venerdì 11 gennaio 2008

Il piccolo caffè letterario

Un buon racconto vale mille parole...


Alessandro Pagni
Era
un martedì tranquillo verso le tre di notte…

Era un martedì tranquillo verso le tre di notte, me ne tornavo a casa dopo essere stato ad una festa in periferia, mediamente insoddisfatto come al solito.
Lungo la tangenziale non c’era anima viva, le luci dei lampioni erano stanche e calde, davano una sensazione di pace quasi natalizia nella loro monotonia.
Mi aspettava ancora una buona mezz’ora di viaggio prima di poter abbracciare il mio cuscino.
Tutto si stava coricando intorno per un breve riposo, in attesa delle frenesie della nuova luce.
Misi della musica abbastanza forte da rimbombarmi nella testa e tenermi sveglio.
Provai anche a cantare per evitare colpi di sonno.
Tutto intorno l’immobilità assoluta, e la mia auto che tagliava il silenzio come una lama di rasoio.
Sorpassai due rotonde, da lontano la luce verde del semaforo indicava “via libera”, quindi accelerai per non perdere il diritto di passare.
Davanti a me stava fermo in attesa un grosso TIR rosso.
Accelerai ancora, quando, quasi al centro dell’incrocio, mi sfrecciò davanti bruciando il suo ordine di STOP, un giovane su uno scooter nero.
Fu un attimo, richiamai all’appello tutti i miei riflessi intontiti dalla sonnolenza e schiacciai il freno cercando di far cambiare direzione alla macchina.
Per una scheggia di secondo, nell’epicentro della collisione il giovane mi guardò negli occhi e sorrise maligno.
Fu un attimo, un soffio, impossibile da spiegare.
Tirai anche il freno a mano con tutta la forza che avevo, quasi da staccarlo e l’auto sbandò.
Stavo per finire contro il palo che sorreggeva il semaforo, spinsi la ruota del volante dalla parte opposta con gli occhi praticamente chiusi dalla paura.
L’urlo stridente dei freni schiacciava ogni pensiero.
Sentii un botto secco e un rumore di lamiera colpita con forza.
Aprii immediatamente gli occhi, ero al centro dell’incrocio e davanti a me non c’era nessuno.
Mi voltai di riflesso a sinistra e vidi il ragazzo proseguire la sua strada velocissimo.
Un impeto di rabbia mi salì alla gola, con una manovra immediata presi a inseguirlo.
Non sapevo quello che avrei fatto una volta raggiunto, mi comandava una furia cieca, che non avevo mai provato.
Un paradosso, volevo ucciderlo perché aveva rischiato la vita pochi secondi prima. Probabilmente il fatto che non avessi colpe mi giustificava, per qualche ragione perversa, a inseguirlo.
La luce rossa posteriore dello scooter era ancora lontana, pigiai ancora sul pedale per mangiarmi la distanza che ci separava, ma invano.
Ci divideva sempre la stessa porzione di strada.
Voltai, girai a destra, presi la salita, scesi, circumnavigai una rotonda girando poi ancora a destra, ma la sua luce rossa rimaneva sempre sul fondo della mia visuale.
La rabbia mi stava avvolgendo con l’unta e soffocante pesantezza di una placenta, invece di scemare, cresceva esponenzialmente,
Percorremmo ancora un lungo tratto, poi voltò un’ultima volta a destra e si arrampicò su una salita, eravamo di nuovo sulla tangenziale.
Lo vidi lontano, in cima alla salita, poi, per la prima volta dall’inizio dell’inseguimento scomparve dalla mia vista.
Bestemmiando mi affrettai anch’io a raggiungere la cima.
Al di là alcune luci azzurre intermittenti mi fecero rallentare.
C’era un semaforo, era l’incrocio dove avevo rischiato di ammazzarmi, solo che era la direzione opposta.
Non mi ero accorto che stavamo girando in tondo.
Mi avvicinai a passo d’uomo.
Molte macchine di curiosi si erano fermate per vedere.
Allo STOP c’era ancora il TIR rosso fermo.
Si vedeva da lontano una notevole quantità di gesti frenetici.
Appena la mia auto entrò in quel baccano, un uomo sulla cinquantina, mi fissò stupito, poi cominciò a far cenni agli agenti di polizia indicandomi col dito.
Mentre spegnevo l’auto i poliziotti mi vennero incontro, dietro di loro, tre paramedici si affaccendavano rimestando qualcosa sull’asfalto.
Appena la portiera scattò tutti i rumori si amplificarono.
- Venga con noi!- Gli agenti mi presero per un braccio.
Sentivo quello sconosciuto gridare fuori di sé: - è stato lui! È stato lui, e poi è scappato! -
Non riuscivo a capire di cosa stesse parlando, sentii solo che la rabbia cieca di pochi minuti prima mi aveva completamente abbandonato, lasciandomi solo un leggero senso di stanchezza e una calore ancora acceso dietro le orecchie.
Mi avvicinai con gli agenti e vidi d’innanzi a me delle macchie rosso porpora che sembravano indicare una via, la seguì con lo sguardo e arrivai in breve ad un corpo scomposto e privo di vita.
Una massa informe di vestiti e carne straziata.
Non lo riconobbi immediatamente, ma osservandolo bene e scorgendo vicina ad un fosso la carcassa accartocciata di uno scooter nero, mi resi conto che si trattava del ragazzo che stavo inseguendo.
Alcune donne mi insultarono pesantemente, mentre i poliziotti mi accompagnavano alla mia auto per controllare i documenti.
Non riuscivo a capire.
Il tono calmo e calcolato dei poliziotti mi metteva a disagio.
- Guardate, non so cosa cercate da me. –
Ma le parole mi morirono dentro la gola e la frase terminò con un rantolo.
Eravamo davanti alla mia auto.
Fissai inorridito l’espressione della macchina che mostrava, come fosse una smorfia, una serie di ammaccature pronunciate e uno squarcio in prossimità del radiatore.
Mi voltai di scatto vedendo i paramedici che trasportavano in un grosso sacco nero la salma.
La cerniera era ancora aperta.
Mi avvicinai barcollando, i poliziotti accarezzarono leggermente il bottone della fondina tenendosi pronti a intervenire.
Per una attimo vidi solo buio in quel grosso sacco, nero e buio, come fosse pieno di pece.
Poi lentamente i tratti della mia vittima divennero sempre più chiari fino a che non ritrassi d’istinto la testa tremando.
Il viso del giovane era li che mi guardava.
E aveva di nuovo quel ghigno malvagio.
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