamo i capitali necessari per la nuova Alitalia e abbiano lo slogan: 'Io amo l'Italia, io volo Alitalià". E' già, ha concluso, "una buona partenza".")

Lo slogan è la parte principale delle operazioni economiche, si sa. Delle operazioni di Grandibaff, quello che vende con i sospironi calendari dell'avvento e regala tartine alla ciliegia fatte di plastica in omaggio.

In compenso, vengo rassicurato in questa giornata calda d'estate, da altre due dichiarazioni:

(fonte Ansa) "Il Consiglio dei ministri ha approvato, su proposta del ministro dell'Interno Roberto Maroni, "l'estensione all'intero territorio nazionale della dichiarazione dello stato di emergenza per il persistente ed eccezionale afflusso di cittadini extracomunitari, al fine di potenziare le attività di contrasto e di gestione del fenomeno"

"NOI FACCIAMO VERE POLITICHE DI SINISTRA
"Con il libro sul welfare intendiamo aiutare le famiglie più deboli, perché vogliamo un'economia sociale di mercato. Una democrazia non può permettersi cittadini in condizioni di miseria. E' una politica decisamente di sinistra. Questo governo, che è di centro, liberale, con cattolici e riformisti, intende procedere con una politica che la sinistra promette solo a parole". Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi al termine del consiglio dei ministri."

E noi che credevamo che la sinistra fosse morta. E invece gioite! Siamo al governo!
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La fine degli ideali

I popoli sognano, si ribellano, creano nuove forme di autodeterminazione, che sfociano spesso e presto in ben altro.
I popoli mitizzano, vedono in uomini come loro, salnti da ascoltare, parole da seguire e mai da misurare.
Coltivano gli ideali, guardano al futuro fiduciosi.
Poi cadono i muri, si scoperchiano le pentole e si vede tutto il retrostante proscenio. La miseria, la fame, le immense code per il pane, la mancanza di possibilità. Un sogno che per indigestione si trasforma in incubo.


Forse è questa la spiegazione del semplicissimo fatto che oggi, 25 luglio, viene reso noto che una statua di Lenin diverrà campana. Proprio così:
(fonte Ansa: "MOSCA - Gli abitanti della città ucraina di Lutsk, nell'ovest del paese, hanno deciso di fondere una statua in bronzo di Lenin per farne campane per le due cattedrali locali, Santo spirito e Assunzione. Lo riferisce l'agenzia on line Newsru.com. Il monumento era stato già smontato 17 anni fa, ma la statua era rimasta in deposito. Sarà la locale fonderia Valinski a provvedere al 'nuovo look' del defunto padre dell'Unione Sovietica. ")


La cosa mi fa un poco tristezza, e non perchè io creda nel comunismo o sia così ingenuo per affermare l'assoluta e temeraria bontà del signor Vladimir. E' sicuramente una figura anomala, quasi incorruttibile, che non ha fatto uso e sperpero di beni come i suoi successori o simili. Diciamo che forse era l'unico, o uno dei pochi, a crederci davvero, nel comunismo. O nella sua teoria applicata al comunismo.

E forse è un bene.
Lasciarsi alle spalle, con la dovuta conoscenza storica, gli ideali e la storia stessa, può facilitare nella lettura del presente, vedendolo sì come filo logico collegato col passato, ma come fase da interpretare, per cui trovare nuove idee, nuovi sviluppi, nuovi punti di partenza, nuovi obiettivi e nuovo slancio.

Lenin sarà campana. Mai più ad indicare con la mano protesa il futuro, un futuro tutto umano e materialista, bensì ad incoraggiare la gente verso la religione, diffondendo a gran voce il suo tintinnare. Dante, se lo avesse messo nella sua Commedia, non avrebbe potuto inventare contrappasso migliore.
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mercoledì 23 luglio 2008

Struzzi



Non c'è termine migliore per definire questa compagine di cittadini che la parola: struzzo.
Passiamo la vita a delegare il potere ad altri, aspettiamo sperando che altri facciano qualcosa, sia quando si tratta di scelte personali che collettive; in poche parole facilmente nascondiamo la testa sotto la terra. Un po' per nasconderci alle nostre stesse responsabilità, un po' per la stessa fatica della scelta, del suo ponderare intrinseco.

Un tempo gli struzzi guardavano ai fascisti, poi agli alleati, poi ai comunisti, e così via, fino ad arrivare ai parlamentari di oggi, a cui chiediamo senza nemmeno sperare, passando per la compagnia teatrante dei comici a cui è stato affidato lo scettro della replica.

Citando l'ultimo libro di Gherardo Colombo, si può veramente pensare di ripartire da noi, da noi stessi, dai nostri comportamenti quotidiani. Smettendo di confondere la testa con la terra, magari alzandola per guardarsi in giro.
E' necessario riscoprire alcune virtù, bisogna ripartire da: "chiarezza, coerenza, impegno e partecipazione".


Il primo passo è sapere cosa vogliamo, come lo vogliamo ottenere, da noi come dagli altri. Chiarezza con noi stessi, senza vergogne o pudori, e a testa alta, ovvio.
Il secondo è quello forse più difficile, perchè parlare e riparlare è semplice, cosa da tutti e da tutti i giorni, cose da struzzi o galline al massimo. Ciarlare non ci si addice, ammettiamolo, e vediamo di seguire il nostro stesso esempio ed ideale, seguiamo noi stessi, noi per primi. E' stupido chiedere ad altri di fare qualcosa che noi non facciamo, non è più il tempo di stare zitti se qualcosa non torna, non è più il momento di sotterrare la testa. Non è proprio detto che l'obbedienza sia una virtù.
L'impegno e la partecipazione. Già seguire le nostre stesse idee, manifestarle, non sarebbe poco. Impegnarsi ogni giorno nelle nostre azioni, nelle nostre vite, seguendo l'etica comportamentale, magari provando a partecipare, è l'ultimo passo.
A testa alta, dissotterrata, coerenti con noi stessi.
Così si riparte.

Come diceva Franco, è un cammino, e molte anime si sono messe sul sentiero, e prima o poi ci incontreremo. Basta alzare la testa, a volte...
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martedì 22 luglio 2008

Mettete dei fiori nei vostri berlusconi


Andare in vacanza... ritrovarsi a settembre...

Il fitto dialogo di post con Rossaura, Franco e altri sembra smorzarsi, come leggo nel suo blog: "Se proprio devo scegliere preferisco il S.U.D"...

E' prassi: con l'avvicinarsi dei mondiali di calcio, o europei, con l'avvicinarsi delle vacanze o feste in genere, l'attenzione, mai desta, degli italiani va del tutto in vacanza...
Per fortuna, talvolta, anche i politici vanno al mare, che chiamarla vacanza dopo un anno passato a non fare nulla o quasi (quantomeno di buono), sarebbe troppo.

Sarà perchè in vacanza ci andrò e per poco, purtroppo, a settembre, sarà perchè non riesco a spegnere l'attenzione, sarà perchè non riesco proprio a fermarmi, ma di smettere di parlare non se ne parla proprio, almeno per me. E intendiamoci, non vuole essere una critica nè a Rossaura, nè a Franco o ad altri.

Un bel po' di tempo fa lessi un libro, memorabile, in cui ad un certo punto, una specie di maestro-filosofo diceva al suo discepolo che rideva per non piangere:
"quando c'è da piangere si piange, quando c'è da ridere si ride". Ecco, io non riesco a vedere rosa e fiori se non lo è, non riesco a mettere un fiore nel mio berluscone.

Non si chiameranno Franco, e nemmeno Rossaura, ma la massa degli italiani, invece, desidera prendersi una pausa. Dal lavoro che odia, dalla stressante vita di città, dalla vita in genere. E non che le ferie non debbano riconciliare con la vita, nonc he non si debba sentire la stanchezza, ma non si può chiedere di vivere 340 giorni l'anno aspettando gli altri 25.
Riprendiamoci la vita, voglio dire, dopotutto è nostra.
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Pinocchio: i magistrati sono comunisti, per questo ce l'hanno con me


(fonte Ansa): "L'affermazione - pubblicata, nell'intervista di Giuseppe D'Avanzo al sig. Tavaroli secondo cui non meglio precisate tangenti sarebbero "approdate a Londra nel conto dell'Oak Fund a cui erano interessati i fratelli Magnoni e dove avevano la firma Nicola Rossi e Piero Fassino" - é una pura falsità, inventata di sana pianta". "Non conosco i fratelli Magnoni. Non ho mai avuto firme su conti esteri né a Londra, né altrove. Non so neanche cosa sia l'Oak Fund. Per queste ragioni - spiega Fassino - ho immediatamente dato mandato ai miei legali di tutelarmi". "Trovo inconcepibile - continua - che La Repubblica pubblichi, e per di più richiamandola con titoli di prima e seconda pagina e mia fotografia, una notizia del tutto falsa".



In pratica, Piero Fassino coinvolto nuovamente nella materia "tangenti". Che niente ha a che fare con la matematica e le bisettrici. E come al solito, ci risiamo, tutti a difendere, tutti garantisti.

Ora, io non so, non posso dire se Fassino sia colpevole o meno, quello che mi indigna sono gli scudi levati a 360 gradi in parlamento non appena un politico venga accusato. Anche uno di ben noto poco spessore. Veltroni per primo e poi tutti gli altri, dal Pd al Pdl... Il fatto è: o eliminate tutti i magistrati in carica, adducendo la motivazione che sono tutti totalmente incompetenti e che ogni tanto per puro divertimento fanno qualche sparata grossa, oppure dovete lasciare che facciano il proprio lavoro...

P.S. se qualcuno si chiede il perchè di quel titolo, è che Fassino mi ha sempre ricordato Pinocchio: smunto e con tanta voglia di parlare a vanvera. Come qualche anno fa, alla festa dell'Unità di Firenze, quando dopo una sua affermazione contro gli studenti a priori, che non hanno voglia di sutdiare, Santoro lo riprese un paio di volte. Oppure ai tempi del social forum di Firenze, in cui, a distanza di ventiquattro ore disse, prima: "Distruggeranno Firenze" e poi:"Tutto è andato bene per merito mio". E poi, d'altro canto, ho sempre visto bene D'Alema e Veltroni come Gatto e Volpe... Prodi? Geppetto, è chiaro...

Per leggere un vecchio racconto: "avviso di garantismo"
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lunedì 21 luglio 2008

Mercantia


Certaldo è piena di magia.
Sono poche le parole che possono descrivere una festa così stimolante, così allegra, così artistica e vitale. Non c'è angolo in cui non ci sia qualcuno che si esprime, dalle marionette, ai musicisti, ai teatri di strada, in ogni angolo, in ogni viuzza acciottolata illuminata dalle torce.
Tutto è frenetica danza, colore, vita.
Un mondo a sè, forse, ma a Certaldo è difficle capire come l'uomo possa anche fare qualcosa di cattivo, perchè la musica scuote le tue radici, perchè gli psettacoli muovono i tuoi sentimenti e pensieri, perchè tutto è gioia di vivere e di esserci.

(Cetaldo, "Mercantia", festa degli artisti di strada)
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Una risposta

Prendo le mosse dal mio post "la cultura è un'arma di distruzione di massa" e da alcuni commenti che ha ricevuto, giusto per dare alcune precisazioni, magari anche aggiungendo qualcosa al post "brainstorming" di Rossaura.

Quello che semplicemente volevo dire è che il punto di partenza, di rilancio, deve per forza di cose essere la scuola. La scuola perchè è maltrattata, perchè sta compiendo indietro passi da gigante, perchè è il primo anello di omologazione e creazione della massa, la scuola perchè è l'organo teoricamente più vitale e pronto a una qualsivoglia reazione.
Quando parlo di trincea, non parlo di rinchiudersi, parlo di iniziare a lottare, studenti e professori insieme, perchè la loro forza è la più potente e temibile che si possa chiedere.
Parlo di trincea metaforicamente, e non nel senso di chiusura, ma nell'idea di un inizio, della scintilla che può stravolgere e travolgere.
Non mi ergo io a difensore della cultura, non ne sono io il portabandiera, per quanto sia innegabile che quantomeno il problema me lo sono posto, e insieme a voi sto cercando di darne una possibile soluzione.

La reazione del "brainstorming" era ciò che auspicavo quando proposi "la mano sinistra" che, per molti, aveva ed ha, però, la pecca di avere, appunto, quel connotato di sinistra. Io non la vedo come pecca, ma capisco che la partecipazione, il fermento delle idee, debbano essere viste intelligentemente in maniera trasversale.
E in un certo senso, questa discussione a pieni blog, a pieni articoli e commenti, è già un inizio, una primissima cellula dell'auspicato brain storming: qualche cervello, con qualche idea, che s'è messo a discutere assieme agli altri sul come e cosa fare.
Il perchè, purtroppo, ci è molto evidente...
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domenica 20 luglio 2008

Vale la pena di provare


Nuovo tassello alla discussione con Rossaura e tutti gli altri...

La società attuale, quella dei papponi di alto vertice, della povertà sempre più larga, delle conquiste democratiche anche, delle costituzioni, delle tangenti e tutto il calderone di bene e male, è totalmente frutto della coscienza maschile. Le donne non sono mai o quasi state partecipi della vita politica ai vertici decisionali, anche se dagli anni sessanta in poi hanno tuttavia dimostrato una forte partecipazione ai movimenti dal basso.
Varrebbe la pena di provare, diceva Paul Ginsborg, cosa sarebbe una società interamente comandata da donne, visto che una comandata per secoli e secoli da uomini la viviamo e non ci piace.


Uomo e donna sono differenti nel modo di ragionare, nei particolari, non necessariamente, a mio avviso, uno dei due sessi è superiore all'altro, ma cambiano totalmente le sfumature, l'atetnzione a determinati particolari rispetto che ad altri.
Basta pensare al tema della maternità con tutte le sue complicazioni a livello di legge (tutela del bambino, della madre, aborto, etc.): come può essere deciso da uomini un provvedimento su questo argomento? E se si vuole, ancora di più, come fanno a parlarne le caste ecclesiastiche? (ma questo è un altro argomento)...


Quello di una società politica con quantomeno la parità di potere politico e legislativo tra uomo e donna è, ad oggi, un miraggio per cui vale la pena di lottare e fare alcune considerazioni.
Ad esempio: cosa ci fanno tutte quelle veline mezze nude a giro?
Perchè il pubblico femminile è sempre pronto ad idolatrare i tronisti dei vari programmi spazzatura?
Perchè non è mai nato un movimento dal basso di donne che cercano di fare capire alle attrici porno e colleghe quanto sviliscano la donna stessa?

La donna, prima di tutto, deve combattere contro se stessa, contro l'immagine che la società secolare maschile ne ha creato. Cioè un corpo, uno zuccherino, che magari fa anche le faccende e che fa piacere abbracciare. Ma nessuno, e nemmeno una donna, in Italia, oggi, voterebbe un candidato premier donna. Infatti anche in quella che è il rigurgito della sinistra (il Pd) si candidano vecchi faccioni pieni di sè che in merito hanno ben poco da dire.

Giorgio Gaber, in un bellissimo recitativo, commovente a tratti, spiegava la sua visione, dicendo che l'universo ha bisogno delle due metà per girare, per continuare la sua stupefacente evoluzione...

Anche questo è un tassello che voglio apportare alla discussione sul cambio della cultura: deve avere un forte connotato femminile, non è possibile pensare altrimenti. Ripeto, ciò che è la società maschile e maschilista lo sappiamo, cosa possa essere una società volta almeno un poco al femminile, nessuno lo sa... vale la pena di provare
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venerdì 18 luglio 2008

La cultura è un'arma di distruzione di massa

Dopo una predica sui compiti o le interrogazioni andate male, qualche urlo e il suo sguardo di ghiaccio, la mia professoressa di italiano delle medie era solita guardarci come fa una mamma un po' incazzata ed intenerita, e dire:

"Studiate, perchè è la vostra arma più grande. Studiate perchè non potete permettere in futuro di farvelo mettere in tasca continuamente dal primo che passa. E lo studio è l'unica arma che vi potrà difendere".

Continua il dialogo tra una sessantottina e un non so, sul sessantotto, sull'oggi, sul ribaltare la cultura, sui blog. Da un po' di tempo di rispondiamo di post in post, e le voci, nei commenti, si aggiungono. Molto interessante il commento di Franco, lasciato nel mio ultimo post (in cui riporta il commento lasciato in precedenza sul post di Rossaura), perchè mi porta direttamente a quello che volevo aggiungere oggi. Ne riporto una frase, e ne riporto una dal commento di Marisa su OkNotizie:

"Gli artefici di questa nuova rivoluzione dovranno per forza di cose essere i giovani, le nuove idee dovranno emergere dal mondo della scuola." (Franco)

"Dobbiamo essere ottimisti ed educare bene i ns figli, insegnargli a leggere tra le righe, ad andare al di là delle parole, notizie e fatti. Dobbiamo insegnargli a non arrendersi mai, a districarsi in questo ginepraio di corruzioni varie." (Marisa)

La scuola. Sono almeno quindici anni che stanno provando a smontarla, mattoncino su mattoncino. Non do tutta la colpa ai vari governi Berlusconi, poichè anche la sinistra e l'ultimo centrosinistra si è impegnato ben bene in questa demolizione.
Tuttavia, appare chiaro che le ultime proposte, le "nuove" idee di questo governo sono orripilanti, da far accaponare la pelle: mirano senza tante fandonie a limare il profilo economico della scuola pubblica, tralasciandone totalmente il suo valore intrinseco di formazione.
Qualche esempio: si vuole portare le classi ad un numero massimo di 33 individui (alzando il minimo di una quota non ancora definita), il che rende il gruppo, per un insegnante, inseguibile. Le ultime file non apprenderanno mai niente e le prime saranno costrette a rinunciare a qualche stimolo in più a causa loro. Non colpa, visto che non ne hanno quasi mai, gli studenti poco volenterosi (o bisognosi di maggiori stimoli), ma causa. E' una idea che vuole manifestare in un botto i somari, emarginarli, avvicinarli al mondo del lavoro anzitempo. Altro esempio è infatti l'idea di parificare un biennio di lavoro subordinato ad un biennio di formazione scolastica, abbassando così l'età obblugatoria di frequenza. Il significato è, appunto: c'è chi è nato per studiare e chi no, questi ultimi prima vanno a lavorare e meglio è.
Altro esempio, che rende ancora più difficile l'insegnamento, è la riduzione dell'orario scolastico. E' previsto al fine di accorpare le classi e stipendiare meno insegnanti: l'etica è stata sostituita dal risparmio. Non oso pensare a quali corse per seguire un programma (già difficile adesso) dovranno fare gli insegnanti, e come faranno gli studenti a non precipitare da quel burrone.
E via dicendo.


Ciò che ne viene fuori è l'annullamento della scuola come ambiente determinante di formazione dell'individuo, una scuola vista solo come produzione necessaria di alcuni professionisti e quadri dirigenti, una scuola selettiva, probabilmente anche in senso economico (già adesso non è facilissimo sostenere che la scuola sia davvero per tutti).
E' lo stesso contesto in cui il precedente governo Berlusconi aveva proposto di far pagare i prestiti bibliotecari: l'annullamento della cultura.

Da sempre si sa che un popolo ignorante è più facilmente governabile rispetto ad uno istruito, colto, conscio dei propri diritti e doveri. E' un passo indietro troppo grande, questo della scuola, che rischia di gettare in un burrone non solo una generazione e quelle a venire, ma l'intero paese.


Quindi, sta a noi. Io, che personalmente non sono nessuno, solamente una persona con le idee chiare, abbastanza colta e conscia del valore della cultura per la società, sono dispostissimo a ripetere queste frasi, ampliarle, davanti a qualsiasi persona, classe, assemblea.
Voglio davvero che tutti riflettano sull'argomento, è troppo importante. Il potere fa le pentole e non i coperchi, calibra un scuola diversa, in cui nessuno di noi vorrebbe crescere, parla una lingua che è fatta di business e non di passione.

Mi rivolgo agli insegnati, al corpo docente tutto, mi rivolgo agli studenti:
insieme formate forse la classe più potente che un qualsiasi potere possa temere. E questa battaglia la dovete combattere assieme, uniti, fianco al fianco. Non è in gioco il programma e nemmeno il voto di condotta, è in gioco la scuola tutta, quella per cui alcuni di voi hanno sudato uan vita, la stessa per cui la passione ha reso possibile smuovere gli stessi muri, quella che per altri di voi sarà solo un passaggio, e lungo, volete forse che sia così stupido da non lasciarvi niente?

Lancio il mio appello, a chi mi legge, a tutti gli insegnanti e a tutti gli studenti. Prima che la scuola diventi un campo profughi, dove la cultura è scappata inghiottita da un terremoto, creiamo una piccola trincea e facciamo sventolare la nostra bandiera: quella della cultura, dell'amor proprio, della società, del confronto.
Facciamo sì che la scuola non diventi squola...

Per qualsiasi contatto: riccardotronci@hotmail.it
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giovedì 17 luglio 2008

Polli da allevamento (cioè noi)

Cito nuovamente Gaber, nuovamente il titolo di un album, e ancora una volta geniale e precursore nella sua visione. Siamo sempre nell'ambito della discussione-epistolario-dialogo con Rossaura...

Il suo ultimo post, dal titolo "il mio sessantotto, la leggerezza della gioventù", che trovate qui, è molto bello, sono poche frasi di un sapore lontano, ma prelibato. Sanno di libertà, di indipendenza, di individualità (cosa ormai dimenticata o quasi, questa).

La stessa Rossaura, in un commento al post precedente, parlava di blog, li distingueva, con diversi aspetti, diciamo, tra solitari, aquile selvagge in volo, e blogger che hanno economicizzato il proprio spazio. E' una distinzione, credo di aver capito, soprattutto per se stesso e i pochi adepti, e chi spera, invece, di dare la più ampia diffusione alle proprie parole.

Provo a ricapitolare, magari senza capitolare...

Ci pensavo oggi, rileggendo per la seconda volta le parole del tuo ultimo post. C'è una cosa, un particolare talmente importante che differenzia la tua dalla mia generazione, il sessantotto e gli anni settanta dall'oggi, dallo squallore quotidiano. Ed è talmente semplice che non brilla come particolare, e per questo non lo avevamo preso molto in considerazione.
Gli anni sessanta e settanta presentavano al mondo alcuni ideali, non più nuovi, ma abbastanza freschi, che parlavano di socialismo, o di comunismo. Erano sorte nazioni da queste idee, c'erano state rivoluzioni, ed ancora, in occidente, sapevamo ben poco di quel che davvero succedeva. Si credeva davvero che quelle idee fossero state applicate (come se Marx avesse davvero una applicazione pratica, ma questo è un altro discorso). C'erano uomini capaci di grandi gesti, c'era fermento.

Io sono cresciuto all'ombra di mani pulite, di Craxi, di Riina, di Berlusconi, di D'Alema, di Veltroni, di Dini e di Amato. Senza scordare i vari Cossiga, Scalfaro e Andreotti etc.
Nel mondo: la stagnazione più assoluta. Non ci sono più ideali, la Russia cade, il Vietnam si scopre anch'esso come regime, la Cina è regime, Cuba è regime. Ognuno con le sue sfumature, ma tutti regimi. Gandhi è morto, e l'India tutto fa tranne seguire il suo esempio.
In una parola: la desolazione.



Un conto è crescere in un clima di fermento, in un momento storico in cui si può davvero credere di cambiare qualcosa, in cui vedi lontano, altro è nascere e crescere in un mondo stagnate di idee ed economia, in cui le più grandi forze popolari hanno miseramente fallito e non per ultimo lo stesso sessantotto ha fallito.
In pratica dalla mia generazione dovrebbe nascere un nuovo modo di interpretare la cultura, la socialità, la società, nuovi ideali, nuove teorie, nuovi simboli e leader.
Come dicevi tu, per prima cosa, occorre proprio disfarsi dei simboli passati, ma non per rinnegare alcuni personaggi e le loro storie, ma per rinnovare e rinnovarsi.

E' una speranza, non un dato di fatto. Non vedo figure o azioni incoraggianti, il fermento è inesistente, viviamo in uno stagno.
O meglio, in un capannone industriale di allevamento intensivo.
Siamo polli da allevamento.

E da questa convinzione bisogna ripartire, per sovvertire lo status quo, ribellarsi ai maiali di questa fattoria. Ancora una volta: è necessario cambiare la cultura, prima che sia troppo tardi...
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mercoledì 16 luglio 2008

Dialogo tra una sessantottina e un non so

Riprendo ancora, come quasi di giorno in giorno, questo scambio con Rossaura, tra il sessantotto, l'informazione, i blog, la mia generazione e tutto ciò che c'è da dire intorno. Per chi volesse legger qualcosa indietro, in questo post riportavo un po' di cronologia del dialogo.

Il suo ultimo post, "Dove osano le aquile", è un insieme di idee sul blog, sulla rete, su quanto possa essere utile ed infine, un invito a partecipare a questo dialogo, con altri post sui vostri blog... che sottoscrivo a ventiquattro mani ;)

La frase che più mi interessa e colpisce è questa: "riconosco ai blog e sopratutto ai blogger il coraggio del volo dispegato verse vette difficilmente raggiungibili. Siamo aquile solitarie, siamo esploratori di territori sconosciuti e non ci ferma neanche la paura dell’ignoto e della solitudine."



Ovvio che questo sia un elogio e che nel suo post sia ben accompagnato anche da alcune definizioni differenti. Ecco, credo, dopotutto, dipenda dallo spirito con cui si scrive su di un blog. Onestamente non provo alcun interesse vouyeristic
o o di curiosità per chi scrive un diario on line, non mi interessano le sue vicende, specie se amorose, è roba da quindicenni. Lo spirito con cui altre persone usano la rete è ben altro, e frequentando queste pagine ve ne sarete accorti.
E' davvero un volo in solitaria, spesso a cercare di diffondere parole in terra straniera che sai dall'inizio a malapena verranno accettate... E sicuramente ci sono vaste praterie da conoscere davanti, visto che in Italia la tecnologia e l'informazione non sono due territori percorsi da tutti.

La domanda è la solita: come può un blog arrivare ad
informare, come e dove può pretendere di arrivare la sua voce?
Prendo come esempio questo stesso blog. Quando scrivo un post, lo inserisco negli aggregatori di notizie, come Ok Notizie, Kipapa, Diggita. Ho spesso riscontrato che basta parlare di Berlusconi (male) per entrare in prima pagina di questi aggregatori ed accedere all'iperuranio delle migliaia di visite (una volta quasi quattromila in un giorno). Quello che ho notato immancabilmente, però, è che articoli più soppesati, riflessivi, che non fossero poche righe a mò di battute e slogan, ironiche e satiriche, spesso e volentieri non hanno ricevuto la dovuta importanza. Come dire, o scrivi scandali e scoop giganteschi conditi con un bel po' di battute, oppure a me riesce difficile leggerti.


Credo sia proprio questo il punto, questo il fulcro su cui cercare di fare leva. L'Italia è per antonomasia il paese dei polveroni, dove tutto ciò che è brutto, orrendo, squallido, scandalistico, fa notizia, colpisce un po' tutti e tutti ne parlano, ma solo per il tempo che la polvere torni a posarsi a terra. Così che tutti si scordano, che so, del Dal Molin, di Chiaiano, dei processi di Berlusconi stesso etc etc etc, riflettendo penosamente e pensosamente sulla colpevolezza della Franzoni, ovvio. La colpa, si sa, è dei vari Vespa o Fede, dei mezzi informativi, dei mass media tutti, della loro corruzione e colluttazione col potere, qualsiasi esso sia.
Una favola potrebbe spiegare meglio il concetto:
Un giorno D'Alema prova a scalare una banca, il giorno dopo faceva solo il tifo, due giorni dopo non è successo nulla perchè siamo garantisti e nessuno osa più parlarne. E D'Alema visse felice e contento.

Questo è necessario cambiare.
E' necessario e doveroso provarci, anche se è una impresa impossibile, anche se siamo aquile solitarie, appunto.

Iniziare cominciando a diffondere questo dialogo, magari partecipandoci, facendo sì che abbia più voci ed opinioni, potrebbe essere un inizio. Molti blog che un po' alla volta, quando hanno qualcosa da dire, parlano dello stesso argomento, della stessa riflessione... in poche parole un vero laboratorio della democrazia in rete, ed aperto a tutti. Era questo lo spirito con cui avevamo fatto nascere La mano sinistra, e con cui vorrebbe varare quella stessa nave.

Per cui, rilancio, chiedendo a tutti voi di partecipare, e magari segnalarci dove e come avete scritto qualcosa a riguardo, seguendo questo filo logico, questa riflessione, per arrivare poi... chissà dove...

P.S. Il titolo del post è dovuto alla rielaborazione del "Dialogo tra un impeganto e un non so" di Gaber... la sessantottina è ovviamente Rossaura ed io, non sono un non so nel senso di non sapere cosa pensare...ma cos'è la mia generazione se non un "non so"?


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Il mio blog è letto più di quanto io stesso creda

Come tutti i giorni, un paio di volte al giorno, controllo la posta elettronica, e qualche volta capita di trovare alcune sorprese. Come le mail di Lance Henson, come quelle di paul Ginsborg, quelle di Fernando Rossi o di Nichi Vendola.
Quella di oggi non è proprio una mail, ma un commento scritto ad un mio vecchio post, dal titolo "Il coraggio delle parole", che trovate qui. Qualcuno di voi lo ricorderà, altri no... si trattava di una pubblicazione di una mail che avevo ricevuto riguardo all'onorevole Pippo Gianni, che mi ero sentito di pubblicare, più per il messaggio che portava che per i contenuti (ahimè ben poco verificabili da seduto davanti ad un computer). Il messaggio di andare avanti, di non far passare per giuste le ingiustizie etc.

La mail ricevuta oggi è niente poco di meno che proveniente dalla stessa segreteria dell'onorevole.
per correttezza e diritto di parola e contraddittorio, ve la riporto integralmente:

"18/02/2008
Attacchi Diffamatori da alcuni BLOG
Apprendiamo, con amarezza, che alcuni BLOG, con attacchi la cui violenza verbale è assolutamente ingiustificata, cercano di sporcare l'immagine di un uomo che da anni dedica interamente le proprie energie al servizio dei siciliani, come medico e come politico: l’On. Pippo Gianni.
Siamo fermamente convinti che le libertà di parola e di espressione di tutti debbano essere garantite e difese, soprattutto quando ciò che viene detto o scritto è contro di noi.
È facile atteggiarsi a paladini e garanti delle libertà di chi la pensa come noi. Piuttosto, è difficile il contrario, ed infatti non accade spesso.
L’On. Gianni e noi, suoi collaboratori, siamo da sempre in prima linea quando si tratta di difendere il diritto di pensarla diversamente da noi; tuttavia, spesso, in Italia, ci si dimentica che il diritto alla critica può essere esercitato utilizzando toni civili e garantendo il contraddittorio, senza urlare, insultare, mentire o strumentalizzare.
Il web è uno strumento prezioso per l’informazione e rappresenta uno spazio in cui tutte le voci possono trovare diffusione; tuttavia, riteniamo che sia dovere di chi affida ad internet le proprie parole divulgare affermazioni basate su fatti concreti e verificabili, sempre nel rispetto della dignità della persona.
Noi siamo aperti al confronto e invitiamo chiunque abbia desiderio di confrontarsi con noi a contattarci, evitando, però, toni e parole non consone ad una conversazione civile.

La Segreteria dell'On. Pippo Gianni"

I toni mi sono sembrati molto pacati e quanto si dice lo potrei sottoscrivere mille volte, visto che altri partiti ed altre persone preferiscono la via della querela anche quando non è plausibile.

Poi, restano i fatti, questo è da dire.
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martedì 15 luglio 2008

Davvero vuoi vedere la verità? (video molto forte)

Avvertenza: il video è molto forte, ma ne consiglio ugualmente la visione per acquistare coscienza riguardo a cosa succede, al mondo degli animali-macchina che l'uomo ha creato.
In due parole: un inferno




Che abbiate visto il video o meno, qualche chiarimento riguardo alla produzione del patè de foie grass. Il video è in francese, per cui, per quanto le immagini siano molto eloquenti, ritengo opportuno riassumere il tutto.

La primissima parte, come avrete visto, è quella della selezione dei piccoli, e se avete avuto il coraggio di guardare, avete certamente notato come si muovano gli uomini ai lati di quel cerchio infernale, scegliendo, parlando del più e del meno, gettando i poco buoni, mettendo sul rullo i buoni. Con una distanza che fa raccapriccio. Inutile dire che mi sarei volentieri fermato qui, ma ho continuato a vedere il video.

La seconda fase è la detenzione in gabbia, l'allevamento. Ovvio che le oche vengono tenute in gabbie appena precise per contenerle, ma quel che ancora di più offende una qualsiasi etica è il modo usato per nutrirle:

"Dalle 3 alle 8 volte al giorno, con un tubo metallico lungo circa 28 cm, viene sparata direttamente nel gozzo degli animali, una palla di mais cotto e salato del peso di circa 400/500 grammi. (E' come se una persona del peso di 80 Kg fosse costretta a mangiare 20 Kg di spaghetti al giorno). Il tubo provoca lesioni e fratture del collo, ferite al gozzo, infezioni e soffocamenti.

Il sovraccarico lipidico (grasso accumulato in eccedenza) causato dell'eccessiva alimentazione viene aggravato dall'impossibilità di movimento imposta dalle gabbie in cui sono costrette oche ed anatre durante il gavage. La patologia (steatosi epatica) indotta per conferire al fegato dell’animale la consistenza e le dimensioni - dalle 7 alle 10 volte il peso di un organo normale - adatte a soddisfare il palato degli estimatori, conduce ad emorragia, asfissia, convulsioni, attacchi cardiaci, cirrosi e anche morte." (fonte Lav)

Continuo citando sempre la Lav:

"Ingrassando non riescono più neanche ad infilare la testa attraverso la rete e ciò le costringe a vivere sempre curve.
Nel caso degli allevamenti in "parchi collettivi" - da 15 a 20 animali in circa 3mq - si rimedia all'aggressività dovuta allo stress ed alla paura con lo sbeccamento ed il taglio delle unghie all'età di 2 settimane. Il becco é il principale organo di senso di questi animali e la sua mutilazione provoca dolori costanti.

I maschi producono un fegato di "migliore qualità", quindi ogni anno diversi milioni di anatroccoli femmine vengono eliminati in macchine frantumatrici o soffocati dentro grandi sacchi.

L'uccisione delle oche e delle anatre avviene per immersione in un bagno di acqua elettrificata: gli animali si dibattono in modo convulso, la loro sofferenza prosege fino al momento dello sgozzamento."

Come se non bastasse, ecco che Eurodisney, la patria del gioco, dei bambini, della favola (o così forse dovrebbe essere), propone numerosi intingoli nei suoi menù a base di foie grass. E proprio a questo proposito una petizione e un cartone animato che vi mostro di sotto.






Fermare questa crudeltà è il minimo, davvero.
Potrete dirmi che non potete vivere senza carne, che la carne è fondamentale per la nostra alimentazione... almeno rinunciate al foie grass...

Leggi altri articoli sugli animali-macchina, sul regime per loro creato dall'uomo...

P.S. @Rossaura: quando parlo di informazione e formazione intendo anche questo. Una persona non può rimanere insensibile davanti a questo video, e non può scordare: deve prendere una scelta. Non piace nemmeno a me l'uomo-cliente, ma può sempre ottenere risultati importanti...
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lunedì 14 luglio 2008

La rivoluzione lenta e silenziosa dell'uomo-cliente (risposta a Rossaura)

In realtà Rossaura non ha scritto stavolta un post di risposta al mio, ma il suo commento è lungo abbastanza e forte abbastanza da farmi venire la voglia di rispondere e continuare questo serrato scambio di idee.
Raccolgo la sua intenzione, quel "Ma parliamo di oggi" che colgo come un invito. Cito anche un altro spezzone del commento:

" I blog sono un modo di comunicare importantissimo, ma (...) Non sarei così ottimista sulla possibilità di evoluzione a breve periodo di questo modo di comunicare. (...) consiglierei di diffidare sull'"informazione che ci salverà" è un mito... l'informazione è uno strumento di chi ha potere, di qualsiasi tipo di potere si tratti, lo vediamo bene in Italia no?"


L'informazione credo sia il punto di partenza. Non tendo ad indentificare l'informazione come il parlare di Berlusconi o Veltroni e di tutte le loro malefatte, o almeno non solo.
Prendi un qualsiasi uomo e guardalo attentamente. Prima ancora che nasca e che possa deciderlo o meno ha addosso una etichetta con un codice a barre ed una parola: cliente. L'uomo, dopo migliaia di vicissitudini storiche, rivolte, rivoluzioni, e quant'altro, è arrivato a "conquistare a fatica un'idiozia", quella di essere compratore, cliente e nient'altro.
L'uomo è alienato totalmente da tutto ciò che lo circonda. Ha perso totalmente i contatti con l'ambiente, con la natura, pensiamo solo ai bambini che sanno disegnare una mucca, perchè non l'hanno mai vista. L'uomo ha perso totalmente i contatti con l'uomo stesso, con le sue mani e la capacità di creare. Queste due considerazioni portano senza alcuna uscita alla privazione del valore che le cose hanno in sè.

Mi spiego meglio.

Il latte nel cartone o in bottiglia è latte, non è, nella testa, prodotto dalla mucca, probabilmente è prodotto dalla granarolo o dalla mukki. Meglio ancora il prosciutto: non è maiale è prosciutto, comodamente fatto a fettine, in modo da spezzare il legame tra significato e significante.
Ma questo è un primissimo passo. Il secondo arriva quando oltre che ingannati, non si viene assolutamente informati. Compro da Benetton perchè p di moda e carino, e non costa poi troppo. Ma cosa compri? Sai quanto e a chi è costata quella maglia? Quanti bambini in Vietnam cuciono a prezzi irrisori quelle maglie? Le scarpe idem, e molte altre cose idem.

Non basta.
Come viene trattata quella mucca da cui prendiamo il latte? e quelle uova, da quale tipo di allevamento vengono?

Chi ha visto i filmati della Lav che ho proposto sa di cosa parlo, e magari ha ritenuto opportuno anche comprare non solo ciò che costa meno.


Tutto questo per dire una cosa molto semplice: troppo difficile ribaltare immediatamente la società, troppo cruento, impossibile forse, iniziamo dal sovvertire le regole del mercato. Visto che ci vogliono compratori, siamo almeno compratori intelligenti.
Non credo che l'uomo nasca cattivo in sè per sè, non ci credo. Qualsiasi uomo, di fronte alla violenza pura e cruda sta male e soffre, e pensa anche solo un secondo, a come fare per evitarla.
Il problema è proprio questo: l'uomo che compra la maglia griffata non sa quale scenario ci sia dietro, lo stesso l'uomo che compra quella pelliccia, o quel pallone, o quella mozzarella etc etc etc.

Abbiamo bisogno assolutamente di questo tipo di informazione, non c'entra la destra o la sinistra, c'entra il ribaltare la frase fissa della mia, e ormai anche della tua, generazione "tanto non ci posso fare niente".
Un uomo in possesso di questo tipo di informazione, non solo sposta le leggi del mercato creando benessere dove c'era solo sfruttamento, ma è anche un uomo più informato dei rischi, che attua una scelta.
Per carità, si parla ancora di un uomo-cliente, ma è ur sempre un cliente intelligente. Un uomo che, per il solo principio del rispetto (per uomo e natura), accende la scintilla di una lenta rivoluzione silenziosa.

Quello che auspico, come inizio, una lenta rivoluzione silenziosa dell'uomo-cliente.
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sabato 12 luglio 2008

Il signor P. se ne andrà a Cuba per tr...

"La cultura può veramente cambiare la società. E noi siamo qui per cambiare la cultura"

Lance Henson,
in una notte di pioggia e discussione, come se ci conoscessimo da tantissimo tempo



Forse sarebbe bastata questa frase e quella chiacchierata con un uomo semplicmente avvolgente e quasi mistico per la sua fiducia nell'uomo e nel suo futuro. Invece c'è voluto un po' di più, qualche riflessione in più.

Mi spiego meglio.
Me ne stavo lì, come molti di voi, a parlare di Berlusconi, del lodo Alfano, della corruzione e di tutto il resto, non capendo un particolare fondamentale: tutte quelle parole, opinioni e chiacchiere non sono mistero per un nutrito gruppo di persone, che però è la minoranza.
Occorre parlare di altro, quella non è altro che una minima parte della risultante di molte forze.

L'illuminazione è venuta pochi giorni fa, quando una persona che conosco, che chiameremo signor P. mi ha confessato di andare in vacanza a Cuba con la speranza di ricavarci qualche cosa a che fare con il sesso e la sua mercificazione.
Sono rimasto basito, con un mare di rabbia dentro che ho poi sputato addosso alla persona in questione per una quindicina di minuti, poi ho girato le spalle.

Tutto qui, direte, tutto qui, vi rispondo.
Il fatto che ci siano persone che ancora si sottovalutano così tanto da credere fermamente di non poter ottenere ciò che è pienamente naturale ed umano se non dietro pagamento, dietro sfruttamenteo della miseria altrui, se non si sentono in colpa per questo, se nonostante tutto mantengono una coscienza totalmente pulita perchè non usata, questo significa una cosa:

il male non è Berlusconi, il male non è Veltroni, il male è solo e solamente la mancanza di cultura delle persone.

Manca totalmente l'aspetto riflessivo, è una totale rinuncia verso l'etica e la morale. Da qui la conclusione: è inutile, per quanto senta quasi il dovere di farlo, parlare di Berlusconi e Veltroni a persone che la pensano allo stesso modo e che allo stesso modo conoscono i fatti, la discussione si limiterà a qualche scambio di battute più o meno ironiche e finirà tutto lì.
Il signor P. non vi seguirà su questo binario, complice la sua coscienza ed il suo disinteresse.
Occorre spiegare altre cose al signor P. occorre parlare d'altro, mettere un freno alla violenza che pratica su se stesso senza accorgersene:

occorre cambiare la cultura.

Direte: come? Me lo chiedo anch'io, me lo sto chiedendo anche adesso, tuttavia so che è necessario, e che cercherò di spendere il mio tempo per questo fine...
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Lasciate almeno che sia, risposta a Rossaura

E' partito tutto, come dice Rossaura, da un mio post sui giornalisti di "Repubblica", i "repubblichini", e si è tramutato in un botta e risposta, di post in post, di commento in commento, sul sessantotto, sulla sua eredità e sulla generazione attuale ed il proprio contesto.
Per quanto appena inizita questa discussione "epistolare", questa sarebbe la cronologia:
- "Odio i giornalisti di repubblica. O meglio, odio Repubblica." (su Riciard's)
- commento al post di Rossaura
- il sessantotto, risposta a Rossaura (su Riciard's)
- La radice delle colpe (su L'altra metà del cielo)

Ed è a questo ultimo post che rispondo.
Finisce con una frase "...malgrado tutto voi non cambierete mai la Storia" che mi ha lasciato perplesso, e per due motivi. Il primo è che la storia, a mio avviso, la cultura, è stata davvero cambiata e rivoluzionata in pochissimi eventi. Si contano sulle dita di una mano: Rinascimento (l'uomo che si riappropria dei suoi mezzi, di se stesso), Rivoluzione francese e in particolare la seguente Comune Parigina (l'uomo democratico, luomo che sale in cattedra, che vuole essere presente), Rivoluzione Americana (l'uomo che sancisce l'uguaglianza degli uomini tutti), Rivoluzione Russa di Ottobre (l'uomo che sogna un destino diverso, di uguaglianza e socialità). Forse si può aggiungere, più per sentimento che altro, la Resistenza italiana e francese degli anni trenta e quaranta.

Ma il sessantotto, secondo me, no. Appartiene a uno dei mille corsi e ricorsi della storia, dove sembra cambiare tutto per non cambiare niente, come diceva Manzoni. E' una rivolta, non una rivoluzione, non lascia o quasi tracce, non ci sono emblematici cambiamenti radicali della società civile, del welfare state o nei diritti civili. I poveri erano e sono rimasti poveri, gli emarginati idem, la scuola era ed è per i ricchi, specie l'università, a comandare le fila della nazione sempre le solite loggie di massoneria e poteri mafiosi vari.
Con questo non ne nego l'importanza, ogni fenomeno storico ha la sua, gioca la sua parte nel tessere quella tela che a guardare a ritroso è perfetta, una vera ragnatela di cause ed effetto.
Per cui, secondo me, voi non avete cambiato la storia.


In seconda, il fatto che tu dica che noi non lo faremo, cosa in cui credo anch'io, ha un taglio presuntuoso, che assomiglia tanto a quella frase "Come te nessuno mai". E' l'eredità del sessantotto nei sessantottini: come noi nessuno mai.

E invece, come detto, i tempi cambiano, e con loro la società il suo aspetto, per cui, forse, anche i modelli di organizzazione e di protesta. Non esistono binari su cui la protesta e la rivendicazione debbano correre, esistono migliaia di esempi diversi nella storia. La comune parigina iniziò come un falso banchetto, ad esempio.
Quello che più radicalmente potrebbe cambiare la maniera di protestare è proprio ciò di cui io e te ci stiamo servendo: la rete. Con tutta la conoscienza che ci puoi trovare, con tutte le sue fregnacce da due soldi, con tutte le sue enormi potenzialità. Partirebbe in sordina, una protesta silenziosa, ma chissà, forse anche più efficace.

Non so risponderti se mi chiedi quanto io ci creda. Ci devo sperare, spero in un cambiamento e non come mano dal cielo, bensì come mutuo soccorso, come informazione, come crescita culturale delle persone. Ma che questo sia davvero possibile nell'arco della mia vita ne dubito, come te del resto.

Ne dubito perchè se noi ci adeguiamo al volgere dei tempi, alle novità tecnologiche, chi detiene il potere fa altrettanto e, come ben sai, il tutto può arrivare ad una sorta di invisibile controllo permanente, il che renderebbe quasi impossibili stravolgimenti come quelli del sessantotto, almeno in una fase iniziale. Impossibile la clandestinità dei brigatisti o di Ordine Nuovo, impossibile pensare di tirare un fumogeno contro la polizia, che verresti immediatamente riconosciuto.
Non che ce ne sia bisogno di mettersi a tirare fumogeni, ma d'altra parte i cambiamenti pacifici nel mondo, nella storia, si contano su meno che sulle dita di una mano.

Il fatto che non capisco è come, alla fine, questa gloriosa generazione, ormai corrotta, a quanto dici, e a quanto credo, non possa insegnare le sue vicende, non possa affiancarsi riposandosi su di una pensione storica, solo perchè ha già fatto, o solo perchè, appunto, è corrotta. Il "non c'è niente da fare" è una argomentazione che mi ha sempre lasciato perplesso, sono abituato a pensare e a spremermi le meningi, qualcosa da fare c'è sempre. La delegittimazione che i sessantottini hanno sempre rivolto ai propri figli quando andavano in piazza per stupidi decreti contro la scuola pubblica era tutta da ridere. Talvolta e spesso da ridere anche le manifestazioni e le occupazioni, ma possibile che a nessuno di loro sia venuto in mente che magari era giusto protestare, che magari qualcuno ci credeva, che forse non tutto era sbagliato. I fancazzisti e i menefreghisti sono sempre stati i più, il fatto che quaranta anni fa si allineassero per moda non mi colpisce, il fatto che loro stessi delegittimino proteste legittime, mi fa ridere.


Se la tua generazione, quindi, non vuole proprio dare una mano, il che sarebbe quantomeno da cittadino democratico visto che le leggi e lo status quo riguardano tutte le persone vive, lasciate almeno cadere quel sorrisetto ammezzato che vi fa guardare con ironia ogni protesta, ogni striscione ogni voce. Quella presuntuosa macchia di passato che vi fa sempre pensare "noi eravamo meglio, ai miei tempi sì che... etc etc etc". Dopotutto non mi sembra che abbiate sconfitto Andreotti o Cossiga, nè Fanfani, ma nemmeno la Cia e il suo strapotere di quegli anni in Italia, nemmeno la P2 o tutto il resto. E' stata apparenza, forte, ma apparenza, che non ha lasciato grandi impronte storiche, Culturali forse, ma non storiche.

Per cui, quando succederà che la mia generazione si svegli, quando inizierà una piccola virata culturale, unitevi al coro o se proprio non volete, lasciate almeno che sia.
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giovedì 10 luglio 2008

Il mirabolante piano fininvest-parlamento

Sono un nuovo John Titor e in quanto tale parlo di notizie future.
Io ho visto la luce, e sono qui per dispiegare la conoscenza a tutti voi.

Mara Carfagna è solo un tassello, l'inizio.
Rifletteteci Mara Carfagna ministro. Non ridete. Pensate a ciò che comporta.

In onda tutti i giorni "Amici di Mara" su Rete4, vota il tuo candidato ministro!

Si inizierà da lì, e poi, il nuovo gioco virtuale, il nuovo reality show: Il parlamento

Presentatore... quello lì con la campana che dirige tutti e dà la parola a destra e a manca (visto che la sinistra non c'è)

In onda tutti i giorni a reti unificate "Il Parlamento"! Vota ogni giorno dal tuo telefono, comodamente da casa, il tuo candidato!





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Il leggendario contratto a tempo indeterminato


Un team di archeologi al lavoro duro, sotto il sole cocente, sta per entrare nel merito di una scoperta secolare. Nei pressi di Roma, infatti, annunciano il ritrovamento di una pergamena che potrebbe rendere giustizia alla leggenda, ormai famosissima, del contratto a tempo indeterminato.
Ormai credevamo tutti che non esistesse, che non fosse mai esistito, e invece la storia non finisce mai di stupire.

Il contratto a tempo indeterminato esiste! Rivelazione... e noi che pensavamo fosse una frottola da Antico Testamento, tipo Arca di Noè o cose del genere...
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mercoledì 9 luglio 2008

Guida all'italiano in ferie. Come ripararsi dalla domanda: "Berlusconi? Ancora?!"

Ci sono le vacanze. Per alcuni anche un modo di ampliare i propri confini mentali, viaggiare, vedere, comprendere e conoscere. Per altri relax. Per entrambi un sicuro modo per allontanare almeno per poco la testa dal nano e dalle sue malefatte.
Per chi viaggia, un piccolo manuale, qualche risposta alla domanda che, dovunque vadano, si sentiranno porre:

"Ma come avete fatto a rivotarlo? Ancora Berlusconi???"

Bene, visto che la risposta non è facile, mi sono preso la briga di fornire qualche consiglio:

1) Girarsi di lato, fare finta di riflettere e scandire la seguente frase: "Non parlarne qui, mi seguono ovunque, anche tu hai un microfono addosso. Se solo tu sapessi chi sono..."

2) fare la faccia innocente di una ragazza acqua e sapone della porta accanto e dire: "Sarò presto ministro!"

3) fare una faccia sorridente, rilassata, compassata, e dire: "Non sono italiano"

4) cercare in tutti i modi di cambiare discorso, portandolo pure sul tempo o sui temporali, ma se lo "straniero" non desiste, dargli uno schiaffo e mettersi a cantare l'inno della padania

5) "Io non c'ero, mi avevano rapito gli alieni. Vuoi vedere il livido lasciato dalla sonda?"

6) Fare il gesto del mitra come lui stesso ha fatto in Russia

7) Scandire lentamente tre parole: "Pizza... spaghetti... mandolino"

8) Alzarsi di scatto, come un invasato, e mettersi ad uralre "Campioni del mondoooo po popopo po po pooo"
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Il sessantotto, risposta a Rossaura

Cara Rossaura,
il tuo lungo commento al mio post di ieri mi ha fatto molto piacere, perchè mi dai molti spunti per ampliare la mia riflessione sul sessantotto e sue conseguenze attuali.
Parto, però, col dire, che sono concorde con te che la manifestazione di ieri sia una bazzecola in confronto a ciò che ci vorrebbe, ma che tuttavia è un sassolino. Ci vogliono altre basi ed altre idee, sono d'accordo. Ci vuole un'altra sinistra. L'articolo però parlava di altro, cioè di quei giornalisti che magari quaranta anni fa lanciavano molotov e parlavano di collettivizzazione ed oggi mettono i Rom che uccidono (secondo loro) in prima pagina, parlano di dialogo e tutelano Papa Nazinger.


Fatta la precisazione, ecco cosa ne penso del resto.
Ho la fortuna e la sfortuna di non essere stato sessantottino. Sfortuna perchè in parte avrei voluto essere nato un poco prima, quando ancora non c'era del tutto la lobotomizzazione programmata della gente, fortuna perchè certi avvenimenti sono per me meno vicini, per cui sono più oggettivamente giudicabili, come "storia". Grazie allo studio, intenso, del periodo, grazie alla lettura e a tutti i racconti ascoltati.
Paul Ginsborg, ad una sua lezione di storia contemporanea esordì chiedendo a noi, ventenni allora, come mai non ci incazzassimo davanti a nulla, visto che nel sessantotto si protestava per molto meno di quello che viviamo oggi.
Non mi è difficilissimo rispondere. Innanzitutto, come dici tu, i tempi cambiano. La generazione del sessantotto ha trovato lo spazio, il contesto giusto. L'italiano medio, pecora per definizione, anche allora, o se ne infischiava o scendeva anche lui in piazza. Se io adesso, seduta stante, andassi in piazza con un cartello, verrei fotografato dai turisti di passaggio. Questo elemento caldo, quel clima, non dimentichiamolo, era stato creato dai giovani Usa, poi dai giovani francesi e tedeschi. In Italia arrivò tutto molto dopo e molto più calmo e indolenzito. Si crearono schieramenti, c'era speranza, voglia di cambiare, sia a destra che a sinistra c'era chi voleva cambiare il concetto di patria, di istituzione, di popolo, di cultura. E tutti combattevano per rovesciare lo status quo. Con grandi errori, si vedrà dopo. Ad esempio il mitizzare la rivoluzione culturale maoista, ma per carità, non poteva saperlo l'italiano sessantottino, ad archivi di stato cinesi completamente chiusi.


Ciò che emerge su tutti i fronti è, a mio avviso, il completo fallimento. Totale e dissacrante. Tutti i movimenti più forti, quelli che magari "contavano" hanno poi dimostrato connivenze varie con il potere (basta leggere un saggio sulle indagini e la morte di Vittorio Occorsio, o un libro a caso come "La notte della repubblica" per capirlo). Il potere ha colto l'attimo, ha illuso la massa di una assenza di potere, ha illuso la massa della possibilità del cambiamento, ed ha sfruttato i movimenti creando un clima di terrore, creando la paura, disseminando bombe e stragi di stato. Riprendendosi tutto, in una manciata di anni e con molto più vigore.
Il sessantotto deve essere stato un gran bel sogno. Ma di una generazione talmente forte da risultare storicamente sopita.
Sul piatto dei pro ci sono svariate cose da pesare, lo ammetto, come lo stesso voto alle donne, ma fanno tutte parte di leggere concessioni di una politica che sembrava sgretolarsi mentre invece diventava più forte. Un potere centrale capace di zittire in un secondo momento tutte le voci.
Voglio dire, ti piace questo mondo, quello di oggi? No, scommetto. E allora perchè mai la tua generazione non dice nulla? Voglio dire, se lo studente ha bisogno di correzioni, il professore si deve mostrare in prima persona. Come del resto è compito dei padri guidare i figli. Invece no.
Ci sono due cose da ex sessantottino che ho sempre sentito dire, di cui una la pronunci anche tu nel tuo commento.
"Abbiamo espletato il nostro ruolo storico"... già come se ci fosse un tempo per la lotta ed uno per omologarsi, come se per dissentire ci fosse solo un'età. Se Garibaldi lo avesse pensato nel Sud ci sarebbero i borboni, con gioia somma di Bossi. Non c'è un momento storico. Se le cose erano da cambiare, lo erano ieri, lo sono oggi e lo saranno domani, fino a che non cambieranno. Dire "noi il nostro lo abbiamo fatto" è mettersi da parte, togliersi da soli la voce in capitolo, è rinunciare alla discussione, e alla guida che qualche anno in più potrebbero essere. O le vostre guide avevano tutte venti anni? Perchè in quel caso anche io con i miei ventotto sarei vecchio ed avrei espletato già, dignitosamente o meno, il mio ruolo storico. Non mi risulta che il generale Tran Van Tra avesse venti anni quando entrò nel palazzo del governo a Saigon dicendo Gihaj Pong. Nemmeno Ghandi. Nemmeno Martin Luther King. Nemmeno Che Guevara. Nemmeno Don Milani.
Altra frase è "Oramai siamo demotivati". E questa è la migliore, lascia il segno dei tempi che corrono. Tutto va male, io non ci voglio più pensare, pensaci tu, e se nemmeno tu ci vuoi pensare, pace.


Ancora. La coerenza è una virtù fondamentale. Ma non davanti agli altri, ma davanti a se stessi. A Gandhi, poco prima di morire, chiesero quale fosse il messaggio che avrebbe lasciato ai posteri. Rispose "la mia vita è il mio messaggio". Una frase strabiliante. Non tutti, certamente potremo portare un messaggio tanto grande quanto il suo, ma potremo arrivare alla fine assomigliando nettamente alla vita che abbiamo condotto. E' più o meno quello a cui aspiro.


La tua generazione si è innegabilmente imborghesita, ha vissuto il primo boom e si è buttata a mani piene sul secondo: arrivano gli elettrodomestici, arrivano i posti di lavoro, arrivano stipendi ben più pesanti di adesso, arriva l'auto nuova ogni anno, nuovi vestiti, consumo, consumo, consumo. La tua generazione è quella che ha iniziato la via del consumismo. Ma credimi, non la addito per questo, non ce l'ho con chi mi ha preceduto per il mondo che mi ha consegnato, era inevitabile. La tentazione, spesso e volentieri, rende l'uomo corrotto e corruttibile.


Dicevo, innegabilmente la tua generazione si è imborghesita, ha iniziato ad apprezzare il lusso che prima avrebbe snobbato, ha cambiato le proprie vedute, se ne ha ancora, da estreme a riformiste, per poi buttarsi nel precipizio del centrismo (cioè la nullità dell'ideale). Ovvio che non parlo di te o di tutti, ma della stragrande maggioranza.
La tua generazione ha colpito, involontariamente, nel segno una seconda volta, educando i nuovi figli, l'eredità. Nemmeno loro sono sfuggiti al consumismo: se la generazione sessantottina, in gran parte, era cresciuta con poco lusso, poca massificazione, pochi media, non farà certo mancare niente ai figli, che per conseguenza, seguiranno tutte le mode e si appiattiranno brutalmente.
Ma questo è un altro capitolo.
Non mi interessa accusare nessuno del mondo attuale, il primo responsabile che trovo è la mia stessa immagine allo specchio, poichè, che lo vogliamo o meno, siamo tutti coinvolti.
Cerco solo, da tempo, di capire com'è che siamo arrivati fino a tutto questo...

Grazie ancora del commento, sentito e forte,

Riciard
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