Domande di Riciard, foto di Alessandro Pagni

La prima domanda è un po' così, personale... Gian Maria Testa è un cantautore, è un ferroviere, e cos'altro? Chi è Gian Maria Testa?
Ferroviere non più, dall'anno scorso, dal primo aprile dell'anno scorso. Ho festeggiato i miei venticinque anni da ferroviere licenziandomi.
...Ma non era in programma la pensione per i sessantacinque anni?
Sì, nel senso che l'ho maturata, ho maturato il diritto di avere una pensione, che però avrò a sessantacinque anni, quando li compirò...stante l'attuale legge sulle pensioni. Non ce la facevo più, neanche facendo il part time, a dividermi tra concerti etc. Quindi, ho dovuto scegliere...poi in ferrovia c'è un detto, una cosa chedicono sempre gli anziani: quando te ne puoi andare bisogna andare, se non te ne vai subito dopo ti succede qualcosa, per quelli che fanno i macchinisti o i capostazione, i mestieri a rischio di errore, e allora li ho ascoltati, sono andato via. E, per quanto riguarda la domanda, credo che la cosa che è rimasta più forte in me sia l'aspetto contadino, forse la cosa che sento più presente, non tanto nel fatto che mi piaccia fare l'orto, non e questo... è proprio nel modo di essere, mi rendo conto che quel che mi è rimasto di più dentro è quello.
Infatti, leggendo, sbirciando quà e là, ci sono molte definizioni di Gian Maria Testa, alcune nemmeno troppo carine, c'è chi dice che contamini troppo Conte, ad esempio. Io se dovessi trovarne una definizione, lo paragonerei alla scrittura di Jean Giono, una musica bucolica...
Ma, io, guarda, non so rispondere a questo... ognuno è difficilmente abito di se stesso, e nel momento in cui fai una cosa pubblica, ognuno ha il diritto di dire la sua. Su di me hanno espresso tutta la gamma possibile di pareri, c'è, per esempio, una enciclopedia, l'enciclopedia del rock, nella quale figuro anch'io: come nome, discografia e con una stroncatura pazzesca. Come poi c'è quello che esalta, ma va bene tutto... una volta ero a Parigi, una giornalista ha letto questa cosa, mi ha telefonato e mi ha detto: guarda, devi replicare. Come replicare? Loro hanno il diritto di dire quello che pensano. Pensano questa cosa e non c'è nessun motivo di replicare, non c'è veramente nessun problema. Per quanto riguarda le definizioni, non saprei... quello che posso dire è che prima della canzone mi ha colpito la poesia. Poi mi ritrovo con questa voce qui, vengo da un certo tipo di contesto, quindi sono la risultante di tante cose casuali... non credo che l'originalità sia un valore di per sè, perchè ci sono delle originali puttanate, il mondo ne è pieno. Anche se sono convinto che se tu racconti la tua piccola verità sei per forza originale; sei la sommatoria di quello che hai amato ed odiato, di quello che hai vissuto, però sei in qualche modo unico, come chiunque, in qualunque campo. Quindi, non è un valore di per sè, ma è un segnale di sincerità. Quello che posso dire, e non posso dimostrarlo, è che scrivo solo se ho una pulsione per farlo e racconto la mia piccola verità, non ho mai scritto niente per piacere a qualcuno. Ho scritto delle cose che corrispondessero a me, nel bene e nel male, e infatti sono tranquillo, in fondo non mi importa.
Ed è un aspetto del tutto inusuale se paragonato con chi è alla ribalta
Guarda, sono veramente tranquillo, a me davvero non importa proprio niente. Ovviamente preferisco gli applausi ai fischi, ma non mi spaventano. Perchè io non salgo su di un palco per essere applaudito, e fra l'altro avrei di gran lunga preferito una cosa che mi permettesse di manifestare quella parte di me non dicibile che non prevedesse la mia presenza, per esempio avrei voluto essere capace di scrivere, dipingere o di scolpire. Purtroppo il palcoscenico è assolutamente connaturato con questo fatto di scrivere canzoni... si potrebbe fare anche solo scrivere dischi, però alla fine viene un momento in cui incontri un pubblico, ma non è che io aspetti con ansia questa cosa...
Quindi siamo quasi in accordo con De Andrè, che diceva che una canzone va scritta e fatta ascoltare ai pochi amici che la possono davvero capire, o deve essere spiegata, divulgata... cos'è una canzone?
Per me una canzone è un linguaggio, dico una banalità, un linguaggio forte. E' un linguaggio alternativo alla parola parlata come ce ne sono molti altri; alcuni con le parole esprimono molto bene quello che pensano, altri usano parole a vanvera... la canzone ha tutta questa gamma di possibilità. Per quanto mi riguarda sono contento s
e una mia canzone va lontano, ma non credo che sia necessario. Una delle domande a cui non ho mai saputo rispondere, a me stesso, è perchè? Tu potresti benissimo stare a casa, scrivere le tue canzoni e suonarle, potrebbero addirittura non essere scritte, potresti richiamarle tu, da una tua memoria... non ho mai dato una mia risposta a questa mia domanda perchè so che in definitiva non è così gradevole, ha a che vedere con la ricerca di consenso, la pacca sulla spalla, il bravo degli altri...E' anche un mezzo di comunicazione però, se uno ha veramente qualcosa da dire
Sì, però se tu togli le mie canzoni dal panorama della musica contemporanea, non cambia niente, così come se togli il novanta per cento delle cose attuali non succede niente. Se togli Mozart, quello che viene dopo cambia. Non è così fondamentale, non è per niente fondamentale, è uno dei tasselli possibili, ma non c'è necessità...
Però credo che un disco come "Da questa parte del mare", l'ultimo, scaturito da un lavoro di quindici anni, che parla dei migranti, dell'immigrazione, sia arrivato in un momento "ideale" per fare riflettere di più le persone. Si presenta come un in più alla cultura...non andrebbe tolto!
Non lo so, sono considerazioni che ho scritto per me, e fondamentalmente per i miei figli, per non dimenticare chi siamo e dove stiamo, in che cavolo di mondo si vive. Poi... per esempio, ho suonato anche vicino a Treviso, un concerto di solo, un paio di anni fa, e il dopo concerto è durato di più del concerto. Nessuno era d'accordo con me su questa cosa delle immigrazioni, sono venuti a dirmelo in modo veemente. Lì ho pensato che avevo fatto bene ad andare a suonare, ho lanciato una specie di piccolo sasso in uno stagno, non che pensi che qualcuno cambierà idea, ma almeno, che si sappia che non tutti la pensano allo stesso modo, in questo senso sì. Ma non ho nessuna intenzione salvifica o profetica, per me è un linguaggio e fra l'altro è anche una cosa necessaria, per me, nel senso che ci sono cose che io so dire solamente con una canzone, e so dire anche per le mie orecchie solo con una canzone, per cui devo proprio farla. Dopo di che il caso ha voluto che qualcuno si sia interessato a me, ha pubblicato i miei dischi... per cui adesso se faccio una canzone ha una valenza anche per gli altri... però le farei lo stesso, anche se non pubblicassi dischi, se non facessi concerti, non posso impedirmelo.
E' una propria inclinazione...
Sì, a un certo punto uno dipinge, o scrive poesie, non è necessario pubblicare od esporre, e comunque è l'unica cosa che so fare.
Nonostante questo, ugualmente, ripensando a quanto una canzone o un album, possano contare, nel 2007 hai ricevuto il Premio Tenco...
Quello mi ha fatto davvero piacere...sono refrattario ai premi, di solito mi imbarazzano, ma il premio Tenco mi ha fatto davvero piacere. E' un premio come gli altri, qualcuno ascolta e poi giudica, e quindi dovresti prenderlo come tutti gli altri. E invece mi ha fatto piacere. Fra l'altro me lo ha consegnato Franco Luca, che è morto pochi giorni fa; ho una foto di lui che mi consegna il premio, qualcosa di lui che mi rimane...
La cosa straordinaria è che sia stato vinto con un concept album, ed è una cosa rara che anche la critica lo apprezzi veramente...
Che ti devo dire, vorrà dire che era una non di vacche magre...
...ma così ti sminuisci troppo...
Non saprei, io non sapevo nemmeno il meccanismo... a un certo punto dal Tenco hanno mandato una mail, dicendo che ero tra i finalisti, dopo la scrematura, poi mi hanno comunicato che avevo vinto, e a quel punto ho visto qual era l'elenco dei giornalisti, delle persone accreditate a votare. E veramente, avendo visto il lungo elenco delle persone, non mi aspettavo fosse una cosa così vasta, complicata e strutturata... quindi mi ha fatto davvero piacere...
"Seminatori di Grano", l'incipit del nuovo album, nasce da un ricordo e da una impressione davanti al "Quarto stato" di Pellizza da Volpedo... il ricordo è quello di aver visto coi propri occhi dei migranti arrivare in Italia...
Ero a Manacore, una piccola baia in Puglia, ho visto un peschereccio scaricare due sacchi su un gommone, ed il proprietario del gommone è andato a vedere cosa c'era dentro... c'erano due persone, due africani, uno è morto sulla spiaggia e l'altro è stato salvato da alcuni medici che erano in vacanza. E invece, il quadro, il "Quarto Stato", bellissimo ed evocativo, è uno dei simboli dell'inizio del secolo scorso. E' passato soltanto un secolo e questa fiumana di persone che vedi camminare, sono dei poveri cristi, il quarto stato appunto, stanno andando verso qualcosa. Lui lo ha fatto ai primi del novecento. Vedi che c'è fermento, c'è una speranza, quasi una certezza, camminano con fierezza. Passa un secolo, e si sposta ancora una moltitudine di persone, si spostano per necessità, perchè sono obbligati e senza speranze, sapendo già che forse annegheranno nel Mediterraneo.
"Una barca scura" si inserisce nell'album parlando di ciò che si lascia al mare. Dalla propria terra, al mare...

Per la prima volta sono entrato in studio avendo in mente la scaletta del disco. Il disco è come una specie di libro con dei capitoli. Il primo è la partenza, i seminatori di grano, appunto, dopo d'è "Rrock" che è un focus su di una sola persona, e fra l'altro Rrock, con due erre, non è un errore, ma il nome di una violinista albanese, bravissima, che avevo conosciuto, che è purtroppo morta in un incidente stradale. Io l'ho strutturata così, in onore suo; non è la sua storia, ma è dedicata a lei. Poi c'è "Forse qualcuno domani" che è la canzone della perdita di identità. Succede spessissimo che, specie per gli africani che hanno nomi complicati, venendo da noi vengano chiamati in altro modo, come Abdul, Alì, Mustapha...ma si chiamano in altro modo, loro lo accettano perchè altrimenti nessuno li chiamerebbe. Poi c'è la canzone della traversata vera e propria, quindi del rimpianto, del fatto di non poter fare nulla. Anche questa settimana sono morte, credo, più di cento persone ... e quando vedo queste persone attaccate alle gabbie per tonni... è qualcosa che non si può neanche raccontare, ormai non fa neanche la prima notizia del telegiornale.
O non la raccontano nemmeno...
Già, o non la raccontano nemmeno... Poi c'è "Tela di ragno" che è il fastidio, perchè io non mi sono mai nascosto che una immigrazione così massiccia sia problematica. Però, siccome mi sono doocumentato un po' per fare questo disco, gli ultimi ad aver qualcosa da dire con arroganza su questo tema siamo noi, gli italiani. Dal 1870 ad oggi sono emigrati cinquanta milioni di italiani, cioè un'altra Italia fuori. Le più grandi città italiane sono tutte all'estero: in nessuna città italiana ci sono tanti abitanti quanti italiani ci possono essere, ad esempio, a San Paolo, Brasile, o Toronto... e l'altro dato è che all'inizio degli anni venti, in America, una statistica diceva che il quarantasei per cento dei crimini commesso negli Stati Uniti era commesso da italiani. Noi abbiamo esportato Sacco e Vanzetti, ma anche Al Capone... tutta una gamma. Come qualunque altro popolo. Però l'essere obbligati a partire, lo sradicamento, l'abituarsi in un posto che non è il tuo ti fa reagire e fa reagire gli altri in un determinato modo. Bisogna avere un minimo di santa pazienza, ci si deve rendere conto del dislivello che c'è fra il tuo essere benestante e questi che arrivano, cercare di non fare discorsi del tipo spariamo sui gommoni, o muri e nuove leggi... rifletti soltanto su una cosa: mi faceva tristemente ridere il fatto che l'unica nazione al mondo formata solo da emigrati, cioè gli Stati Uniti, perchè gli autoctoni li hanno ammazzati tutti, ha costruito un muro e lo sta continuando, verso il Messico, per impedire ad altri emigranti di entrare. Siamo alla follia totale.
Credo che ogni popolo abbia una sua quantità percentuale di disonesti. Poniamo che sia il dieci percento in media, quando molta gente si sposta insieme la percentuale rimane quella. Come mai da noi fa così tanto notizia... io ero in Germania e sono rimasto di sale, Repubblica stessa non ha scritto "Radu Ozpetek" ha compiuto questo crimine; hanno scritto che un rumeno lo aveva fatto, è come se da noi scrivessero che un bergamasco lo ha fatto, un romano, un napoletano. Non vuol dire nulla, e infatti il giorno dopo c'erano le ronde per andare a picchiare i rumeni. Noi un mese prima avevamo fatto in Germania una vendetta privata, erano partiti da non ricordo quale clan, dalla Calabria, e ne hanno fatti fuori otto o nove, tipo strage di san Valentino, per le strade della Germania. E allora, io italiano all'estero, se i tedeschi mi avessero detto tu sei un italiano e quindi sei mafioso, gli avrei risposto: tu sei fuori di testa. Stiamo andando avanti così, e nessuno più dice niente, la troviamo una cosa normale. Tutte queste cose messe insieme fanno sì che si vada al di là di ogni considerazione di posizionamento politico a destra o a sinistra, non importa più, è una questione, da una parte di normale intelligenza, dall'altra di normale umanità. Io se fossi un abitante, un cittadino del Rwanda, se non potessi dar da mangiare ai miei figli, piuttosto che vederli morire, sicuramente, se ne avessi le forze, proverei a portarli altrove, farei il tentativo, e certamente non avrei la possibilità di andare all'ambasciata italiana del Rwanda a chiedere un visto per venire in Italia. Quindi arrivato in Italia sarei considerato immediatamente un delinquente. Prova a pensare un attimo a questa cosa. Questa legge che fanno passare è uguale ad Auschwitz.
Cioè la gente viene incriminata per il suo stato, non perchè ha fatto qualcosa. Se un immigrato clandestino, e lo sei per forza clandestino, vieni da un paese che non ti dà l'autorizzazione, vieni in Italia e nemmeno qui te la daranno, vieni solamente per disperazione e per questo fatto sei fuorilegge. Esattamente come per il fatto di essere zingaro, ebreo o omosessuale venivi mandato alle camere a gas durante il nazismo.
E tra l'altro, tutto questo fatto dalla stessa nazione che ti sfrutta quando sei a casa tua, e tu non puoi nemmeno venire a bussare a questa porta...
Ma certo, mettere una legge che condanna uno stato di cose, e non un reato, cioè tu, per il solo fatto di essere, sei passabile di pena, è una cosa allucinante.
Putroppo in pochi se ne rendono conto, perchè altrimenti non accadrebbero queste cose
Tutto questo è contro, non solo, la Costituzione, ma anche contro il diritto naturale.
Sono convinto, ripensando all'album, che anche solo una riflessione, se una persona, ascoltandolo, pensa a tutto questo anche solo un minuto, è già un piccolo tassello in più, secondo me
Non lo so, lo spero, e comunque a me interessava dare il mio punto di vista, umano, legato alla faccenda.
Ho messo nell'album anche una canzone che risale proprio alle nostre migrazioni, proprio per dimostrare che addirittura anche noi avevamo bisogno dei nostri eroi. "La miniera" è una canzone del 1927, e sta a dimostrare che il dover partire era una cosa drammatica, le persone non partivano volentieri, ma perchè erano obbligate. Al punto che si era creata una mitologia. La canzone parla di un eroe, non so se il fatto sia vero o meno, ma è salvifico pensarlo, un eroe, emigrato, che ha salvato degli altri, che si è immolato...Vai al sito ufficiale di Gian Maria Testa











1 commenti:
bellissima intervista, per niente banale. E' venuto fuori l'uomo Gian Maria Testa, e questa è forse la cosa più pregevole...
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