venerdì 23 novembre 2007

Il piccolo caffè letterario #3 Davide Picatto

Il Pistolero
Epilogo


«Se proprio desideri ti creo un lieto fine».
«Non cambierebbe nulla. Sarei comunque nelle tue mani, tu mi faresti fare quello che vuoi. Queste stesse parole, le stesse cose che dico me le fai dire tu, non è farina del mio sacco».
«Attento a quel che dici, corro il rischio di cadere in un paradosso».
«Attento io? Attento tu».
«Sai cosa, mi fai sentire un po’ in colpa. Mi sto comportando proprio come Dio, creo e distruggo. Dovrei proteggerti, dovrei aiutarti».
«Ci manca solo più un Dio depresso».
«Ti ricordo che non sono Dio».
«Definisciti come vuoi, però per me sei Dio o qualcosa di simile».
Il pistolero si allontanò e si chinò sul rivo a bagnarsi la faccia. Alzò lo sguardo al cielo, le stelle avevano girato, le ore passavano e il freddo dell’aria con il freddo dell’acqua gli mordevano il viso.
«Dimmi un po’» gridò verso il fuoco spento, «com’è che mi hai creato se non sai neanche che fartene di me?»
Lo sconosciuto gli si avvicinò nel buio.
«E’ una giornata noiosa nel mio mondo».
Il pistolero sorrise. «Quindi per noia mi crei, io uccido, io scappo, poi mi dici che esisto solo grazie a te e che per me potrebbe finire male. Ora che farai, scompari nel nulla e mi abbandoni qui?»
«A dire il vero, non so più cosa fare».
«Io un’idea ce l’avrei».
«Sentiamola».
«Ora tu sparisci, torni nel tuo mondo e da bravo finisci la storia, e la finisci in questo modo. Mi fai ricaricare la pistola, poi fai comparire da dietro quella cresta cinque o sei uomini bene armati e bene infuriati. Sono due giorni che mi danno la caccia, e non vedono l’ora di tornare a casa, e poi gli ho ammazzato due persone, fra cui una puttana, un po’ saranno alterati, no?»
«Certo, ci sta».
«Li fai comparire e li fai scendere da lì. Fai anche salire la luna, così ci vedo qualcosa».
«Anche questo si può fare».
«Dì che erano vicini e che avevano visto il fuoco, oppure, se vuoi lasciare il tuo stupido intervento nella storia, dì che hanno sentito i dodici colpi che ti ho sparato addosso senza colpirti. Falli scendere e fa che qualcuno imbracci già il fucile. Falli sparare e fammi correre fra le pallottole verso di loro. I proiettili mi devono fischiare intorno, devono alzare sbuffi di polvere dal terreno. Fammi urlare come un dannato, li devo terrorizzare. Devo corrergli incontro urlando e loro devono aver paura. Fammi sparare tutti e sei i colpi. Fammi colpire qualcuno, oppure no, poco importa, e fai che qualcuno di loro mi colpisca. Nel cuore, o in testa. Dove vuoi. L’importante è che io muoia, e dovrò morire sul colpo. Scrivi pure questo: una pallottola lo colpì in mezzo alla fronte e cadde a terra morto, senza neanche provar dolore. Scrivi questo e scrivilo bene, fammi morire senza dolore e fai finire questa scemenza».
«Vuoi morire?»
«Sì».
«Se vuoi ti potrei far vivere, felice. Veramente felice».
«Non avrebbe senso. Fammi decidere per una volta. O fammi credere che io abbia deciso. Lo so che anche queste sono parole tue, ma fai in modo che io creda che sia stato io a decidere della mia fine».
«Non sono parole mie, queste sono tue. Sono con te, hai preso sopravvento, stai dettando».
Il pistolero sorrise e gli diede la mano. Lo sconosciuto la strinse forte.
«E’ buffo» disse il pistolero, « sei l’unica persona con cui abbia mai parlato. Parlavo solo al cavallo prima».
«Se morire è il tuo desiderio, ti posso far morire in milioni di modi. Ti posso far addormentare e morire nel sonno».
«No. Voglio morire come voglio io, e voglio anche che la mia morte sia grandiosa. Dev’essere un evento. Quegli allocchi la devono raccontare a tutti giù in paese. Voglio che dopo avermi ucciso si guardino l’un l’altro negli occhi, e che guardino me con rispetto. Voglio questo, fammi morire così e fammi morire con rispetto. E fallo ora. Non sopporto il tuo mondo, vattene e scrivine la fine».
Lo sconosciuto annuì e calò il silenzio.
«Allora, addio» disse poi, imbarazzato.
«Addio. Come te ne andrai, scomparendo nel nulla?»
«No, no. Potrei camminare via, nel buio, e tu non mi vedresti più».
«Che è un po’ come scomparire nel nulla».
«Già».
Si lasciarono andare le mani e si guardarono un’ultima volta, poi lo sconosciuto si voltò e camminò verso il buio. Stava per scomparire quando il pistolero urlò: «Sai una cosa?»
«Quale?»
«C’è un’altra cosa buffa. Ancora più buffa della storia che hai scritto».
Lo sconosciuto si fermò al limite del buio.
«Pensa» urlò il pistolero, «pensa se anche tu ed il tuo mondo foste la fantasia di qualcun altro».

1 commenti:

Riccardo ha detto...

Io, il mio commento lo lascio, malgrado questo blog, almeno per adesso non sia una fucina di recensioni e opinioni.
Il Pistolero. Quando ho iniziato a leggerlo credevo di avere davanti qualche foglio di cow boy e banditi, una storia magari scritta bene, ma nonoriginale. Andando avanti di pagina in pagina, ho scoperto con gusto il significato, condotto per mano all'epilogo. Non è nuova l'idea dell'autore presente nella sua creazione, ne è un esempio Oceano mare di Baricco, ma credo che sia una trovata piacevole e, se non geniale, sicuramente fortunata. Il Pistolero si colloca a metà tra un romanzo come "Ecco la storia" di Pennac, dove si finisce per perdere il senso del reale e del fittizio, e un film di Hitchcoc, dove l'autore si presenta nelle vesti più inaspetate. Anche perchè qui c'è ancora da decidere chi sia il vero autore...